NELLA GIORNATA DELLA LOTTA ALLA VIOLENZA SULLE DONNE (che dovrebbe essere ogni giorno)

Nella giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, propongo ai lettori di Cariatinet due estratti dal mio dramma Processo a porte chiuse: le arringhe del difensore dell’imputato e dell’avvocatessa di parte civile. Oso sperare che, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, le parole dei due personaggi, immaginari ma solo fino a un certo punto, soprattutto – purtroppo – per quanto riguarda l’avvocato difensore, possano illustrare da una parte la frusta e abusata banalità delle motivazioni che di solito adduce la difesa di chi usa violenza, che tenta di giustificare l’ingiustificabile con i luoghi comuni della “normalità” dell’imputato e della “provocazione” ascritta alla vittima, e dall’altra, l’esasperazione di chi, donna, deve misurarsi ogni volta con quei luoghi comuni e con la nuova violenza che la vittima, troppo spesso, è costretta a subire nei tribunali.

Ricordiamoci, cari lettori maschi di Cariatinet, che ognuno di noi potrebbe essere un potenziale aggressore. Questo rischio non sarà mai superato se non impariamo a misurarci con i troppi pregiudizi che ancora ci condizionano quando il nostro sguardo si posa su una donna.

Giuseppe Riccardo Festa

L’ARRINGA DELL’AVVOCATO  DIFENSORE DELL’IMPUTATO

Signori della Corte, illustre Presidente,
ogni aspetto del caso, vi prego caldamente,
bisogna esaminarlo attentamente.
Certo, se si guardasse soltanto l’apparenza,
la colpa apparirebbe di schiacciante evidenza
e provata ad usura già in partenza.
Ma, signori, vi prego: fate molta attenzione
e ponderate bene la vostra decisione:
non è di poco conto, la questione.
Chi è il presunto mostro? Chi è il presunto maiale
che avrebbe calpestato in maniera bestiale
colei che lo trascina in tribunale?
È un padre di famiglia. È un gran lavoratore,
integerrimo e onesto commesso viaggiatore,
che lavora ogni giorno dodici ore.
Mai una sola macchia, neppure un precedente
che ne offenda l’onore, il minimo incidente:
è una persona onesta e intraprendente.
per venti giorni al mese viaggia costantemente
su quello stesso treno; incontra tanta gente
per anni ed anni.  E non succede niente.
Siate dunque obiettivi: ma come immaginare
che un uomo tanto serio si possa trasformare
ad un tratto in un sudicio animale?
Cosa, dunque, che cosa? Che cosa ha provocato,
ammesso sia accaduto, e il fatto ci sia stato,
un tanto orrendo e ignobile reato?
Lungi da me, sia chiaro, Signori della Corte,
l’idea di speculare su moda e gonne corte;
ma è il vento che fa  sbattere le porte.
Voglio dire: d’accordo, sulla scena del mondo
la donna ha un ruolo nuovo, un ruolo più profondo
non più solo di madre, ma fecondo:
basato su diritti preziosi ed importanti,
alti, nobili e seri principi, e sacrosanti
su cui siamo d’accordo tutti quanti.
M’inchino, per esempio, alla rappresentante
della parte civile, esempio illuminante
