■Antonio Loiacono
Sibari nacque dalla Grecia. Una colonia achea costruita su una pianura che la storia avrebbe consegnato alla leggenda come terra di ricchezza, commerci e abbondanza.
Oggi, nella stessa pianura, il sole cade sulle coltivazioni e sulle angurie che tra poche ore potranno essere sui banchi dei mercati italiani.
Gli Achei non ci sono più!
Ci sono uomini arrivati da lontano, spesso immigrati, che raccolgono quei frutti sotto un caldo che in questi giorni raggiunge temperature difficili da sostenere per chiunque, soprattutto quando il lavoro è fisico e si svolge all’aperto.
È da qui che parte la riflessione dell’attivista politico, Nicola Abruzzese, che nelle scorse ore ha affidato ai social un appello rivolto direttamente alla Regione e alla politica calabrese.
Il suo video, racconta lo stesso Abruzzese, ha superato in poche le 63 mila visualizzazioni. Una cifra che dice qualcosa anche sulla fame di una risposta: qualcuno, evidentemente, si è fermato a guardare ciò che normalmente passa davanti agli occhi senza essere visto.
Abruzzese chiede un intervento immediato a tutela dei lavoratori e rivolge una domanda precisa anche ai consiglieri regionali, di maggioranza e opposizione: perché non sollecitare il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ad affrontare con urgenza la questione?
Non è però corretto raccontare che la Regione non abbia fatto nulla.
Un provvedimento esiste. Ed è importante ricordarlo.
Con l’ordinanza del 10 giugno 2026, la Regione Calabria ha vietato, fino al 30 settembre, il lavoro agricolo esposto al sole dalle 12:30 alle 16 nei giorni in cui la piattaforma Worklimate indica un livello di rischio alto per i lavoratori impegnati in attività fisica intensa
La stessa Regione ha successivamente ribadito che il caldo intenso può provocare disidratazione, malori e colpi di calore e ha indicato tra le categorie particolarmente esposte proprio i lavoratori che operano sotto il sole.
Dunque il problema non è più soltanto stabilire se il caldo costituisca un rischio.
Lo Stato lo ha già riconosciuto.
La domanda diventa un’altra: chi controlla che quelle regole vengano rispettate nei campi della Piana di Sibari?
E ancora: cosa succede a un lavoratore prima di entrare in un campo e dopo averne lasciato uno?
È qui che il racconto cambia prospettiva.
Perché un bracciante non è soltanto un paio di mani che raccolgono.
Prima dell’alba è una persona che deve raggiungere il luogo di lavoro. Durante la giornata è un lavoratore sottoposto a fatica, calore, ritmi produttivi e responsabilità. Alla sera torna nel luogo in cui vive.
Ed è proprio lì che comincia un’altra parte della storia.
Dove abita? Ha acqua? Ha servizi igienici? Ha elettricità? Quanto deve spostarsi per raggiungere i campi? Come ci arriva? Chi organizza il trasporto? Il contratto corrisponde alle ore effettivamente lavorate? Qual’è la paga? Quante giornate vengono realmente registrate?
Sono domande semplici. Ma sono le domande che trasformano una fotografia del caldo in un’inchiesta sul lavoro.
Perché il rischio non si misura soltanto con il termometro.
Si misura anche nella possibilità concreta che una persona possa lavorare senza essere sfruttata, possa bere, riposarsi, curarsi, spostarsi e tornare in un luogo dignitoso alla fine della giornata.
La contraddizione è tutta qui.
La Piana di Sibari è una delle grandi aree agricole della Calabria. Produce ricchezza, occupazione, prodotti destinati ai mercati.
Tra il campo e il banco del supermercato c’è una distanza che non si misura in chilometri, ma in visibilità: è quella che separa il prodotto da chi lo ha raccolto.
Il consumatore vede l’anguria: non vede chi l’ha raccolta.
Vede il prezzo sul banco: non vede necessariamente quante ore di lavoro ci siano dietro.
Vede il prodotto arrivare sul mercato: non vede la strada percorsa dal lavoratore per arrivare al campo.
Ed è proprio qui che la denuncia di Abruzzese assume il suo significato più profondo: nel contrasto tra ciò che la filiera mostra e ciò che lascia nell’ombra.
