Di Daniela Santanché si può dire di tutto e di più: che è arrogante e indisponente, che ha discutibili gusti estetici, che ha speso decine di migliaia di euro di fondi pubblici per campagne pubblicitarie molto vicine ai suoi gusti estetici, che si fa turlupinare quando compra borse che crede griffate da regalare alle amiche che poi diventano ex amiche, che ha un senso degli affari ancora più discutibile delle sue mise, visto che molte delle imprese in cui si è imbarcata hanno fatto una misera fine, che ha pendenze giudiziarie da scriverci sopra dei trattati di diritto penale e fallimentare (per carità, ancora nessuna condanna, anche perché la sua posizione politica rallenta alla grande lo svolgimento dei processi), che è campionessa mondiale di velocità nel richiedere le dimissioni altrui (vedi caso Josefa Idem).
Ma su una cosa, bisogna ammetterlo, “la Pitonessa” ha ragione: col clamoroso flop del referendum sulla riforma della Giustizia, a parte le sue dichiarazioni di voto a favore del “Sì”, lei, diversamente dai pure dimissionati Delmastro e Bartolozzi, non c’entra niente, salvo per la curiosa circostanza (sarà una coincidenza?) che tutti, ma proprio tutti i politici che come lei hanno qualche pendenza con la giustizia, si sono rumorosamente espressi anche loro a favore della riforma; ma non è stata certo Daniela Santanché a progettare, stilare, presentare in Parlamento e poi difendere a spada tratta, anche con argomentazioni bizzarre (sul tipo “se vince il ‘no’ i giudici libereranno assassini e stupratori, strapperanno i figli ai genitori, ci saranno innumerevoli casi Garlasco”- parole di Giorgia Meloni – e ancora “anche Licio Gelli poteva avere delle buone idee” e “non vedo perché la sinistra si opponga alla riforma, che conviene anche a lei se andrà al governo”, ministro della Giustizia dixit).
Eppure Giorgia Meloni, dopo aver incassato le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, ha preteso anche quelle della povera Daniela che giustamente, poverina, si è chiesta perché la capa, anzi, il capo, invece di prendersela con Nordio e con sé stessa, ha voluto scaricare lei, che perciò ha tentato di resistere ma poi ha dovuto cedere anche a causa, si dice, delle pressioni di un altro esponente della maggioranza, lo specchiato campione di civiltà, umanità, stile, eleganza e signorilità, per giunta presidente del Senato, che risponde al nome di Ignazio Larussa.
Come mai Giorgia dottor Jekyll si è trasformata in Meloni Mr. Hyde? Come mai, ipergarantista fino al 21 marzo, il 24, tutto ad un tratto, c’è stata in lei questa metamorfosi che l’ha indotta a scaricare l’amica e sodale, che pure aveva sempre sostenuto e difesa?
Alla mente dei tanti beneficiati dai lunghi mesi di governo Meloni si affaccia a questo punto un dubbio angoscioso: non sarà che all’improvviso Giorgia nostra ha scoperto di non essere più al di sopra di ogni giudizio, e che ora comincia a pensare che l’opinione pubblica smetterà di perdonarle le contraddizioni, le omissioni e le incompetenze, sue e del suo entourage, e soprattutto quegli amichettismi di cui accusava gli avversari politici salvo farvi disinvolto e costante ricorso in tutti gli ambiti e in ogni circostanza, distribuendo e facendo distribuire cariche, incarichi e ruoli a personaggi sul cui curriculum, quale che fosse la mansione da esercitare, doveva essere stampato in rosso e in neretto (e tanto bastava), “È DEI NOSTRI”?
Chissà, tanto per fare un esempio, che, ora che IL presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scaricato Daniela Santanchè, anche IL maestro Beatrice Venezi, grande direttore di quartetti d’archi (non ridete, è vero) non cominci a temere che pure il suo podio alla Fenice possa traballare?
L’aura di invincibilità e di infallibilità che circondava l’immagine di Giorgia Meloni si è opacizzata e lei, si sa, alla sua immagine ci tiene perché sa quanto la nostra sia una società in cui l’immagine conta spesso più dei fatti. Riuscirà dunque IL nostro premier a recuperare la sua immagine di bionda luminosità?
Ai poster l’ardua sentenza.
A questo punto è comunque legittimo chiedersi quale futuro politico attende Giorgia Meloni che, culo e camicia con l’ungherese Orban, sodale di Donald Trump e sedicente pontiera fra gli USA e l’Europa, sicura che avrebbe risolto il problema dei migranti, ostile all’integrazione europea (“È finita la pacchia” aveva detto, rivolta a Strasburgo, appena salita a Palazzo Chigi), prodiga di promesse di rinnovamento civile, sociale e politico, oggi si ritrova con un Orban che rischia di perdere (finalmente) il potere in Ungheria, costretta a fare affidamento sull’Europa per fronteggiare la crisi innescata da un Donald Trump più confuso, ondivago, volgare, violento e imbarazzante che mai, con un costoso baraccone anti-migranti inutilizzato in Albania e, dulcis in fundo, sconfessata dagli elettori al primo tentativo di imporre una riforma.
I prossimi mesi saranno decisivi e densi di sviluppi avvincenti. Io, per attrezzarmi adeguatamente, ho fatto un accordo con un fornitore per un secchio quotidiano di pop-corn, da consegnarmi ogni sera prima del telegiornale.
Ovviamente, non un telegiornale RAI.
Giuseppe Riccardo Festa
Views: 171

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.