di donna colta e di patrocinante.
Ha la donna, con l’uomo, uguaglianza totale
di diritti e doveri, e deve terminare
il maschilismo, che continua a fare
di lei solo un  oggetto da usare e da tenere
per piacere dell’uomo e per il suo sollazzo:
può pensare il contrario solo un pazzo.
Ma… vorrei rilevare il contrasto stridente,
l’enorme incongruenza, la discrasia evidente
d’un vissuto che spesso è differente,
fatto dei corpi nudi in pose… sbarazzine
(usiamo un eufemismo) di tante signorine
su giornali,  riviste e copertine;
di attrici e ballerine, al cinema e in tivu,
ch’espongono ogni parte, e forse anche di più
del loro corpo, dal torace in giù.
Vestono in questo modo non tanto per celare,
quanto per esibire e far desiderare
le forme, per sedurre ed incantare.
È questo il nuovo corso? è in questo modo, insomma,
mettendo in bella mostra quel che ha sotto la gonna,
che vuol farsi valere oggi la donna?
E qui veniamo al punto. Non arrivo a insinuare
che la provocazione, oggettiva e reale,
sia proprio sempre un fatto intenzionale:
è un fatto di costume e quindi, certamente,
le ragazze, oggigiorno, subiscono l’ambiente.
Ma nulla, ormai, per loro è sconveniente.
Rimane un fatto certo: incontestabilmente
se mostrano sé stesse così serenamente
è per farsi notare dalla gente.
E l’uomo, sottoposto a un tal bombardamento
di sorrisi, di tette e belle cosce al vento
deve star buono e sopportar tacendo.
Perché, signori miei, qui sta l’incongruenza:
c’è una forma sottile, reale di violenza
nelle donne, non solo d’incoerenza.
Ricorrono sfrontate a charme e seduzione
per incantare l’uomo, e indurlo in tentazione
con tanta generosa esibizione;
ma se l’uomo alza un dito per cogliere quel frutto
che lucente e gustoso gli viene offerto tutto,
è un mostro, un assassino, un farabutto.
Direte: non è solo un dito quel che ha alzato
quella sera, sul treno, il mio patrocinato
quando a quella ragazza s’è accostato.
Direte che risulta che le è saltato addosso,
che per farla tacere il viso le ha percosso
e che poi l’ha picchiata a più non posso.
Ma di questo, signori, nessuno è testimone:
nessun altro ha assistito alla colluttazione.
Non si può dire dunque, in conclusione,
che i segni di percosse, vi piaccia o non vi piaccia,
di cui la querelante ha ancora qualche traccia
evidente sul volto e sulle braccia,
non si può dimostrare, e non è dimostrato
che li abbia causati il mio patrocinato;
e il dubbio pure è ben giustificato
che vi sia stato stupro. Nessuno ha visto niente:
lei si dice violata; ma c’è prova evidente
che non fosse, al contrario, consenziente?
Chiedo perciò alla Corte, preclara e illuminata,
la piena assoluzione. In via subordinata,
che al mio cliente sia derubricata
l’accusa, in atti osceni in luogo frequentato,
con tutte le attenuanti da ascrivere al reato
che con la querelante ha consumato.
Perché credo d’avere infine ormai chiarito
che a lei, forse, il rapporto non fu troppo sgradito.
Vi chiediamo giustizia. Ed ho finito.

