“SCALA COELI, LA SCALA CHE PORTA LONTANO!”

Il paese calabrese raccontato dalla Germania, tra silenzi, partenze e ritorni mancati

L'ARTICOLO DELLO STUTTGARTER NACHRICHTEN

Antonio Loiacono

“La strada che sale verso Scala Coeli non concede scorci facili. È tortuosa, irregolare, a tratti aspra. Poi, quasi all’improvviso, il paese appare: case chiare aggrappate al pendio, una sopra l’altra, come gradini. È da qui che nasce il nome, Scala Coeli, la scala verso il cielo. Un’immagine potente, quasi biblica. Eppure, oggi, quella scala sembra condurre più spesso altrove che verso l’alto.”

È questo lo sguardo che ha scelto di adottare il quotidiano tedesco Stuttgarter Nachrichten, che lo scorso 26 dicembre ha dedicato a Scala Coeli un ampio reportage firmato da Maria Krell. Un racconto che sorprende per misura e profondità, lontano tanto dalla tentazione folkloristica quanto da quella compassionevole. Nessuna Calabria da cartolina, nessuna retorica del “borgo che muore”. Piuttosto, un’indagine limpida su un luogo reale, abitato da persone reali, che diventa lente attraverso cui osservare un fenomeno molto più vasto.

Scala Coeli viene così trattata non come un’eccezione, ma come un nodo sensibile della geografia europea. Un punto in cui si incontrano storia economica, migrazione, lavoro, identità. Il paese è silenzioso, immerso negli uliveti, sospeso a oltre trecento metri sulle rocce di arenaria. “Di notte –racconta il reportage- il cielo sembra scendere fino alla valle. Non si sente nulla. Ed è proprio questo silenzio a parlare più forte.

Perché dietro la quiete c’è un dato che pesa: lo svuotamento progressivo. Secondo le analisi dell’OCSE, tra il 2002 e il 2021 oltre la metà dei comuni italiani ha perso popolazione, con il Mezzogiorno come epicentro di questa erosione lenta ma costante. Scala Coeli è uno di questi luoghi: dai circa duemila abitanti di inizio anni Novanta, oggi ne resta poco più di un terzo.”

La forza del racconto, però, sta nel modo in cui i numeri vengono restituiti alla carne delle storie. Oscar, 71 anni, guida la giornalista tra i vicoli del centro storico, ricordando quando quei passaggi erano pieni di voci e giochi. “Le case imbiancate, le porte chiuse, gli edifici in vendita a cifre irrisorie non sono scenografia, ma tracce di una trasformazione profonda. Negli anni Settanta –ricorda l’articolo– il paese viveva un’espansione edilizia alimentata dalle rimesse degli emigrati in Germania. Era il tempo in cui si partiva per tornare.

La Germania, in questo racconto, non è solo destinazione ma parte attiva della storia. Il reportage lo ricorda con onestà: il miracolo economico tedesco aveva bisogno di braccia, l’Italia di sbocchi. L’accordo di reclutamento del 1955 fu il ponte. Da lì partirono generazioni di uomini e donne, spesso giovanissimi, destinati a lavori duri, a inverni lunghi, a una lingua sconosciuta.

Rosetta Benvenuto, oggi sessantanovenne, rievoca quella partenza davanti a un caffè nella sua casa di Wernau. Aveva diciotto anni, era appena sposata, non parlava tedesco. Ricorda la solitudine, il freddo, le giornate interminabili. Il ritorno, dice, era sempre previsto. Rimandato di anno in anno, fino a quando la vita — i figli, il lavoro, i servizi — ha reso quel ritorno sempre più difficile. La casa a Scala Coeli è stata costruita, ma il centro della vita si è spostato altrove.”

È qui che il reportage evita ogni semplificazione. Non c’è nostalgia indulgente, né condanna. C’è la constatazione di un circolo vizioso: meno abitanti significano meno servizi; meno servizi spingono nuove partenze. Scuole che chiudono, ospedali lontani, strade trascurate. Le politiche di emergenza — dalle case a un euro agli incentivi fiscali — appaiono come tentativi tardivi di arginare una corrente già forte.

Eppure, tra le righe, affiora qualcosa che somiglia a una possibilità. Non una soluzione, ma una tensione. “Francesco Scalambrino, cresciuto a Waiblingen, racconta di un’infanzia divisa tra due mondi. I suoi genitori sono tornati a Scala da pensionati, chiudendo lì il cerchio della loro vita. Altri, come Domenico Vulcano, riscoprono il paese dopo decenni e iniziano a immaginare un ritorno parziale, intermittente, forse definitivo. Non per nostalgia, ma per scelta.”

C’è qualcosa di raro e prezioso nell’articolo dello Stuttgarter Nachrichten: la capacità di guardare un piccolo paese italiano senza paternalismo e senza folclore. Scala Coeli non viene trasformata in una cartolina malinconica né in un “caso umano” da osservare con distanza. Viene trattata, piuttosto, come un punto sensibile della mappa europea, un luogo in cui si intrecciano storia economica, migrazione, identità e futuro.

Colpisce soprattutto lo sguardo “esterno” ma profondamente rispettoso. È uno sguardo tedesco che non si limita a raccontare l’Italia che perde abitanti, ma ricorda — con onestà storica — quanto la Germania stessa sia stata parte attiva di quel processo. Le partenze non vengono romanticizzate: sono mostrate per ciò che sono state davvero, scelte spesso obbligate, faticose, segnate da solitudine e sacrificio. E proprio per questo il racconto acquista forza morale.

L’articolo funziona perché mette i dati al servizio delle persone, e non il contrario. Le statistiche OCSE sullo spopolamento diventano comprensibili solo quando prendono volto: Oscar che cammina tra i vicoli vuoti, Rosetta che ricorda il freddo e la nostalgia, Francesco che vive tra due appartenenze senza poterle mai fondere del tutto. È lì che la questione smette di essere astratta e diventa politica nel senso più profondo del termine.

C’è poi un elemento che rende il pezzo particolarmente riuscito: non chiude sulla rassegnazione. Pur descrivendo un declino evidente, lascia spazio a una possibilità fragile ma reale, incarnata da chi torna, da chi pensa di comprare una casa, da chi non ha reciso del tutto il filo. Non è ottimismo facile, ma nemmeno resa. È una sospensione carica di responsabilità.

In questo senso, l’articolo parla sì di Scala Coeli, ma in realtà interroga l’Europa intera: cosa facciamo dei luoghi che abbiamo svuotato? Che valore diamo alla continuità, alla memoria, alla vita fuori dalle grandi città? E soprattutto: chi se ne assume la responsabilità?

È un giornalismo che non alza la voce, non semplifica, non consola. Ma accompagna il lettore dentro una realtà complessa e lo lascia lì, con una domanda che pesa. Ed è esattamente quello che il buon giornalismo dovrebbe fare.

 

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