Non sorprende la reazione rabbiosa di Donald Trump alla sentenza della Corte Suprema USA (ultima e non appellabile istanza della giustizia statunitense) sulla totale illegittimità dei dazi che con la sua solita aria sbruffoneggiante aveva imposto al mondo intero, confermando di non capire niente di diritto, ma in compenso di essere un totale disastro in materia di economia.
Era convinto, “the Donald”, che il costo delle tariffe sarebbe stato sopportato dagli esportatori ignorando che invece, come sempre succede, è sui fruitori ultimi ossia, in questo caso, sul suo elettorato, che da sempre si scarica ogni aggravio fiscale sui beni di consumo: ben lo sappiamo noi in Italia, che di aggravi fiscali sui beni di consumo (dalle accise sui carburanti all’IVA) ne subiamo fin dai tempi della guerra in Abissinia.
Trump, incapace come sempre di controllare le sue reazioni, si è lanciato, così dicono le cronache, in una bordata di insulti e contumelie nei confronti dei membri della Corte Suprema, colpevole di non ammettere, cosa di cui lui invece è convinto, che, in forza della vittoria elettorale, il presidente gode dei pieni poteri e che tutti debbono inchinarsi ad ogni suo desiderio, ad ogni sua decisione e ad ogni suo capriccio, legge o non legge, Costituzione o non Costituzione, Corte Suprema o non Corte Suprema. Oltre che incapace di controllarsi, insultando la Corte Trump si dimostra anche, ancora una volta, scarso di intelligenza, perché i giudici sono eletti a vita e difficilmente, in futuro, guarderanno a lui con simpatia quando ci saranno altre ragioni di contenzioso che lo riguardano.
Non posso non rilevare a questo proposito, come già ho avuto modo di fare, quanto questa visione accomuni il presidente USA agli esponenti della maggioranza elettorale (elettorale, non popolare!) che attualmente governa il nostro Paese e alla sua leader, anch’essa bramosa di esercitare un potere esente da ogni controllo e superiore ad ogni giudizio: basti pensare al modo in cui essa valuta le sentenze emesse dai tribunali nostrani, magari lo stesso tribunale a distanza di pochi mesi: quando il Tribunale di Palermo ha assolto Matteo Salvini dall’accusa di sequestro di persona per la vicenda Open Arms, lo stesso Salvini e tutti gli esponenti della Destra al potere, hanno gridato giubilanti “giustizia è fatta!”; ora che invece quello stesso Tribunale (peraltro in sede civile) riconosce un indennizzo alla “Sea Watch”, a causa delle incompetenze di cui Salvini diede prova all’epoca dei fatti, quella stessa Destra grida alla magistratura politicizzata e invoca il “SI” all’imminente referendum per restituire – a suo dire – giustizia al popolo italiano, mentre è netta l’impressione che intenda invece, piuttosto, “fare giustizia” della magistratura.
È un quadro, questo dell’insofferenza nei confronti di controlli e vincoli legali, che accomuna un po’ tutti i regimi totalitari, non solo di destra, che affliggono i popoli nel mondo. Questa pretesa è però più irritante quando è invocata da governi che si definiscono democratici e pretendono di parlare a nome del popolo intero, e non, più modestamente, della maggior parte di coloro che si sono presi la briga di andare a votare; vale a dire, a conti fatti, di una minoranza di quel popolo che affermano di rappresentare tutto intero.
Meno male che, sia in Italia che negli USA, ci sono le leggi, le Costituzioni e, soprattutto, magistrature capaci di opporre lo scudo del diritto all’arroganza del potere politico che, non a caso, le leggi e le Costituzioni fa di tutto per ignorarle, per aggirarle e, se la gente ci casca, modificarle a proprio vantaggio.
Pensateci quando, il 22 e il 23 marzo, andrete (se ci andrete) a votare al referendum per decidere se è saggio modificare ben 7 articoli della nostra bella Costituzione.
Giuseppe Riccardo Festa
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