■Antonio Loiacono
La mattina è ancora fresca quando il brusio della sala convegni dell’Ordine dei Medici di Cosenza comincia a muoversi come una corrente sotterranea. Camici, taccuini, badge appesi al collo: è una folla che non ha il passo della teoria, ma quello di chi arriva dalle corsie, dal laboratorio, dai turni notturni. Ognuno porta con sé un frammento di esperienza, un problema irrisolto, un caso che ancora brucia nella memoria.
Sono venuti qui per una due giorni che non somiglia a un corso qualunque: è il Modulo D Specialistico del PNRR (M6 – C2, sub-investimento 2.2), un percorso pensato per alzare il livello delle competenze tecniche, digitali e manageriali del personale sanitario. In altre parole: uno sforzo collettivo per costruire anticorpi organizzativi contro il problema più silenzioso e allo stesso tempo più insidioso degli ospedali moderni — le infezioni correlate all’assistenza.
Il corso è riservato al Comitato Aziendale membri del CICA (Controllo delle Infezioni Correlate all’Assistenza), che veglia sui rischi infettivi, e ai referenti dei gruppi operativi connessi. Ma a riempire la sala sono in molti di più: professionisti provenienti da reparti diversi dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, legati da un filo comune. Quello che separa la cura dal rischio.
Dopo i saluti del direttore sanitario M. M. Rizzo e dei direttori degli Spoke, la giornata entra nel vivo. Gli argomenti scivolano rapidi, ma ogni tema apre una storia: la sorveglianza attiva dei microrganismi multi-antibiotico resistenti — i famigerati MDRO (Multi Drug Resistant Organism), che mutano più in fretta dei protocolli; il ruolo del CC-ICA (l’organo centrale che elabora e propone le strategie per il monitoraggio e il controllo delle ICA); gli audit periodici, necessari per trasformare i dati in azioni e non in archivi dimenticati.
Poi si passa ai consumi: soluzioni idroalcoliche, antibiotici, abitudini che rivelano virtù e mancanze. E infine uno dei punti più delicati: la gestione del sinistro, quando un’infezione sfugge ai controlli e diventa evento da studiare, per non ripeterlo.
Non c’è distanza tra i relatori e il pubblico. Le domande arrivano dirette, senza aggirare le criticità. Perché qui non si parla di teoria: si parla di pazienti, di turni sovraccarichi, di responsabilità che non ammettono ritardi.
Il clima è quello di un laboratorio condiviso, dove ogni nodo viene messo sul tavolo. È merito anche del comitato tecnico che ha organizzato la giornata: la dottoressa Sicilia Savina, dell’Unità Operativa di Laboratorio Analisi, e Alessandro Galati, coordinatore dell’Unità Operativa della Direzione Sanitaria. Due figure abituate a unire competenze e necessità, consapevoli che la prevenzione non nasce da un ordine scritto, ma dalla pratica quotidiana.
La seconda giornata, fissata per il 28 novembre, completerà questo percorso. Ma qualcosa, qui dentro, si è già mosso: un’attenzione nuova, quasi una promessa silenziosa, che passa di mano in mano come un appunto da non perdere.
Alla fine, quando le sedie si svuotano e il brusio si spegne, resta una sensazione chiara: la battaglia contro le infezioni non ha un volto unico. È una trama collettiva fatta di scelte minime — un lavaggio mani fatto bene, un antibiotico usato con misura, una segnalazione tempestiva. È in quei gesti, minuscoli ma ripetuti all’infinito, che un sistema sanitario dimostra la sua maturità.
Cosenza oggi non ha cercato slogan, né eroi. Ha costruito consapevolezza. E in un’epoca in cui i batteri cambiano più rapidamente delle abitudini umane, è forse la forma più alta di cura che si possa offrire.
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