CERCASI LEADER, SMARRITA LA COALIZIONE!

Le primarie promettono unità, spesso certificano soltanto divisioni già esistenti

Da sin.: Riccardo Magi, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni

■Antonio Loiacono

Ci sono stagioni politiche in cui il rumore copre tutto. Questa sembra una di quelle. Da una parte il governo inciampa con ostinazione quasi didattica: il ministro Nordio apre fronti, li complica, poi ne apre altri (leggi Minetti!). Dall’altra, l’opposizione assiste e discute di gazebo. È un’immagine un po’ crudele, ma precisa.

La verità, meno romantica e meno televisiva, è che le primarie funzionano solo quando arrivano alla fine di un percorso serio. Prima serve una coalizione vera: pochi punti chiari, un perimetro riconoscibile, regole condivise, rapporti di forza metabolizzati. Solo dopo si può scegliere chi guida. Altrimenti il copione è noto: si incorona il leader e si scopre il giorno dopo che manca il regno!

Il punto, in realtà, non è se le primarie siano buone o cattive. Le forchette non cucinano da sole. In altri anni hanno acceso entusiasmo vero, trascinato file inattese, prodotto persino una pedagogia civile che oggi pare lontanissima. Ma il tempo ha lasciato sul tavolo anche il rovescio della medaglia: candidature nate per necessità televisiva, leadership effimere, programmi scritti dopo, quando l’attenzione era già evaporata.

Qui la questione si fa più delicata. Perché il campo largo non è un partito, non ancora almeno. È un’ipotesi di convivenza tra culture che si sopportano, talvolta si stimano, spesso diffidano l’una dell’altra. Riformisti, movimentisti, ecologisti, amministratori locali, reduci di scissioni con ancora addosso la polvere delle vecchie liti. Pensare di metterli in fila davanti a un gazebo prima di aver chiarito cosa intendano fare insieme somiglia a certe inaugurazioni senza edificio.

Le primarie, inoltre, hanno una memoria che raramente entra nei resoconti entusiasti. Lasciano ferite piccole ma tenaci. Il vincitore festeggia; gli sconfitti promettono lealtà con la stessa convinzione con cui si stringe la mano a un vicino molesto nell’ascensore. Il mattino dopo iniziano i distinguo, i retroscena, le fughe laterali. Politica minuta, ma decisiva.

C’è poi un equivoco di fondo: si immagina che scegliere il nome significhi aver risolto il resto. Non è così. Il nome viene dopo. Prima servono una linea riconoscibile, qualche priorità comprensibile, un gruppo dirigente che non cambi umore a ogni sondaggio. Materia meno scenografica, certo. E infatti meno amata.

Intanto il centrodestra offre occasioni quasi quotidiane a chi gli si oppone. Sarebbe il momento di preparare un’alternativa adulta. Invece si torna al meccanismo della selezione come se bastasse la procedura a produrre la sostanza. Un vizio antico: scambiare il rito per la fede.

Le primarie non sono il problema. Sono semmai il test che rivela se un progetto politico esiste oppure no. E quando il progetto non c’è, il gazebo diventa una scenografia. Elegante, partecipata, perfino rumorosa. Ma sempre scenografia!

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