Non si tratta di mettere sotto accusa l’agricoltura calabrese nel suo complesso. Sarebbe ingiusto e giornalisticamente scorretto.
Esistono imprese che rispettano le regole, lavoratori regolarmente assunti, aziende che investono sulla sicurezza.
Ma esiste anche un problema documentato di sfruttamento agricolo.
Un recente rapporto sul lavoro irregolare in Calabria stima tra 11 e 12 mila i lavoratori agricoli coinvolti in condizioni di irregolarità, con una presenza significativa nella Piana di Sibari.
E nel giugno scorso la Piana è stata interessata da controlli specifici sul caporalato: lungo la Statale 106 sono stati verificati numerosi mezzi utilizzati per il trasporto dei braccianti, con 135 cittadini stranieri identificati.
Non sono numeri da usare per costruire un’accusa collettiva; sono numeri che impongono una domanda.
Quanto è grande la distanza tra la legge scritta e la realtà dei campi?
Non tutto è fermo. Ma non basta
Anche qui serve onestà.
A Cassano all’Ionio, per esempio, da anni è attivo un servizio di trasporto gratuito per i braccianti agricoli, promosso dal Comune insieme a CIDIS. Oggi trasporta circa 80 lavoratori al giorno ed è previsto il potenziamento con un secondo mezzo.
È un esempio importante perché affronta uno dei nodi spesso dimenticati: il trasporto può diventare uno strumento di contrasto al caporalato.
La Regione, inoltre, ha attivato negli anni programmi di assistenza e inclusione rivolti ai lavoratori migranti delle aree agricole calabresi, compresa la Piana di Sibari.
Ma proprio l’esistenza di questi interventi rende ancora più importante la domanda di Abruzzese.
Quanto sono sufficienti?
E soprattutto: quanto territorio riescono realmente a coprire?
Il rischio è trasformare ogni estate la questione in una fotografia del caldo: 36 gradi, un campo, un gruppo di lavoratori, un video!
Poi l’ondata di calore passa e il problema scompare dalla cronaca.
Ma il lavoro agricolo continua.
E con esso continuano le questioni del salario, dei contratti, del trasporto, delle abitazioni, della salute, della sicurezza e della dignità.
Il caldo, allora, diventa soltanto la lente attraverso cui guardare un problema molto più grande.
Perché un lavoratore può essere protetto dal sole tra le 12:30 e le 16:00 e continuare, contemporaneamente, a vivere in una condizione di vulnerabilità.
Può avere un contratto e non necessariamente godere di condizioni dignitose.
Può essere regolare e restare invisibile.
Può essere indispensabile per l’agricoltura e irrilevante per la società nel momento in cui termina il turno.
È questa la contraddizione che la Piana di Sibari dovrebbe avere il coraggio di guardare.
La frase più importante del post di Abruzzese, alla fine, non è quella rivolta a Occhiuto.
È quella che riguarda i lavoratori: “I lavoratori vanno tutelati sempre, con i fatti e non con le parole.”
È una frase semplice, ma contiene il problema intero.
Perché la tutela non può essere soltanto un’ordinanza.
Non può essere soltanto un controllo.
Non può essere soltanto un progetto europeo, un comunicato, un servizio di trasporto o una campagna informativa.
Sono tutti strumenti necessari, ma la misura reale della tutela si trova altrove.
Nel campo, nella busta paga, nel contratto, nell’acqua che si beve, nel mezzo con cui si raggiunge il lavoro, nel luogo dove si dorme.
Nel momento in cui un uomo o una donna, dopo avere raccolto ciò che finirà sulle nostre tavole, smette di essere forza lavoro e torna semplicemente a essere una persona.
La domanda che resta è se la sua ricchezza riuscirà finalmente a vedere anche chi la raccoglie.
Perché una terra può essere generosa con i suoi frutti e, nello stesso tempo, avara con le persone che li raccolgono.
Perché il lavoro finisce. La giornata finisce. Ma la condizione di chi lavora nei campi non finisce con il tramonto. Ed è lì, quando dai campi escono gli uomini e scompare la forza lavoro, che una comunità dovrebbe cominciare a chiedersi chi resta a prendersi cura di loro!
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