DENATALITÀ E CROLLO DEMOGRAFICO: LA PUBBLICITÀ È PIÙ FURBA E LUNGIMIRANTE DEI POLITICI

Guardo poca TV: giusto quel che basta per conciliare il sonno della pennichella postprandiale oppure, la sera, RAI Scuola o RAI Storia, RAI5 se c’è un bel concerto, RAI Sport quando trasmette gare di atletica leggera e poco d’altro e fra quel poco ci sono i TG all’ora di pranzo e di cena; apprezzo, su La7, Lilli Gruber, Marianna Aprile, Luca Telese e Massimo Gramellini, e sul 9 Che tempo che fa di Fabio Fazio (ma non Il Tavolo, di cui trovo insopportabili alcuni ospiti fissi e il cicaleccio inconsistente). Tengo comunque sempre a portata di mano il telecomando, per schivare le bordate di pubblicità che infestano un po’ tutti i canali (da un po’, o tempora, o mores, anche RAI5 e RAI Storia, che ne erano esenti) o per mettere a tacere certi politici e certi giornalisti dei quali (questione di gusti) basta il suono della voce per far scattare il mio dito sul tasto mute.
L’occhio comunque, durante queste fasi di silenzio sul video ci scivola, se non altro per verificare che l’Italo Bocchino di turno abbia finito di arrampicarsi sugli specchi o che il rosario degli spot pubblicitari sia finito. È così che mi è capitato di registrare, a proposito degli spot pubblicitari, un fenomeno che secondo me meriterebbe l’attenzione di analisti e sociologi.

Ricordate gli omogeneizzati Plasmon, la pastina glutinata Buitoni, il formaggino Mio, i pannolini-mutandina Lines e i Pampers, i biberon e i giochi della Chicco? Sono spariti. I prodotti per la prima infanzia, insieme ai detersivi che lavavano più bianco del bianco, per anni hanno dominato gli spazi della pubblicità ma di loro oggi non resta più traccia: i bambini, nella pubblicità, non esistono più. Li hanno sostituiti altri prodotti: i palliativi per i problemi della prostata e i correlati assorbenti per anziani incontinenti, con appositi mutandoni orgogliosamente ostentati e, soprattutto, cani e gatti, per i quali abbondano proposte di croccantini, antipulci, bocconcini, biscottini e accessori vari, proposti da figuranti che sorridenti e felici guardano il loro Fido o il loro Micio, e non di rado il loro Fido e il loro Micio, che svuotano con entusiasmo la loro scodella piena di leccornie o saltano e corrono giocondi nei prati o fra i mobili di casa.

I pubblicitari, insomma, si sono adeguati all’andamento demografico italiano, che vede salire il numero dei vecchi e svuotarsi le culle a vantaggio delle cucce: le coppie non generano più bambini, i bambini non generano più consumi, diversamente da vecchi, da cani e gatti, e dunque è su vecchi, cani e gatti che si sono riversate le loro attenzioni.
Chi all’andamento demografico italiano non pare adeguarsi, anzi, si direbbe non faccia proprio caso, è la classe politica che, è vero, ogni tanto promuove qualche occasionale incentivo alla procreazione, ma non fa nulla per offrire asili, assistenza e supporto alle coppie che pensano di fare figli e anzi sembra indifferente al problema dei bassi redditi, dei costi degli affitti e della precarietà del lavoro, che minano alla base le velleità procreative di giovani che, già incerti sul proprio futuro, o se ne vanno all’estero o ci pensano non due ma duemila volte prima di mettere al mondo bambini che non sono sicuri di poter mantenere e comunque destinati a un futuro ancora più incerto del loro.

L’ISTAT certifica che la popolazione italiana diminuisce e invecchia di anno in anno, dando ragione ai pubblicitari e rendendo ancora più  incomprensibile l’inerzia della politica che, se di popolazione si occupa, lo fa per alzare l’indice contro gli immigrati mostrandosi indifferente – considerazioni umanitarie, civili e morali a parte – all’oggettiva constatazione che, senza gli immigrati, la già barcollante economia italiana stramazzerebbe al suolo e là resterebbe, asfittica e inerte, senza più speranza di rialzarsi.
Così, mentre le imprese lamentano una disperata mancanza di manodopera, le culle sono vuote, i laureati se ne vanno e chi resta si guarda bene dal procreare, ecco che baldo si alza il demagogo di turno a parlare di purezza etnica e di remigrazione, suscitando l’entusiasmo di chi, guardandosi bene dal fare lo sforzo di riflettere e informarsi, è ben felice di avere qualcuno con cui prendersela, un nemico da odiare e a cui dare la colpa di tutto ciò che non va, vedi poi se è musulmano o nero, o peggio ancora musulmano e nero, salvo poi cercare una badante peruviana per il nonno con l’Alzheimer, un rider pachistano per consegnare pizze, un bracciante indiano per raccogliere pomodori, un lavorante cinese per il laboratorio di sartoria o un muratore ghanese per un cantiere senza protezioni. Gente che, diversamente dagli italiani, accetta di essere pagata poco e in nero e che, se capita che si faccia male, può essere abbandonata là, a morire, senza avere grane: in fondo, dice l’italiano nazionalista, che quelli là li odia ma li sfrutta, sono negri e musulmani. E poi, mica gliel’ho detto io di venire in Italia.

E intanto applaude giulivo e ipocrita, quell’italiano nazionalista, il leghista, il fratello d’Italia o il futurista nazionale di turno che gli promette la luna nel pozzo, senza capire che la luna sta altrove, è irraggiungibile e che in quel pozzo, prima o poi, finirà per cascarci dentro.

Giuseppe Riccardo Festa

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