Bisogna dirlo, ad alta voce, per rendere il dovuto merito al talento di Ludovico Gobbi e Alessandro Verazzi per le luci, di Valeria Donata Bettella per i costumi, di Andrea Belli per le scene e soprattutto di Federico Grazzini per la regia: pochi, nell’allestire un Rigoletto, sarebbero riusciti là dove essi sono riusciti.
Occorre infatti un talento assolutamente fuori dall’ordinario per realizzare un così stupefacente coacervo di volgarità, di pacchianate, di imbarazzanti anacronismi e in conclusione di cocenti insulti allo spirito del melodramma verdiano. Ma essi, riprendendo un precedente allestimento risalente al 2015 (forse il merito, dunque, non va ascritto tutto a loro) hanno conseguito questo tutt’altro che encomiabile risultato.
Va detto che Rigoletto, fra i tanti melodrammi del repertorio classico, è forse quello che più di ogni altro subisce i capricci della smodata ricerca di originalità che da anni affligge registi, e collaboratori dei registi, in vena di “provocazione”, di “aggiornamento”, di “riletture”: Rigoletto ha viaggiato per il mondo: è stato ambientato a New York, a Shanghai, in un parcheggio di periferia, in un isolotto dominato da un gigantesco capoccione di clown, nello Sferisterio di Macerata in una sala da scherma, e, ancora allo Sferisterio di Macerata, quest’anno, riprendendo un allestimento del 2015, in un luna park, collocato non si sa dove, con tanto di biglietteria, anzi, di “Ticket office”, visto che l’insegna sul relativo casotto leggeva, appunto, “Tickets”.

Una gran testa di clown dalla bocca spalancata dominava la scena, e ai suoi lati delle tende a strisce bianche e rosse, un caravan a destra e un furgone-chiosco a sinistra, rispettivamente l’abitazione di Gilda, la figlia di Rigoletto, e “la taverna” di Sparafucile, il sicario, per l’occasione trasformato in venditore di bibite e panini e, nel terzo atto, anche in prosseneta (in parole povere, un magnaccia).
Come è d’uso fra i registi “creativi”, le indicazioni storiche, geografiche e ambientali contenute nel libretto sono state allegramente buttate nel cesso. La Corte del ducato di Mantova del XVI secolo è diventata così, come dicevo sopra, un improbabile luna park senza ombra di attrazioni; i cortigiani si sono trasformati in una massa di sgangherati e sguaiati cloni dei “Blues Brothers”, il duca, a fasi alterne, una specie di capobanda mafioso (primo atto, primo quadro), un impiegato del catasto con tanto di occhiali (primo atto, secondo quadro, vedi illustrazione qui sopra), di nuovo un capobanda (secondo atto), e infine una ridicola imitazione di un coatto da borgata, in stile Verdone, ma senza la sua ironia, nel terzo atto.
Parlavo di anacronismi, e mi spiego. Gli anacronismi sono, per i puristi come me, il macigno che schiaccia le pretese innovistiche (mi si conceda il neologismo) dei registi sedicenti creativi: sono quei dettagli che, nel libretto, vincolano in modo irreversibile i melodrammi al tempo e al luogo in cui sono ambientati.
Qualche esempio, per farmi capire meglio: tanto per cominciare, i personaggi del cartellone, che sono il duca di Mantova, il buffone di corte, il gobbo Rigoletto, il conte di Ceprano e la contessa sua sposa e altri nobili, fra i quali Monterone, del quale il duca ha violentato la figlia.
Intanto Rigoletto: a dispetto delle parole del libretto, quando il coro si chiede quale sia la novità che lo riguarda (Caduta è la gobba, non è più difforme?) questo Rigoletto è obeso, ma non gobbo. Indossa un costume da clown, non si sa bene a quale titolo nel contesto in cui è inserito, il luna park senza attrazioni in cui l’azione è collocata. il duca è il padrone di Rigoletto, ma non si capisce, nell’allestimento, a quale titolo un proprietario di luna park (se tale il duca è secondo Federico Grazzini) possa considerarsi “padrone” e rivolgersi a un suo dipendente dicendogli fa’ ch’io rida, buffone.
Per quanto sia chiaro che la scena iniziale, una festa al palazzo del duca, sia in fondo una specie di orgia, il linguaggio del libretto non consente di scivolare al di sotto dei limiti che comunque erano imposti dall’etichetta in una corte rinascimentale, e quindi gli schiamazzi dei pretesi cortigiani imposti ai coristi, il loro sparare (!) per aria coprendo peraltro, rumorosamente, anche la musica, il loro pestare ritmicamente i piedi in terra, i loro gesti di sguaiata volgarità, sono assolutamente fuori luogo.
Alle nobili proteste di Monterone, nel libretto, il duca replica Mai più, arrestatelo! il che implica un potere politico, non una forza criminale; ma tutto ciò che un allestimento del genere può fare è far portare via Monterone da due dei suddetti “blues brothers”.
Poi, nel secondo atto, il paggio (un soprano) che entra in scena in cerca del duca (al suo sposo parlar vuol la duchessa) è sostituito da una vistosa mignotta che sventola uno smart-phone (le mignotte si sprecano, in questo allestimento del Rigoletto); ed ecco un altro, insormontabile anacronismo: È a caccia rispondono i cortigiani; e lei: Senza paggi, senz’armi? Qualcuno ha spiegato al regista, che probabilmente al libretto ha dato (se gliel’ha data) solo un’occhiata distratta, che da qualche secolo non ci sono più duchi che vanno a caccia con tanto di paggi al seguito, tanto meno partendo da uno sgangherato luna park?
