CONDANNE MEDIATICHE E ASSOLUZIONI GIUDIZIARIE

NUOVI GUAI GIUDIZIARI PER MARINO: Così, sbagliando clamorosamente, “La Stampa” di Torino commentava la richiesta del Pubblico Ministero di una condanna a tre anni e quattro mesi per il presunto uso improprio della carta di credito del Comune di Roma e per un’altra accusa riguardante una onlus fondata dall’ex sindaco dell’Urbe.

Invano pochi, fra i quali io – citando anche i casi Tortora e Valpreda – sulla pagina Facebook del quotidiano facevano notare che una richiesta dell’accusa non è una condanna e che comunque una condanna, finché non passa in giudicato (terzo grado di giudizio o omesso ricorso in appello), non è ancora definitiva: i commentatori si sono sbizzarriti nello spalare trionfali palate di letame sul capo di Ignazio Marino.

Poi è venuta l’assoluzione, e non ho letto da parte dei giustizieri da tastiera alcun accenno a scuse. Al contrario, qualcuno ha alluso alla solita magistratura amica della casta; e Orfini, il primo promotore delle dimissioni dell’ex sindaco, ha precisato che la fiducia gli era stata tolta a causa della sua pessima gestione della città.

A mio modesto avviso, Ignazio Marino difetti ne ha tanti, a partire da una certa eccessiva loquacità; ha anche sbagliato, al tempo di quel famoso funerale cafonesco, a non tornare di corsa a Roma. Ma non era poi tutto ‘sto malaccio come sindaco; non peggiore, comunque, del predecessore. Di sicuro non piaceva al papa per certe sue posizioni sulle unioni omosessuali e non piaceva a certi immobiliaristi romani per certi suoi progetti sulle olimpiadi: progetti che per le opere da realizzare prevedevano il recupero di aree degradate, anziché l’utilizzo di terreni degli immobiliaristi medesimi. Il sospetto che le cene e gli scontrini siano stati un’ottima scusa per toglierselo dai piedi è più che legittimo. Che poi il rimedio – da quel punto di vista – sia stato peggiore del male, è un problema di Orfini e del Vaticano.

Per inciso: assoluzioni, per quella storia delle cosiddette spese pazze, ce ne sono state molte, ultimamente, un po’ dappertutto: anche il leghista Cota, quello delle mutande verdi, è stato assolto.

Viene allora il sospetto che noi italiani, forse, siamo un po’ troppo ondivaghi: è già successo con Mani Pulite, quando tutti gridavano contro la classe politica corrotta e inefficiente e inneggiavano ai giudici; poi è arrivato Berlusconi, e i giudici sono diventati criminali giustizialisti senza scrupoli. Poi è arrivato (ve lo ricordate, miei affezionati ventiquattro lettori?) lo scandalo di certi consiglieri regionali che si compravano il SUV coi soldi della regione, e di feste trimalcioniche di altri politici pure laziali. E allora di nuovo tutti a inveire contro tutti, e a fare le pulci su ogni tazzina di caffè, ogni tramezzino e ogni spostamento in taxi dei nostri eletti nelle regioni e nei comuni. Il letame, così, lo si è sparso a pioggia, e si è andati a ravanare nei piè di lista di tutti, incriminando (non si sa mai) tutti, e soprattutto, da parte del pubblico, condannando subito, senza appello e anche solo per sentito dire, tutti.

Gli articoli sulle assoluzioni (per lo più motivate perché “il fatto non sussiste”) non sono stati che trafiletti, quando ci sono stati, mentre quelli sulle imputazioni erano a titoli cubitali con ricca e prolissa e occhiuta abbondanza di dettagli.

Ci sono state anche delle condanne, certo, e questo dimostra che il fenomeno esisteva, esiste, e va giustamente represso. Ma s’impone qualche riflessione.

In primo luogo, i giornali dovrebbero usare di più il metro della prudenza e meno quello dello scoop ad ogni costo: il verbo al condizionale, quando si sbatte il “presunto” ladro in prima pagina, diventa indicativo per i lettori col dente avvelenato, cioè quasi tutti.

In secondo luogo, la magistratura inquirente dovrebbe vagliare con più attenzione le ipotesi accusatorie e le relative prove a supporto, visto che ognuno di questi processi rappresenta un costo, economico e in termini di tempo, per una magistratura giudicante che è cronicamente e scandalosamente in arretrato e a corto di uomini e mezzi.

In terzo luogo, noi tutti dovremmo imparare ad essere più civili, anche perché soprattutto su questo genere di argomenti vale il famoso dettato evangelico: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Chi non ha mai pagato in nero una colf o una riparazione; chi non ha mai scapolato l’IVA sulla fattura del dentista; chi non ha mai fatto una cresta su un rimborso spese; chi non ha mai evitato di pagare la SIAE per una serata musicale; chi non ha mai affittato un appartamento in nero; chi non ha mai evaso il canone RAI o il bollo auto; chi non ha mai tentato di ricorrere a una raccomandazione… (chiudo qui l’elenco dei peccatucci dai quali ci autoassolviamo ma per i quali condanniamo gli altri, anche se sappiamo tutti benissimo che potrei allungarlo parecchio). Ecco: solo chi non ha mai fatto nulla di tutto questo può legittimamente alzare la voce. Quelli che rubavano, o rubano, o ruberanno da posizioni di potere, non sono peggiori di chi commette questi “peccatucci”: sono solo nella condizione di poter commettere peccati più sostanziosi.

E forse, tra i loro censori più arrabbiati, tanti, in realtà, urlano per invidia perché loro, miseria ladra (pure lei), sono costretti ad accontentarsi delle briciole.

Giuseppe Riccardo Festa

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