Bisogna prendere atto del fatto che tanta, tantissima gente ama illudersi che esistano individui – di solito uomini, ma occasionalmente anche donne – ai quali affidarsi nella convinzione che grazie a loro, come direbbe Lucio Dalla, sarà tre volte natale e festa tutto il giorno; ogni cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno.
All’estero, limitandoci al XX secolo, ci sono stati Hitler, Lenin, Francisco Franco, Stalin, Mao, Pol Pot, Peron, Fujimori e Pinochet. Molto meno perniciosi di costoro, anzi spesso positivamente risolutivi ma non meno carismatici, ci sono stati Churchill, Roosevelt, De Gaulle, Kennedy e più di recente, carismatici ma di discutibile positività, Thatcher, Johnson, Orbán e, purtroppo ancora in servizio, Lukašenko, Putin, Kim, Erdogan, Khamenei, Netanyahu, Trump.
Il successo di questi personaggi si deve a un approccio mentale, nei loro seguaci, che non è molto distante dalla fede religiosa. La fede religiosa prescinde da valutazioni oggettive e consiste nel credere senza fare domande, come dice l’aforisma “credo quia absurdum” attribuito all’apologeta Tertulliano (che in effetti non lo disse, ma stando ai suoi scritti è come se l’avesse fatto). I capi carismatici, insomma, chiedono e, ahinoi, spesso ottengono la fede delle masse, che alla credulità – e questo è tipico in particolare dell’Italia – associano regolarmente anche una desolante scarsezza di memoria.
Solo il possesso di queste due caratteristiche – fede cieca e assoluta e cronica carenza di memoria – può infatti spiegare come mai, mentre ancora si leccavano le ferite provocate dal ventennio fascista, durante il quale, giulivi, avevano osannato Benito Mussolini, tanti italiani si siano lasciati incantare dalle chiacchiere di Guglielmo Giannini, votando per il nulla cosmico del suo “Partito dell’uomo qualunque”, che si dissolse ben presto ma definì un certo approccio alla politica, che da allora chiamiamo appunto “qualunquismo”.
Poi il qualunquismo subì una trasformazione, diventò populismo e riemerse quando, come aveva fatto col fascismo, per una ventina d’anni l’Italia si consegnò a Silvio Berlusconi, che del populismo è stato inarrivabile profeta. Caduto Berlusconi, sarebbe stato logico aspettarsi che gli italiani tenessero a mente la lezione e invece no, la voglia di ondivaghe fasce della popolazione (e dell’elettorato) di avere un capo da adorare si riversò su Umberto Bossi, poi su Matteo Renzi, poi su Beppe Grillo, poi su Matteo Salvini e, al momento, su Giorgia Meloni.
Un altro capetto, incautamente introdotto nell’agone politico da Matteo Salvini che si è letteralmente messo la serpe in seno (né di Matteo Salvini questo è il primo autogol), sta ora emergendo e, stando alla sua caratura morale, culturale e intellettuale, misurabile dal tenore dei suoi discorsi e delle sue proposte, probabilmente è il più scadente di tutti, perfino di Matteo Salvini.
Non lo nomino (non voglio dargli questa soddisfazione), tanto chi mi legge sa perfettamente a chi mi riferisco. Quello che è certo è che, dimenticando e anche irridendo gli idoli adorati fino a ieri, quella fascia dell’elettorato razzista, superficiale, bigotta, ignorante, semplicistica e fascistoide che finora si accodava a Salvini e a Meloni, e in parte a Beppe Grillo, ora ha un nuovo pifferaio, un generale nel quale credere, al quale obbedire e per il quale combattere. Parlo di quell’elettorato che segue entusiasta chi inventa nemici (Roma, i terroni, i comunisti, l’Europa, gli immigrati) sui quali scaricare ogni colpa e gli promette magnifiche sorti e progressive che poi non arrivano mai, ma tant’è: a quell’elettorato piace chi vince, e non sta tanto a badare al fatto che a farlo vincere (salvo poi, quando il vento cambia, appenderlo a testa in giù) è proprio lui.
La Sinistra italiana soffre dell’imperdonabile incapacità di esprimere un leader carismatico. Questo difetto è più che mai imperdonabile in questo tempo, in cui l’immagine e l’apparenza, in politica e non solo, contano molto più della sostanza. Perciò è probabile che, priva come è di personaggi accattivanti e affascinanti da proporre alle masse, la Sinistra, in Italia, sia condannata a perdere per chissà quanto altro tempo, forse sempre.
Ma dopo aver sentito da Lilli Gruber l’astro nascente del populismo italiano, quel capetto che non nomino perché non è necessario, dire orgoglioso che il suo “Futuro Nazionale” raccoglie gli scarti degli altri partiti, e consapevole del fatto che a quelle parole i suoi simpatizzanti hanno gonfiato il petto ed hanno annuito con fiera convinzione, mi sono detto che è mille volte meglio essere perdenti, piuttosto che vincere intruppandosi in mezzo a gente come quella per seguire un capetto come quello… in attesa di buttarlo giù per osannare il successivo.
Giuseppe Riccardo Festa
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