Il culmine si raggiunge nel terzo atto, che Verdi ha immaginato in una landa desolata e deserta e in cui appaiono in scena solo i cinque personaggi che lo interpretano – Rigoletto, Gilda, Sparafucile, sua sorella Maddalena e il duca sotto mentite spoglie (nel libretto un ufficiale di cavalleria, qui, come dicevo, un coatto da operetta). Ciò perché, sul piano drammaturgico, in Verdi era ben chiara l’idea, esaltata nel magnifico e insuperato “Quartetto”, del contrasto fra le loro personalità; già le note con cui l’orchestra apre l’atto, che disegnano una cupa melodia in la minore dei violoncelli sostenuta dai contrabbassi, dipingono bene la desolazione spirituale e il deserto morale, oltre che ambientale, che fanno da cornice alla vicenda.
Il Maestro Riccardo Muti non si stanca mai di ribadire che, nei melodrammi e soprattutto in Verdi, la regia è già nella musica; ma non pretendo certo che i registi “originali” sappiano chi è Riccardo Muti o sappiano leggere uno spartito: per loro la musica, i suoi ritmi e i suoi colori, sono solo la colonna sonora dello spettacolo che intendono mettere in scena, non il vero cuore pulsante dell’Opera. Il regista di questo allestimento, così, avendo trasformato Sparafucile, da semplice e – per così dire – “onesto” assassino anche in un magnaccia, ha pensato bene di inserire nella prima parte dell’atto, quella che culmina nella famosa cavatina La donna è mobile, quattro vistose mignottone e un viado, debitamente sguaiati, vistosamente volgari e, soprattutto, maledettamente fuori luogo.
Finito il quartetto, ecco un altro degli anacronismi più stridenti: M’odi dice Rigoletto alla figlia: oro prendi, un destriero, una veste viril che t’apprestai e per Verona parti, sarovvi io pur doman. Un destriero? Davanti a un luna park con la scritta “Tickets” su un casotto, e al furgone-chiosco di Sparafucile? E ancora: avete mai visto un coatto romano, con la sua brava collana d’oro al collo, esibire anche una spada al fianco? Ovviamente no, e infatti il duca-coatto la spada non ce l’ha. Ma poco importa al regista, che non ci fa caso e sorvola sul fatto che Sparafucile ordina alla sorella di andare dal duca: La spada, s’ei dorme, va’, portami tu. Poi, commesso il delitto, Rigoletto vorrebbe guardare in faccia il cadavere chiuso in un sacco che, lui crede, appartiene al duca, ma si trattiene: dal sacco escono i piedi. Che importa – dice – è ben desso, ecco i suoi sproni. Gli speroni? Quali speroni? Il duca-coatto immaginato dal regista non aveva mica gli speroni.
Una menzione speciale meritano le luci di questo terzo atto durante la scena dell’uccisione di Gilda e della successiva tempesta. Avete presenti le discoteche anni ’70, con le luci rimbalzanti e lampeggianti al ritmo del tormentone estivo di moda? Beh, erano meno pacchiane degli effetti grossolani e fastosamente kitsch ricreati da Alessandro Verazzi ispirandosi a Ludovico Gobbi, ovviamente con la benedizione del regista.
E poi, il tocco finale: dal sacco, Gilda morente chiede perdono al padre e gli promette che dal cielo pregherà per lui. Solo che nel sacco c’è un’altra ragazza: Gilda sbuca da dietro il furgone di Sparafucile (evidentemente, nelle intenzioni del regista, è l’anima della poverina, che già si sta involando) e canta, in piedi, mentre Rigoletto non sa a chi dare il resto e si rivolge ora al fantasma ora al sacco.
Sono andato via sulle ultime note dell’orchestra, mentre partivano gli applausi, per la verità tutt’altro che entusiastici, di un pubblico che si è mostrato freddino durante l’intero spettacolo, anche perché il tenore mostrava qualche incertezza sugli acuti e il baritono tendeva spesso ad anticipare l’orchestra. Unica vera nota positiva della serata, l’onesta direzione di Jordi Bernàcer e l’eccellente prova dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana.
Come sempre faccio, dopo aver assistito a scempi del genere, torno a rivolgere una preghiera ai registi “creativi”: create, create pure. Ma fatelo con opere nuove, non con capolavori che già hanno in sé tutto quello che serve per essere godute e apprezzate e non hanno bisogno delle vostre ricerche di originalità, che fra l’altro sono ormai così ripetitive da essere stucchevoli. E studiate, per favore: storia del teatro, storia della musica, storia del Teatro d’Opera, storia tout-court. Magari riuscirete a comprendere la differenza che c’è fra un melodramma e una pagliacciata. Ancora peggiore sarebbe la situazione se aveste studiato, perché allora queste profanazioni sarebbero frutto non di ignoranza ma di deliberata intenzione.
A giudicare da allestimenti come questo, comunque, appare evidente che voi, questa differenza, non sapete nemmeno dove sta di casa.
Giuseppe Riccardo Festa
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