
Da qualche tempo Facebook trabocca di post che parlano di miliardari americani che decidono di donare in beneficenza somme astronomiche; altri post raccontano di personaggi ricchi e famosi che, memori del bene che hanno ricevuto, più o meno silenziosamente ripagano chi li ha aiutati quando erano piccoli, poveri, deboli e indifesi, come il giocatore di baseball Peyton Manning, quello della foto (almeno credo) che è andato in soccorso della sua vecchia maestra elementare, Mrs. Clara Reynolds, che lo aveva incoraggiato a inseguire il suo sogno di diventare da grande, appunto, un campione di baseball. Da qualche parte ho letto che anche Frank Sinatra era molto generoso, a questo riguardo, e non faceva pubblicità alle donazioni che elargiva.
Sono racconti toccanti, edificanti, tanto commoventi. E certo è meritorio che i Warren Buffett, i Bill Gates e gli altri come loro scuotano dal loro portafogli qualcuno dei miliardi di dollari che hanno accumulato per ricordarsi di chi ha bisogno.
C’è però una nota stonata, in tutto questo, e la nota stonata la suonano le istituzioni di quello stesso Paese che così orgogliosamente indica alla pubblica ammirazione i suoi elargitori di elemosine. Ciò perché, per quanto generose esse possano essere, pur sempre di elemosine si tratta, frutto della generosità, o magari del senso di colpa di personaggi che in precedenza, mentre accumulavano ricchezze favolose, non è che fossero poi tanto generosi verso i loro dipendenti. Tanto per fare un altro nome, forse un giorno perfino Elon Musk, che ora si aspetta dal personale delle sue aziende che lavorino, mangino e perfino dormano in ditta, e se gli gira li licenzia senza preavviso; bene, un giorno forse perfino Elon Musk potrebbe prendere qualche diecina delle sue centinaia di miliardi di dollari e offrirla ai bisognosi del mondo.
Ma le istituzioni?
In un mondo civile, vedi poi se chi lo governa si spaccia per cristiano, dovrebbe essere la società, appunto attraverso le istituzioni, a occuparsi dei suoi membri in difficoltà, prima di tutto agendo in modo equo sul piano fiscale. Al contrario, invece, l’orientamento oggi imperante, soprattutto negli stessi USA, vede i potenti concentrati nell’accumulo smodato di ricchezza proprio a scapito della popolazione bisognosa con leggi che riducono l’assistenza per finanziare le riduzioni di tasse dei plutocrati; plutocrati che, a causa di un assurdo cortocircuito, sono stati messi là, a governare, proprio da coloro che oggi si vedono decurtare sussidi, assistenza sanitaria, finanziamenti alla scuola pubblica, e magari (ogni riferimento a Donald Trump è tutt’altro che accidentale) scarica su altri poveri la colpa della povertà di coloro che sta impoverendo ancora di più.
E in Italia? Beh, in Italia abbiamo Matteo Salvini, che non perde occasione per promuovere le sue “paci fiscali”, ossia condoni, che incentivano gli evasori di tasse e contributi a continuare ad evadere, certi che il loro ministro di riferimento non mancherà di offrire loro sostegno morale e soprattutto legale, con i condoni e insistendo sull’adozione della cosiddetta (e anticostituzionale) “flat-tax”, ossia la stessa percentuale di imposizione fiscale su tutte le fasce di reddito, che si sia salariati o megadirettori galattici.
Agli americani sta bene il loro sistema, perché ogni americano sogna di diventare un giorno ricco come Elon Musk. Ed anche a molti italiani sta bene il nostro, perché, ammettiamolo, sono tanti, mentre l’inflazione galoppa, i salari sono fermi e la povertà aumenta, a sognare di poter, un giorno, accedere a un condono, rateizzando il loro debito verso il fisco e magari smettendo di pagare le rate già dalla seconda, perché poi il buon Matteo Salvini promuoverà un’altra “pace fiscale”; e poi un’altra, e un’altra ancora, e così di seguito in un perenne, giocondo e ammiccante girotondo.
Negli USA, ogni tanto qualche plutocrate si fa venire gli scrupoli di coscienza ed elargisce ai poveri qualcuno dei suoi tanti miliardi. Anche in Italia la gente generosa c’è, certo che c’è; ma non appartiene certo all’alta borghesia o al mondo dell’industria e della finanza, dove invece non si fa che accumulare profitti, quando le cose vanno bene, e chiedere pubblici sussidi se le cose vanno male.
Forse, chissà, i plutocrati italiani non hanno ancora accumulato abbastanza miliardi ed è per questo che ancora non fanno sfoggio della loro generosità. Ma di quella generosità io farei tranquillamente a meno, perché una società giusta non si basa sulla speranza che i ricchi donino qualcosa: una società giusta esige che ognuno paghi tutte le tasse che sarebbe giusto pagare, e che chi governa faccia davvero una severa, spietata e doverosa lotta all’evasione.
Ma una società giusta non è che una pia speranza; e si sa qual è la fine che attende chi vive sperando.
Giuseppe Riccardo Festa
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