TRE FICHI CONTRO LE VIPERE

Il rito del primo maggio nel Cosentino dove fede, paura e memoria contadina si incontravano prima dell’alba

Antonio Loiacono

AMARCORD

Il primo maggio, come ieri, in una parte della Calabria che ancora ricorda le stagioni meglio dei calendari, non si usciva di casa senza aver compiuto un gesto minimo e solenne: mangiare tre fichi secchi passati al forno. Tre, non due. Non quattro. Tre. Poi si recitava una preghiera, spesso a San Paolo Apostolo, e ci si affidava a ciò che restava disponibile quando la scienza non arrivava fin dentro i poderi: il rito!

Succedeva nel Cosentino ionico, da queste parti, dove le campagne scendono verso il mare, dove maggio non era soltanto un mese ma un cambio di regime. L’erba si alzava, i sentieri si riaprivano, le pietraie riprendevano a scaldarsi. Con il caldo tornavano anche loro: serpi, aspidi immaginati, vipere vere, e soprattutto la paura. In campagna la paura ha sempre avuto una zoologia precisa.

Quei tre fichi non erano un dessert superstizioso. Erano scorta trasformata in simbolo. Per decenni il fico secco è stato, in queste case, più affidabile del pane fresco: nutriva, durava, si conservava nelle casse di legno, entrava e usciva dall’inverno con discrezione. Tenerne da parte qualcuno, per maggio, significava sottrarre cibo alla necessità per consegnarlo alla protezione. Una scelta non banale, quando nulla avanzava davvero!

Un gesto apotropaico che, in alcune famiglie, ancora oggi resiste!

Le testimonianze popolari raccontano una seconda parte del rito, oggi quasi scomparsa: il passaggio nell’acqua corrente. Un torrente, un rigagnolo, uno scolo di sorgente bastavano. Il capofamiglia attraversava per primo, segnandosi. Poi gli altri, uno alla volta. Non serviva che l’acqua fosse bella; bastava che scorresse. L’acqua ferma conserva, quella viva porta via anche il male: si sperava.

Si tende a liquidare queste pratiche con la parola “folklore”, che spesso è un modo elegante per non capire. In realtà dentro quel gesto convivono strati antichi. Il calendario agricolo mediterraneo ha sempre considerato l’inizio della stagione calda come un passaggio esposto: tempo di fertilità, sì, ma anche di febbri, insetti, morsi, raccolti incerti. Il cristianesimo popolare ha poi dato nomi nuovi a paure molto più vecchie.

Non è casuale la presenza di San Paolo Apostolo. Negli Atti degli Apostoli resiste al morso di una vipera a Malta; tanto è bastato, nei secoli, a farne nel Mezzogiorno una sorta di patrono informale contro i veleni. La devozione segue spesso vie pragmatiche. Si prega chi sembra competente.

Ma sotto il santo affiora altro. Nel mondo greco e romano il serpente era insieme minaccia e guarigione, animale della terra e del confine. Non stupisce che proprio qui nella Calabria dell’antica Magna Grecia, sopravvivano riti che tengono insieme timore, rispetto, distanza. Nemmeno il fico è neutro: frutto di abbondanza, sessualità, durata, domestica ricchezza. Il forno, poi, purifica e asciuga. Trasforma!

E il numero tre? Non si lascia spiegare del tutto, come succede alle tradizioni che hanno continuato a respirare nel tempo. Tre è misura rituale universale, poi cristianizzata nella Trinità. 

Resta una domanda moderna: funzionava? Contro le vipere, naturalmente no. Contro l’angoscia, con ogni probabilità sì. E non è poco. Le comunità contadine costruivano difese simboliche dove mancavano quelle materiali. Il rito ordinava il timore, lo rendeva condivisibile, quasi gestibile.

Oggi di quei fichi restano racconti, qualche memoria domestica, frasi in dialetto dette da chi non c’è più. Eppure la sostanza non è scomparsa: continuiamo tutti, in forme più sofisticate, a cercare piccoli gesti che promettano riparo quando una stagione cambia.

 

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