LA RISPOSTA DELL’AVVOCATA DI PARTE CIVILE

È sempre così, Presidente.
Signori giurati, ogni volta
è lo stesso copione:
si comincia col dare ragione
alla vittima, che ha sopportato
il più infame reato,
salvo poi ammiccare,
e insinuare
che la vittima non è la donna:
la vittima è lo stupratore,
perché il bruto è un uomo d’onore!
La difesa è un diritto.
Ed io devo rispetto al collega,
che, è inevitabile, nega
perfino l’evidenza.
Ma uccide, per Dio, la decenza,
se calpesta il decoro
ed il vero, e trasforma in pattume
la logica, e il senso comune.
Avvocato, non crede che sia
Necessario mostrare, alla fine,
un minimo di fantasia?
Non prova ribrezzo lei stesso
per i graffiti da cesso
che nella sua arringa lei usa
per ribaltare l’accusa?
Io sono una donna, avvocato.
Su quel treno, capisce,
l’imputato,
quell’uomo che adesso arrossisce
e si mostra pentito,
quell’uomo su tutte le donne
 su tutte!
colpendone una,
ha infierito.
Con aria saputa
Lei dice a noi tutte:
ma signore, se voi foste brutte,
non succederebbe.
Se vi metteste il cappotto,
in agosto, e sotto
maglioni, e mutande di lana,
nessuno direbbe “puttana,
vergogna, si copra!”.
Avvocato,
la cosa che più ci fa male
è che nel discorso che ha fatto
non c’è solo banale
retorica, da arringa di tribunale.
Lei, vede,
in quello che ha detto,
purtroppo, lei proprio ci crede:
per lei, in questi casi, per definizione
il maschio ha ragione,
è innocente:
lui, povero caro, subisce,
che cosa può farci? reagisce
a una provocazione.
È nostra, la colpa.
Noi donne, ammiccanti sgualdrine,
con mille moine
tentiamo, insinuiamo,
mostriamo e celiamo…
Suppongo, avvocato,
che lei trovi giusto e scontato,
con queste premesse,
che in certi paesi 
alle donne s’imponga
di coprire i capelli,
e di mettere un velo sul viso,
e anche i guanti alle mani,
per non irretire voi poveri maschi,
applicando le leggi più assurde
dei mussulmani.
Perché quel cerbiatto,
assetato, è andato alla fonte?
Se di soppiatto
arriva il leone, e lo azzanna,
la belva è innocente:
la colpa, è evidente,
è del cervo: morendo di sete,
poteva evitare
d’andare lì a bere
a farsi ammazzare.
Insomma, mi dica, avvocato:
è un passo obbligato,
in questi processi,
che la parte lesa
diventi, per la difesa,
oggetto di persecuzioni,
di squallidi insulti e d’insinuazioni?
Le donne, a sentirvi parlare,
non sono mai vittime
ma subdole tentatrici.
I segni di botte? Le cicatrici?
Non sono affar vostro.
Perché  lui non è un mostro,
è una brava persona!
Lei, la maliarda che l’ha tentato,
non ha lottato,
non s’è ribellata per niente.
Ovviamente:
è una donna, per giunta è carina,
e col reggiseno di trina.
Perciò s’è sdraiata
in mezzo ai sedili,
sul treno deserto, e s’è data,
con gesto ammiccante e sfrontato,
al povero ingenuo,
che con le sue arti ha adescato.
Dico bene, avvocato?
Non è lui che ha picchiato,
lui non ha vomitato
il suo sperma, il suo odore ed il fiato
sul corpo di donna
che aveva umiliato.
Una donna, io aggiungo,
colpevole solo d’avere indossato
una minigonna.
Vergogna, avvocato.
Presidente,
per il più banale incidente
a chi l’ha causato
si ascrive, ovviamente,
la colpa del danno,
e non si cavilla sul suo passato
per dire che è bravo ed onesto,
e quindi, con questo pretesto,
insinuare
che non deve pagare.
Perché, allora,
per un’aggressione sessuale,
per quanto evidente sia la violenza
sul corpo, e l’insulto morale,
si calpesta la sofferenza
di chi l’ha subita,
e l’umiliazione patita?
Perché, santo cielo,
nel nome di quale
valore, o coscienza  morale
la vittima viene aggredita
di nuovo nel modo più vile,
nel tribunale,
da una giustizia al maschile?
Io chiedo un giudizio esemplare.
Nessuno potrà ripagare
L’orrore e il disgusto, l’abuso del corpo
e l’offesa morale
che resterà, permanente,
nello spirito di questa donna,
la sola ed unica
vittima innocente.
Ma lo si gridi con forza,
alla gente;  si dica,
una volta per tutte,
un no vero, sincero e finale,
all’impudenza del male!
Quest’uomo ha commesso un reato:
il più immondo, il più vile,
il più indegno
d’un uomo civile.
Sarebbe sleale anche dire
“Ha sbagliato”:
in questa espressione
c’è già compassione.
Signor Presidente,
ho finito. Io chiedo
che questo imputato,
per quello che ha fatto,
ora paghi.
E che paghi salato.

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