DUE CALABRIE, UNA MONARCHIA DIVISA: TRA I BORBONI DELLO JONIO E L’IMPERO DELLO STRETTO

L’aeroporto di Reggio Calabria sogna il futuro, ma gran parte della Calabria resta ferma al passato. Dove finiscono le risorse, iniziano i silenzi

A sinistra il plastico del nuovo aeroporto Reggino, a destra un reale tratto di strada

■Antonio Loiacono

C’è una Calabria che sorride, applaude, inaugura. Una Calabria che presenta progetti da 25 milioni di euro per rilanciare l’aeroporto dello Stretto, con tanto di aerostazione all’avanguardia, spazi culturali, servizi hi-tech e visioni aeree da brochure turistica. Ed è giusto. Che Reggio Calabria abbia un aeroporto degno del suo nome non solo è legittimo, è auspicabile.

Poi però c’è l’altra Calabria. Quella che non vola, non decolla, non arriva, che non ha i riflettori. Quella che – se va bene – sobbalza sulle buche della SS106, chiamata con pietà “strada statale” ma che in alcune tratte somiglia più a un sentiero di guerra che a un’arteria moderna. Una strada su cui viaggiare significa fare il segno della croce, prima ancora di mettere la cintura. Quella, per intenderci, è la Calabria interna del Basso Ionio, il cuore stanco di una regione che sembra ancora divisa tra Maria Teresa d’Austria e i Borboni.

Sì, perché qui più che Italia unita, si respira ancora l’eco delle due monarchie: l’una illuminata, l’altra dimenticata.

Mentre a Reggio si brindava all’avveniristico progetto dell’aeroporto, nei comuni della fascia ionica ci si ingegnava – per l’ennesima volta – a capire come raggiungere un pronto soccorso, un ufficio pubblico, o semplicemente il posto di lavoro senza lasciare un semiasse sull’asfalto. Ma evidentemente le cerimonie piacciono più delle soluzioni.

Il presidente Occhiuto ha recentemente dichiarato con entusiasmo che “i dati Istat confermeranno a breve che la Calabria e Reggio stanno diventando tra le mete preferite dai turisti stranieri”. Bene, verrebbe da dire. Ma poi uno si chiede: da dove li portate, questi turisti? In mongolfiera? Con le promesse? O con i filmini promozionali girati solo lungo la costa?

Perché se un turista avesse l’idea brillante di avventurarsi verso l’entroterra, magari per scoprire i borghi, i paesaggi, le tradizioni autentiche, troverebbe più facilmente un cratere sulla strada che un cartello turistico.

Nel frattempo, in molti paesi del Basso Ionio, gli ospedali restano chiusi o ridotti a presidi fantasma, i giovani emigrano (ma quelli non portano flussi Istat, quindi non contano), e il diritto alla mobilità resta una voce astratta scritta nella Costituzione, buona per i manifesti del 2 giugno.

E allora sì, esiste una Calabria che vola, ma accanto ne sopravvive una che arranca a piedi, tra polvere e frustrazione, mentre qualcuno continua a raccontare lo storytelling dei “segnali positivi” e della “Calabria in crescita”.

L’unico vero dato in crescita, finora, è la pazienza di chi vive nelle zone dimenticate, nelle frazioni lontane dai riflettori e dalle conferenze stampa. Una pazienza che però ha un limite, come tutte le strade malmesse: prima o poi si rompe.

Nel frattempo, continuiamo pure a farci belli con i rendering degli aeroporti da sogno. E se avanza un posto sull’aereo nuovo, qualcuno lo usi per portare almeno una cartina geografica a chi prende decisioni: forse scopriranno che, in Calabria, esistono anche i paesi senza asfalto e senza voce.

E che tra la ‘nduja e la sardella, tra i selfie e le promesse, c’è un popolo che aspetta ancora di essere semplicemente raggiunto.

La verità è che la Calabria resta divisa, come ai tempi dei Borboni e dell’Impero Austriaco. Da una parte, chi vola. Dall’altra, chi cammina  e inciampa. Tra i rendering patinati e le strade sventrate, resta il solito paradosso: non esiste sviluppo senza giustizia territoriale. E finché una parte della regione sarà lasciata indietro, ogni annuncio sarà solo l’ennesima illusione da copertina.

La vera rivoluzione non è l’aeroporto: è dare a ogni cittadino, ovunque viva, la dignità di essere raggiunto!

 

 

 

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