LA MONTAGNA SECONDO IL METRO: CHI RESTA DENTRO E CHI SPARISCE

In Calabria cambiano le mappe. Ma soprattutto cambia chi conta davvero

■Antonio Loiacono

C’è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui decidiamo cos’è “montagna”.
Un righello. Qualche algoritmo. Due numeri messi in croce: altitudine e pendenza. Fine.

E intanto—zac—spariscono 47 comuni montani dalla mappa calabrese. Così, senza rumore.

Mentre il Consiglio della Delegazione regionale UNCEM dava il via libera al Progetto di Legge sulla montagna calabrese—titolo lungo, ambizioso, quasi epico—da qualche parte, tra una riga e l’altra, si consumava una piccola amputazione geografica: da 283 comuni montani si scende a 256. Tradotto: 47 fuori, 20 dentro. Un rimpasto, direbbe qualcuno. Una “razionalizzazione”. Oppure, più onestamente, una selezione.

E qui viene il bello. O il brutto, dipende da dove stai seduto.

In provincia di Cosenza, la lista degli “ex montani” sembra un elenco di invitati esclusi all’ultimo minuto: Bisignano, Calopezzati, Caloveto, Cariati, Corigliano-Rossano, Cropalati, Francavilla Marittima, Mandatoriccio, Montegiordano, Rocca Imperiale, Roseto Capo Spulico, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, San Marco Argentano, San Nicola Arcella, Santa Caterina Albanese, Santa Sofia d’Epiro, Scala Coeli, Tarsia, Terravecchia, Trebisacce.: nomi che fino a ieri avevano un’identità precisa e oggi si ritrovano a dover spiegare cosa sono diventati. Collinari? Semi-montani? Ex qualcosa? È curioso come basti una delibera per cambiare la percezione di un territorio. Come se la montagna fosse una medaglia che puoi togliere e rimettere.

E poi ci sono i nuovi entrati. Cosenza città, per esempio. Che improvvisamente diventa “montana”. Non perché sia cresciuta di quota durante la notte, ma perché qualcuno ha deciso che i parametri lo permettono. Altilia, Castrolibero, Figline Vegliaturo, Piane Crati, Zumpano: promossi. Complimenti. Ma viene da chiedersi: è davvero una promozione, o solo un cambio di casella in un file Excel?

Vincenzo Mazzei, presidente regionale UNCEM, rivendica il lavoro fatto. Mesi di impegno, dice. Un progetto solido: trenta articoli, un osservatorio, un fondo regionale, programmi annuali, incentivi, digitalizzazione, recupero dei borghi, turismo sostenibile, comunità energetiche. Tutto giusto. Tutto necessario, persino. Perché la montagna calabrese—che copre circa il 90% del territorio—non è folklore, è struttura. È ossatura.

Ma c’è un dettaglio, piccolo solo in apparenza: tutto questo vale solo per chi è dentro la lista!

Fuori dal cancello resta una Calabria fatta di territori borderline, di comuni che non sono abbastanza montani per essere aiutati, ma troppo marginali per cavarsela da soli. Una terra di mezzo che non fa notizia, ma che esiste. Eccome se esiste.

Nel frattempo, però, la macchina va avanti. La legge 131/2025 disegna un sistema articolato, quasi chirurgico, di incentivi: crediti d’imposta per medici e insegnanti che si trasferiscono, bonus per chi compra casa, agevolazioni per giovani imprenditori, sgravi per il lavoro agile. Un tentativo—legittimo, necessario—di rendere la montagna di nuovo abitabile.

E allora viene da chiedersi—senza troppa retorica, ma con un filo di cinismo—se questa operazione sia davvero una strategia di sviluppo o piuttosto un modo elegante per concentrare risorse tagliando fuori qualcuno. Perché sì, nelle carte si legge chiaramente: meno comuni, più risorse per ciascuno. Funziona così.

Ma ogni volta che senti parlare di efficienza in questi contesti, vale la pena controllare chi paga il conto.

La nuova classificazione nazionale fa esattamente questo: taglia. Da 4.201 comuni montani a 2.844. Più di 1.300 spariti. Non fisicamente, ovvio. Ma politicamente sì. Perché uscire da quell’elenco non è una questione simbolica. Significa perdere accesso a fondi, incentivi, agevolazioni. Significa meno soldi per le imprese, meno supporto per le scuole, bollette più care, meno strumenti per trattenere le persone. In altre parole: meno futuro.

Il paradosso è quasi grottesco. La montagna viene tutelata per evitare lo spopolamento, il dissesto, l’abbandono. Ma nel momento in cui ridefinisci chi è “abbastanza montano”, rischi di accelerare esattamente quel processo. È come dire: ti aiuto… ma solo se rientri nei miei parametri.

Le critiche non arrivano solo dai sindaci—che ovviamente vedono svanire risorse concrete—ma anche dai geografi. Gente che, teoricamente, di territorio se ne intende. Parlano di semplificazione brutale, di una montagna ridotta a numeri quando invece è una condizione. Sociale, economica, culturale. A volte persino psicologica.

E allora, forse, il criterio non dovrebbe essere “chi è più alto”, ma “chi sta peggio”. Chi fatica di più a restare. Chi rischia davvero di scomparire.

Perché vivere in montagna non è solo stare in alto. È stare lontano. Dai servizi, dalle opportunità, dalle reti. È una questione di accesso, non solo di altitudine.

Perché alla fine la montagna non sparisce se la togli da un elenco e non si offende -ma le persone sì, le comunità sì- resta lì, con le sue strade difficili, i suoi servizi fragili, i suoi abitanti testardi: solo che diventa invisibile e l’invisibilità, quella sì, è pericolosa.

Ma prima o poi, qualcuno dovrà spiegare a quei paesi — diventati improvvisamente “meno montagna” — perché il loro futuro vale qualche metro in meno!

 

 

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