CHARLIE KIRK: È VERO CHE IL SUO OMICIDIO È UN CRIMINE, COME È VERO CHE LE SUE IDEE ERANO ORRIBILI E CRIMINALI

Succede con Charlie Kirk esattamente quello che sta succedendo con Netanyahu e con i suoi degni ministri, come Bezael Smotrich (quello che “Gaza è un eldorado immobiliare”): coi secondi, prima di stigmatizzare il loro piano criminale di giungere alla soluzione finale del problema palestinese (ho pesato le parole, non le ho scelte a caso, e per questo le metto in corsivo), bisogna premettere che criticare loro, e la loro politica, non significa essere antisemiti né pro-Hamas; parlando di Kirk, invece, bisogna premettere che nessuno deve essere ucciso a causa delle idee che professa.
È già avvilente, per sé, la necessità di fare queste premesse, perché si tratta di premesse che si dovrebbero considerare ovvie e scontate, chiaramente superflue. Ma è tale la miseria morale dei difensori dell’uno e degli altri, che chi continua a credere nei valori positivi della convivenza civile, del rispetto del prossimo e della prevalenza del diritto è costretto, ogni volta che affronta questi argomenti, a ripeterle.
Bene, diamole per ripetute. E dopo averle ripetute, mi sia concesso di esprimere un concetto magari brutale ma non per questo meno inoppugnabile: un miserabile non diventa meno miserabile solo perché è morto ammazzato. Mussolini e gli altri suoi camerati, e i gerarchi nazisti uccisi alla fine della (per ora) ultima guerra mondiale erano e restano criminali anche se sono stati uccisi. Lo stesso vale per il bandito Giuliano, per Bonnie & Clyde, per Billy the Kid, per Anastasio Somoza Debayle: sono morti tutti male, e tutti sono stati sanguinari e feroci criminali.
Certo, Charlie Kirk, sul piano penale, non era un criminale: lui, personalmente, non ha ucciso nessuno e anzi la retorica trumpiana negli USA, e quella salviniana qui da noi, lo dipingono come un martire della libertà di espressione, da piangere e da onorare con bandiere a mezz’asta e pubblici monumenti.
Ma Charlie Kirk è l’uomo che ha testualmente dichiarato che i morti innocenti per armi da fuoco negli USA, incluse le vittime di stragi nelle scuole, sono accettabili “danni collaterali” del sacrosanto diritto, sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione USA, di possedere armi. Charlie Kirk è l’uomo che definì George Floyd, che aveva dei precedenti penali, “un sacco di monnezza” (“scumbag”), come per giustificare la sua morte per soffocamento per mano della polizia; Charlie Kirk è l’uomo che ha definito Simone Biles, la straordinaria campionessa di ginnastica artistica, “una disgrazia nazionale” e una “sociopatica egotica”. Il motivo? Biles aveva avuto un crollo psicologico e si era ritirata da una gara. D’altra parte, Kirk è anche l’uomo che ha dichiarato il suo odio per la parola “empatia”, odio di cui ha dato ampia prova durante la sua intera esistenza.
Charlie Kirk è l’uomo che ha dichiarato che se vede un pilota di colore ai comandi di un aeroplano si augura che sia qualificato e che ha affermato che le donne nere “non hanno le capacità cerebrali necessarie per essere prese sul serio”. Ma le sue critiche al mondo femminile non riguardano solo le afroamericane: Kirk ha anche dichiarato che il posto delle donne è in cucina, che le donne debbono sottostare al marito e che non debbono assumere posizioni di rilievo nella società.

No, Kirk non meritava di essere ucciso perché, per quanto mi riguarda, nessuno merita di essere ucciso. Perfino Mussolini, perfino i gerarchi nazisti impiccati a Norimberga, avevano il diritto di vivere la propria vita fino alla sua fine naturale . In carcere, certo, per scontare i loro crimini e non più nuocere all’umanità; ma una società che legittima l’omicidio, privato o di stato, non è una società civile e non pratica la giustizia ma la vendetta.
Resta il fatto che Charlie Kirk, invece, predicava proprio la vendetta, privata e di stato. E resta il fatto che, disumano, razzista, sessista, omofobo, predicatore di violenza e di discriminazione, Charlie Kirk ha subito quel fato che lui stesso ha definito un prezzo sopportabile nel nome del diritto di possedere armi. E resta il fatto che la sua morte violenta, per mano peraltro di un appartenente al suo stesso mondo ideologico, non cancella il male che ha seminato e, se ne fa un martire, lo fa di idee aberranti, malate e nefaste.

Condanno – senza alcun dubbio né remora – ogni forma di violenza, e quindi condanno nel modo più deciso l’assassinio di Charlie Kirk, che non esito a definire orrendo e disgustoso. Ma con la stessa decisione affermo che provo lo stesso orrore e lo stesso disgusto per ogni parola che Kirk ha detto nel corso della sua vita politica.
Un disgusto che si estende a chi, oggi, lo proclama santo, eroe e martire.

Giuseppe Riccardo Festa

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