ROBERTO BAGGIO, LE RAGIONI DI UN ETERNO INCOMPIUTO IN 90 MINUTI.

di Marco Toccafondi Barni


Provare a svelare “l’enigma Baggio”. Sì, un onesto tentativo per capire le recondite ragioni per cui un ragazzino nato per ispirare sogni non lo ha mai fatto veramente fino in fondo. Pare questo l’obiettivo principale del discreto film “Il Divin codino”, per la regia della giovane regista Letizia Lamartire e proposto in questi giorni da Netflix. Proprio così, il film ha pregi e difetti, ma un indubbio merito: provare a capire l’uomo ancor prima che il campione, anzi proprio quell’ uomo che stando dentro all’ atleta ha impedito al diamante calcistico più puro mai nato in Italia, una sorta di Messi Ante Litteram, di diventare unico e consacrarsi così alla storia e al grande “Dio del calcio”. Alla pari di un Maradona, un Pelè o un Di Stèfano a tinte tricolori.

E invece no, la storia non è andata così, nonostante un talento che come le comete passa 1 volta ogni mezzo secolo. No, colui che venne subito soprannominato Raffaello, in onore al grande Sanzio e che in realtà, per fantasia e giocate strabilianti e a volte sbilenche ricordava più Picasso e i futuristi, è sempre rimasto un eterno incompiuto. Oggi si direbbe, per parlar moderno, un mix di “fragilità resiliente”. E’ proprio così che il film della Lamartire, eccessivamente criticato da chi capisce poco di calcio e forse pure di cinema, lo descrive e nel contempo prova a spiegare un oscuro enigma del calcio nostrano: il più talentuoso calciatore della storia italiana che non sfonda né con i grandi allenatori né con le 3 migliori squadre d’Italia, eccezion fatta per un breve periodo in bianconero.

Troppe le fragilità, evidentemente, in un uomo buono, che sceglie la via del buddismo e della fede, grazie all’ amico Maurizio, per sfuggire ai demoni personali: un rapporto bello quanto freddo col papà Florindo e alcuni gravi infortuni che ne condizionano la carriera fin dagli albori nella natia provincia di Vicenza. Anche per questo il nostro “Raffaello futurista” non è mai sbocciato come la sua classe infinita avrebbe facilmente permesso.

In ogni caso anche il “Dio tricolore del pallone” ha un suo film adesso che, a differenza della brutta serie tv dedicata a Francesco Totti su SKY, risulta almeno un lungometraggio discreto. Niente di più. La regista, infatti, fa un buon lavoro dal punto di vista dei dettagli e della ricostruzione storica. Ne esce dunque un buon film, incentrato come detto quasi esclusivamente sul rapporto un po’ distante tra il figlio (Roby) e il padre (Florindo), tuttavia molto intenso e fatto di frasi e tenerezze non dette, ma con una base di grande amore reciproco e profondo rispetto. Ottima anche la prova di Andrea Pennacchi nel ruolo del papà, buona quella quella del protagonista, Andrea Arcangeli, perfetta e discreta quella di Valentina Bellè nel ruolo di Andreina, storica fidanzata e poi moglie del calciatore. Tuttavia il lavoro della Lamartire ha 2 difetti che lo rendono discreto sì, ma non indimenticabile. 1) – Il film inizia e si snoda con il famoso rigore che Baggio sbagliò nella finalissima dei mondiali statunitensi del 1994 contro il Brasile. Un penalty considerato maledetto dallo stesso Baggio, l’unico che il “Raffaello da Caldogno” tirerà alto per sua stessa ammissione, anziché dipingere un’ opera d’arte grazie ai suoi piedi fatati.

Tuttavia pochi ricordano che non era così decisivo,perché il Brasile avrebbe comunque dovuto sbagliare il suo quinto tiro dal dischetto e anche così gli azzurri se la sarebbero giocata ad oltranza, non avrebbero vinto il loro 4° titolo mondiale. 2) – L’opera è poi incomprensibilmente sbrigativa per quanto riguarda il periodo alla Fiorentina, un’ omissione che ha veramente dell’ incredibile se si vuol raccontare la storia di Roberto Baggio. Non soltanto perché sono stati i suoi anni migliori come calciatore e artista del calcio nostrano (non a caso il suo miglior mondiale non fu quello del 1994, al di là del rigore sbagliato, come cantava De Gregori, bensì quello del 1990 in Italia), ma soprattutto perché non si narra di quella “illogica passione” che nasce in molte persone grazie a questo bellissimo gioco, visto che quando i Pontello cedettero il miglior giocatore della storia italiana, uno che non si era mai visto né sulle rive dell’ Arno né altrove, proprio ai rivali della Juventus allora Firenze venne messa a ferro e fuoco dalla tifoseria viola.

Fu “il tradimento” e forse allora un ragazzino dotato di un talento che tocca soltanto a 1 su 1 milione (come nel film afferma suo padre) si trasformò in un uomo talvolta incompleto, sicuramente problematico con i migliori allenatori d’ Italia.

Insomma, ” Il divin codino” è senz’altro un ottimo prodotto e quindi lo consiglio a chi vuol passare un’ ora e mezzo davanti al televisore, tuttavia più che la storia di Baggio racconta il rapporto tra un padre un po’ burbero e troppo esigente con un figlio dal talento sconfinato, ma destinato a rimanere un incompiuto quando avrebbe potuto essere un Dio dell’ Olimpo del calcio.

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