«Questo misero modo
Tengon l’anime triste di coloro
Che visser sanza infamia e sanza lodo»
Ho letto sui social commenti che più o meno suonavano così: “Io a votare per i referendum non ci vado perché tanto a me non mi licenzia nessuno, non ho un lavoro precario, la mia ditta non subappalta e non ho problemi di nazionalità”. In altri termini, questa gente dice “non sono cavoli miei” (laddove “cavoli”, termine ortofrutticolo, ne sostituisce un altro, inguinale, molto più utilizzato in contesti come questo).
Se la mettiamo sul personale, beh, anche io, beatamente pensionato, non corro il rischio di essere licenziato e ovviamente non svolgo un lavoro precario presso una ditta subappaltatrice. Inoltre, il caso ha voluto che nascessi in Italia da padre e madre italianissimi: dunque, per un fortunato caso, sono nato anche io italiano, non ho avuto bisogno di emigrare, se non internamente dalla solatìa Calabria alle ridenti colline marchigiane.
Alcuni miei parenti, invece, il triste viaggio hanno dovuto farlo, chi in Svizzera chi negli USA, e senza un contratto di lavoro in tasca: l’hanno fatto affidandosi alla sorte. Debbo anche dire, per amor di completezza, che entrambi i miei figli sono emigrati ma non allo sbaraglio: come tanti altri “cervelli in fuga”, splendidamente laureati, essi sono andati in Francia dove hanno trovato datori di lavoro assai più lungimiranti, norme di protezione dei lavoratori ben meno precarizzanti e possibilità di crescita professionale e salariale molto più gratificanti di quelle vigenti nel Bel Paese.
Ciò non toglie che mi stia a cuore chi, meno fortunato di me e dei miei ragazzi, qui in Italia patisce condizioni di lavoro di tutt’altra natura, dal salario da fame alla precarietà, dai rischi professionali alla carenza di sicurezza, alle statistiche che lo danno per occupato anche se in realtà lavora poche ore alla settimana.
Non suoni dunque strano ai miei lettori se, invitandoli (diversamente dal presidente del Senato) ad andare ai seggi, domenica e lunedì, a farsi consegnare le cinque schede (diversamente dalla presidente del Consiglio) e a votare cinque volte sì, nella citazione con cui inizia questo articolo richiamo alla loro memoria il più grande dei poeti italiani, che con quei versi (Inferno, Canto III) si riferisce agli ignavi, ai miserabili incapaci di pensare ad altro che al quadratino di tempo e di spazio che racchiude la loro inutile esistenza, mentre in conclusione cito invece un cantautore: perché anche Dante, a ben guardare, era un cantautore, e scriveva i suoi versi per farli mettere in musica dal suo amico Casella.
No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede. È come una specie di resa. Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere. Parola di Giorgio Gaber.
Giuseppe Riccardo Festa
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