SANREMO, L’ULTIMA SERATA

La kermesse si conclude, dopo cinque interminabili maratone, con molte conferme e ben poche novità. Risparmio ai miei pazienti lettori lo strazio di un ennesimo resoconto dettagliato di ogni performance per ammannir loro qualche mia riflessione generale.

Come ampiamente previsto e prevedibile, vincono Mahmood e Blanco, rappresentanti della forma espressiva vocale e strumentale attualmente più in voga che io, caparbiamente legato a schemi forse superati, continuo a faticare a definire musica: per me – ripeto: per me – si tratta di suoni certamente organizzati, ma dal mio concetto di musica li separa l’assenza di una struttura definita, la totale mancanza di cantabilità e la sostanziale sgradevolezza di fondo, in specie quando penso alla voce di Mahmood.

Ma Amadeus ha saputo cogliere lo spirito dei tempi e ha affollato il festival di rappresentanti di questa forma di espressione vocale e strumentale pur senza omettere, astutamente, di offrire un contentino anche a chi, come me, resta legato ai vecchi, cari ed evidentemente superati concetti e schemi.

Un contentino, grazie ai premi collaterali, è stato offerto anche a chi canta davvero, come Massimo Ranieri, e a chi fa musica davvero, come Elisa (premio questo tanto più ricco di significati in quanto assegnato dai musicisti dell’orchestra).

Detto questo, rilevo che il festival continua a giocare sull’equivoco definendosi, appunto, festival “della canzone italiana” mentre in realtà dovrebbe chiamarsi “festival del cantante”, o meglio ancora “del performer”, non necessariamente italiano (visto che partecipava anche una cantante spagnola): lo dimostrano la maggiore evidenza data nelle classifiche ai nomi degli interpreti rispetto ai titoli dei pezzi e l’inclusione, nella classifica finale, dell’esito della serata delle cover, molte delle quali straniere.

A questo proposito, non posso non mettere in evidenza anche quanto, durante le esibizioni, l’apparenza abbia avuto la tendenza a prevalere sulla sostanza: grazie alla complicità di stilisti desiderosi, anche loro, di farsi notare a qualunque costo (“parlate male di me ma parlate di me”), con ben poche eccezioni i cantanti, uomini e donne, hanno fatto a gara nell’esibire eccentricità, trasparenze, nudità e provocazioni che ben poco avevano a che fare con quella che avrebbe dovuto essere la vera sostanza del festival: proporre canzoni. I risultati sono stati a volte grotteschi, come quello dei troppi cantanti maschi che esibiscono i murales tatuati sui loro toraci nudi, di Sangiovanni vestito come un fesso mentre canta il verso “Magari poi vestirmi come un fesso…” (da “A muso duro” di Pierangelo Bertoli), o di Emma che canta “Ogni volta è così”, nell’ultima serata, stigmatizzando a occhio e croce (la lettura del testo, piuttosto confuso, dà questa idea) chi giudica delle donne solo l’appetibilità sessuale, ma lo fa indossando un abito che sottolinea la sua appetibilità sessuale.

Io, l’ho già detto e ci tengo a ripeterlo, sono legato a schemi antichi, forse addirittura vetusti. Capisco che sui palchi dei concerti rock si faccia spettacolo aggiungendo alla musica di tutto e di più: il pubblico di quei concerti se lo aspetta e ha il diritto di ottenerlo; ma non posso dimenticare quei grandi – Sinatra, Aznavour, Conte, Mina, Nina Simone, Becaud, Montant, Armstrong, Modugno e perfino i miei amatissimi Beatles – che nei concerti cantavano, interpretavano canzoni e basta, e incantavano il pubblico con la musica, le parole, il talento interpretativo. E non posso non sottolineare, ancora una volta, quanto invece questi aspetti siano secondari, quando non del tutto marginali, nelle performance – a petto nudo, a piedi nudi, con vestiti stravaganti, con movimenti scomposti e non di rado volgari, con ammiccamenti erotici – cui oramai da anni si assiste durante il festival di Sanremo: quello che dovrebbe segnare, al contrario, l’apoteosi dei valori intrinseci, assoluti in senso musicale e poetico, della canzone italiana.

Cosa resterà di questa edizione? Probabilmente ciò che è restato delle precedenti, ossia ben poco: a ben guardare, come ormai è risaputo, chiunque sia il direttore artistico e quali che siano i suoi orientamenti e le sue motivazioni, alla fine solo una sparuta pattuglia dei brani proposti nei festival sopravvive allo spietato vaglio del tempo; a maggior ragione al giorno d’oggi, in cui la fretta del consumo brucia i prodotti di qualunque genere – dall’arte alla moda, dalla musica alla politica – nel giro di pochi mesi quando non di poche settimane.

Boom di ascolti, dunque, e tutti contenti: il festival, quest’anno, ha fatto il botto e gli ha arriso il successo più strepitoso. Sommessamente, però, mi permetto di rammentare una vecchia legge economica: la quantità esclude la qualità. E questo vale per tutti i prodotti, quale che sia il mercato cui sono destinati, incluso il mercato, quanto mai volatile ed effimero, delle mode musicali. In altri termini, non necessariamente il successo è parente della gloria.

Giunto alla fine di questa riflessione, rendendomi conto di essere diventato un tantino pedante, mi scuso con i miei pazienti lettori e prometto: non succederà più. Come già avevo anticipato, l’anno prossimo, proprio in coincidenza col festival, sarò inderogabilmente impegnato a contare le piume sulla coda degli struzzi della Patagonia.

Con immenso sollievo, di sicuro mio e probabilmente dei miei pazienti lettori, anche se forse con qualche recriminazione da parte degli struzzi della Patagonia.

Giuseppe Riccardo Festa

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