SANREMO: I MAGNIFICI (?) SETTE

Vi avevo avvertito, anzi, minacciato, anzi, promesso, che vi avrei detto la mia sul Festival. E quindi eccomi qui. Mia moglie mi teneva il muso perché voleva vedere un film ma ho tenuto duro e alla fine anche lei lo ha guardato insieme a me. Abbiamo anche litigato un po’ perché io ho trovato l’esibizione della Carrà alquanto imbarazzante, e lei invece (la Carrà non le è mai piaciuta, ma doveva farmi pagare la mancata visione del film) l’ha difesa a spada tratta: sosteneva che non s’è rifatta, che per la sua età si difende bene, eccetera. Io dicevo che ad una certa età sarebbe meglio, se proprio ci si vuole esibire, evitare atteggiamenti da adolescente. Non ce l’ho solo con la Carrà: trovo patetico anche Mick Jagger, oramai. Vabbè, ma la mia promessa riguardava i cantanti, come si dice, “in gara”. Dopo un inizio diviso fra malfunzionamenti sul palco e disperati sulle impalcature, che Fabio Fazio è riuscito a gestire da par suo, e una bella esecuzione di “Creuza de ma’” da parte di un Ligabue riveduto e corretto, finalmente abbiamo ascoltato Arisa, la prima “big” in concorso. A parte la voce oggettivamente bellissima, qualcosa di big Arisa ce l’ha: il pettorale. Ieri lo esibiva dietro velature neanche tanto velate: a occhio e croce una sesta abbondante, che uno si meraviglia che non cada in avanti quando cammina. Per evitare il rischio, infatti, durante l’esibizione s’è tolta le scarpe. Serata incentrata su sette cantanti; ogni cantante presentava due canzoni, una sola delle quali sarebbe poi passata al turno successivo. Il primo pezzo di Arisa s’intitolava “Lentamente (il primo che passa)”. Testo originale, musica niente di nuovo, ma con l’originalismo privo di creatività che impera (che poi è cialtroneria), non è detto che sia un male. Arrangiamento prevedibile, col consueto crescendo orchestrale. La seconda canzone, “Controvento”, invece era banale e insignificante anche nel testo, dall’arrangiamento presuntuoso con tanto di stacchetto ritornante eseguito da un oboe. Il talento della cantante non ha salvato una canzone inutile, che ovviamente è stata quella che ha passato il turno. Non credo che ad Arisa la cosa abbia fatto piacere, visto che della prima è coautrice. Il secondo cantante (vabbè, si fa per dire) in gara era tale Frankie High NRG, la cui prima canzone (vabbè, si continua a far per dire) s’intitola “Un uomo è vivo”. Si tratta di un rap, roba che notoriamente con la musica ha un rapporto di parentela vago e remoto, giusto perché di tutto ciò che è musica possiede solo l’elemento ritmo. Nella fattispecie si trattava di una filastrocca pomposamente pseudo-filosofica, una sequela di frasi fatte e luoghi comuni, roba da tema di un ginnasiale seminarista. Infatti ricordava un po’ un’omelia; e a pensarci bene anche il cantante (continuo a far per dire) un po’ l’aria da viceparroco ce l’ha. Seconda esibizione del viceparroco con “Pedala”. Il ritmo, in questo caso, era reggae, e non per questo più facile da reggere. Testo basato sulla nota massima filosofica “L’hai voluta la bicicletta, adesso pedala”. Passa il turno questo acuto invito socio-politico, ma non è che se fosse passata l’omelia la differenza sarebbe poi stata tanta. È poi toccato ad Antonella Ruggiero, ex voce guida dei Matia Bazar dei tempi d’oro. Il suo primo pezzo s’intitolava “Quando balliamo”. La Ruggiero evidentemente dal ballo riceve stimoli negativi. Il pezzo è musicalmente estremamente noioso e fra un acuto e l’altro il birignao della cantante non lascia capire una sola parola del testo. Secondo pezzo “Da lontano”, un’altra pesantissima lagna, pensata solo per permettere alla Ruggiero di miagolare i suoi comunque notevoli acuti. Il testo anche in questo caso è pressoché incomprensibile, ma tanto il poco che si capisce non significa niente. Per la cronaca, passa il turno