Mi perdonerà chi, beato lui, continua a pensare che nelle cose di Chiesa c’entri davvero un’entità soprannaturale e che davvero, sentendo l’invocazione Veni, creator spiritus che precede l’Extra omnes, lo Spirito Santo Paraclito, terza persona della cristiana divinità, discenda sui cardinali, chiamati a eleggere il successore del papa defunto, per illuminarne la mente onde la scelta sia saggia e lungimirante.
Io, in materia, qualche dubbio ce l’ho.
Senza stare a rievocare il medievale conflitto fra l’imperatore Federico II, suo figlio Manfredi e i pontefici del loro tempo, più re che papi, che usavano la scomunica come una clava, la successiva lotta per le investiture e la conseguente nomina di papi e antipapi (il povero Spirito Santo, suppongo, non sapeva a chi dare il resto), bisogna tuttavia ricordare che fino a Pio X le corone di Spagna, Francia e Austria avevano ed esercitavano pesantemente il diritto di veto sulla scelta dell’eligendo pontefice, così interferendo anche con la divina opinione. Per secoli l’elezione del papa è stata un affare di competenza delle famiglie nobiliari romane e italiane – Barberini, Caetani, Orsini, della Rovere – con occasionali intromissioni di prelati francesi, come durante la cosiddetta “cattività avignonese”, o di origine spagnola, come fu per Alessandro VI Borgia, che peraltro fu anche padre di una numerosa figliolanza. È difficile, fra tanti papi eletti con metodi che spesso non disdegnavano la corruzione e l’omicidio, individuare l’intervento dell’alato Spirito divino, salvo ammettere che le vie del Signore, oltre che infinite, sono anche impunite.
Non è che anche in seguito il papato abbia sempre brillato per lungimiranza e spiritualità: Pio IX fu uno strenuo difensore del potere temporale della Chiesa, notoriamente basato sul falso storico della cosiddetta “donazione di Costantino”, Pio XI si spinse fino a dichiarare che Benito Mussolini era l’uomo inviato dalla Provvidenza, e la posizione di Pio XII fu quantomeno equivoca nei confronti del nazismo e della Shoah.
Venendo a tempi più recenti, sussurri e grida parlano di veleni, scandali, corruzione, partiti contrapposti nella Curia e perfino di omicidi nel pur circoscritto perimetro delle Mura Leonine: basti pensare alla morte mai chiarita di Giovanni Paolo I, al dramma di Emanuela Orlandi, a monsignor Marcinkus, al cardinale Becciu, e a Benedetto XVI, il cui papato è stato travolto dagli scandali, tanto da indurlo al “gran rifiuto”.
È forse proprio per sfuggire all’aria non esattamente salubre di quei corridoi, che papa Bergoglio – non a caso un gesuita, portatore di ostentata umiltà ma anche di oculata astuzia – scelse di abitare altrove, nella residenza di Santa Marta.
Ora tocca a Leone XIV, al secolo Robert Prevost, scelto dal sacro collegio dopo un conclave quanto mai breve. Uno statunitense mezzo peruviano con, pare, anche qualche antenato italiano oltre che francese.
Perché questa scelta? Per opera e virtù dello Spirito Santo, se si presta fede (è il caso di dirlo) all’insegnamento della Chiesa; per motivi ben più prosaici, se si guarda alla storia del passato ed alle circostanze presenti.
Bergoglio, pur nella continuità sostanziale della dottrina, di cui diversamente da Ratzinger si è occupato poco, si è mostrato “parroco del mondo” e si è rifatto alla pratica dell’etica evangelica più che alla sottolineatura degli aspetti dogmatici del suo mandato. Da bravo gesuita, egli aveva capito (e per questo era stato scelto) che, dopo gli scandali che avevano funestato il regno del suo dimissionario predecessore, bisognava riconquistare le masse; così, dando anche sfogo a una sua attitudine naturale, ha eliminato molti formalismi, ha sconvolto i protocolli, si è mostrato cordiale e alla mano, ha saputo anche avvalersi dei mass-media concedendo interviste a radio e televisioni. Non è stato capito da molti intellettuali, che lo hanno trovato rozzo e sempliciotto, ma è piaciuto alle masse, recuperando alla Chiesa un po’ della credibilità e dell’affetto perduti.
Bergoglio non è piaciuto nemmeno a gran parte del mondo cattolico statunitense, che sarà anche cattolico ma prima di tutto è statunitense (sono così anche i francesi, che sono francesi prima di essere qualunque altra cosa) e già da prima, insofferente del controllo e del potere che promanavano da Roma, aveva fra l’altro vistosamente diminuito i contributi alle sue finanze. E non va dimenticata la presidenza Trump, che si pone agli antipodi della predicazione bergogliana, visto che fa di intolleranza, razzismo, egoismo e religiosità manichea i suoi stendardi.
Così, dovendo scegliere il successore di Bergoglio, il sacro collegio non ha dovuto fare altro che sommare due più due.
Il nuovo papa è statunitense, e questo placherà certamente i bollenti spiriti dei cattolici yankee, che si sentono nipoti di zio Sam prima che figli di Dio, ma spunterà anche qualche arma di Trump, che oltre ad avere un concorrente compatriota per il titolo di “prescelto da Dio”, non potrà accusare di antiamericanismo il nuovo papa quando questi predicherà (come ha fatto in passato) contro le deportazioni di massa e contro l’egoismo dell’attuale amministrazione americana.
Egli inoltre è un raffinato intellettuale, il che placherà l’insofferenza destata da Bergoglio tra gli estimatori di Ratzinger; la sua lunga esperienza in Sudamerica lo renderà gradito anche al sud del mondo e gli anni che ha passato a Roma, occupandosi della nomina dei vescovi, gli permetteranno di tenere a bada anche la Curia i cui membri, almeno in parte, debbono la loro nomina a lui.
Sono significativi anche i primi segnali che Leone ha lanciato al mondo, a partire dal nome che si è scelto: un nome che rimanda a Leone Magno che fermò Attila (c’è chi ci vede un’allusione a Putin), ma anche a Leone XIII che promulgò la famosa enciclica “Rerum novarum” (dedicata ai problemi sociali, di cui la Chiesa fino ad allora non si era mai occupata). Egli, inoltre, si è presentato al balcone abbigliato in modo classico (non come Bergoglio che si mostrò con la sola tonaca bianca), ed ha insistito nel suo discorso sulla pace, ha parlato di ecumenismo, si è espresso un po’ in italiano e un po’ in spagnolo (ma non nella sua lingua natale: un segnale a Trump?), mostrando un’evidente intenzione di mediare fra il passato tradizionalista, l’appena trascorsa parentesi novista del suo predecessore, e il futuro complicato che lo aspetta.
In conclusione la scelta dei cardinali si dimostra attenta alla situazione e ai bisogni dei tempi che viviamo.
Poco importa che sia opera dello Spirito Santo o dell’istinto di conservazione; a occhio, sembra una buona scelta.
Non c’è che da sperare che lo sia davvero.
Giuseppe Riccardo Festa
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