la seconda lagna. Rafael Gualazzi arriva accompagnato da un tipo strano dal nome incomprensibile, che indossa una maschera, una via di mezzo fra il passamontagna e il preservativo (propendo per la seconda similitudine, data la natura della testa che indossava il capo). Esordiscono con “Tanto ci sei”, con accompagnamento di coro gospel. Sound blues, testo invariabilmente cretino. La musica però è gradevole. Con l’uomo dal preservativo in testa che zompetta qua e là per il palco grattando una chitarra, Gualazzi canta poi “Liberi o no”, sempre accompagnato dal coro gospel e abbandonandosi a orribili acuti in falsetto. Il testo è sempre cretino, la musica accattivante, ma in fondo niente di che. Passa il turno questa, che in effetti è più divertente. Segue Cristiano De Andrè, portatore, oltre che di un nome ingombrante, anche di una non meno ingombrante pancia, che gli dà qualche fastidio quando imbraccia una chitarra. Poi si giustifica: ha smesso di fumare e così è ingrassato. Il suo primo pezzo è un lungo recitativo, “Invisibili”, che interpreta su un registro troppo basso, tanto che si fa fatica a capire cosa dica. La voce ricorda in maniera impressionante quella del ben più geniale genitore. La seconda canzone è “Il cielo è vuoto”: un altro recitativo, sempre due decibel sotto il rutto. Ma che noia! Ah, no, poi si mette a cantare. E riecco il recitativo. Secondo me, comunque, Cristiano scommette di più su questa, che infatti poi passa il turno. Ed ecco i Perturbazione, un gruppo tutto al maschile. Incredibile: indossano tutti lo smoking. Fazio dice che sono imperdibili. Ascoltando la loro prima canzone gli do ragione: “L’unica” è un pezzo gradevolissimo, originale, dal testo originale e simpatico, un bel ritmo e melodia gradevole. Finalmente una canzone divertente! Segue “L’Italia vista dal bar”. Titolo intrigante, sentiamo. Bel ritmo, ma testo prevedibile: una via di mezzo fra Toto Cutugno e “La terra dei cachi” di Elio e le Storie Tese. Roba già sentita. Come è giusto, passa il turno “L’Unica”. Giusi Ferreri, l’ultima in gara stasera, entra in scena dopo una memorabile esibizione di Cat Stevens, che spinge il pubblico a tributargli ben due standing ovation. Poveretta. Per giunta, come prima canzone propone “L’amore possiede il bene”: ragazzi, che titolo presuntuoso. Dirige l’orchestra il maestro Beppe Versicchio, che pareva non ci fosse ma si è conservato per il finale: dulcis in fundo. Vabbè, torno a far per dire. La canzone non sa né di me né di te. Ultima canzone in gara, “Ti porto a cena con me”. Grazie, Giusi, declino: la canzone, tragica e cupa, mi ha fatto passare l’appetito. Comunque, anche se nel testo c’è la parola “bugia” (“bugia”, “pazzia”, “le mani tue”, eccetera eccetera, sono parole che a sentirle, nelle canzoni, ma fanno venire l’orticaria), è migliore della prima. E infatti passa il turno. Uff, per stasera è finita. Resta un fatto inequivocabile: delle quattordici canzoni in gara, nessuna ha superato il test della memoria del mattino dopo. Per dire: “Nel Blu dipinto di Blu”, “Un cuore matto”, “Non ho l’età”, o addirittura “Quando dico che ti amo”, col suo “po-po-po-po”, la mattina dopo la canticchiavano tutti. Di queste qui, nessuna ha un tema, un riff, una miserabile triade di note che rimanga nella memoria già al primo ascolto. Fortuna che c’era Cat Stevens. Ah, dimenticavo: anche lo stacco-coscia di Laetitia Casta era tutt’altro che male. Grazie a tanta grazia, uno manco ci fa caso alla voce incerta e alle legnosità mentre balla. Anche Luciana Littizzetto mi è sembrata un po’ sottotono. Certe trovatine (il costume da gallina, il collare ortopedico) secondo me avrebbe fatto meglio a risparmiarsele. Ma ha detto “culo” un paio di volte, ed ha salvato la situazione. Alla prossima! Giuseppe Riccardo Festa

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