RISALE AL 1741 L’INTITOLAZIONE DELLA NOSTRA CATTEDRALE A SAN MICHELE ARCANGELO, AD OPERA DEL VESCOVO CARLO RONCHI (1732-1764)

Mercoledi 29 settembre la Parrocchia della Concattedrale celebra la Festa di S. Michele Arcangelo, con momenti di preghiera ed anche di svago (musica e crespelle). Lodevole iniziativa, che rinverdisce la memoria delle nostre tradizioni storico-religiose.

di Franco LIGUORI, storico

La festa di San Michele Arcangelo, titolare della Parrocchia della Concattedrale della nostra Città, opportunamente ideata e programmata, per la prima volta, dall’attuale parroco don Gino Esposito e organizzata in un triduo (26-27-28 settembre) in onore del Santo e in una giornata di Festa (mercoledi 29 settembre), con momenti religiosi ( santa messa, adorazione, benedizione) e civili (dalle 19,30: festa insieme in piazza, con musica e crespelle), ci dà l’opportunità di scrivere una nota storica sulla intitolazione della Chiesa-Cattedrale di Cariati, ed anche sulla devozione popolare dei Cariatesi e sulle vicende storiche della nostra Diocesi. La  nostra Cattedrale, a voler essere più precisi sul piano storico, è, dal 1986, Concattedrale dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati. Ha cessato di godere del titolo di “cattedrale” il 30 settembre del 1986, esattamente 35 anni or sono, data di emissione di un decreto di papa Giovanni Paolo II (Karol Woitila), che univa in perpetuum a Rossano un piccolo troncone (quello corrispondente ai comuni cosentini di Cariati, Scala Coeli e Terravecchia e relative parrocchie) della già autonoma Diocesi di Cariati, istituita nel lontano 1437 ed esistita come tale fino al 1979, allorquando le furono sottratti tutti i paesi ricadenti nell’allora provincia di Catanzaro (oggi Crotone), fra cui Crucoli, Cirò, Cirò Marina, Melissa, Strongoli ed altri,  che furono assegnati alla nuova Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina.  Dal 30 settembre del 1986, dunque, c’è l’Arcidiocesi di Rossano-Cariati, con la Cattedrale dell’Achiropita in Rossano e la Concattedrale S. Michele Arcangelo in Cariati. La sede vescovile di Cariati ebbe una vita plurisecolare e assunse la denominazione di Diocesi di Cariati nel 1818, allorquando inglobò i territori delle soppresse piccole diocesi di Cerenzia, Umbriatico e Strongoli, divenendo una delle più estese diocesi della Calabria, con una ventina di paesi sotto la sua giurisdizione. Il primo vescovo della diocesi ingrandita fu Gelasio Serao, antenato della scrittrice Matilde Serao, che regnò dal 1819 al 1838. Dopo di lui a reggere la Diocesi di Cariati, fu Nicola Golia, originario di Marzi, piccolo paese vicino a Cosenza, che rimase in carica per ben 34 anni, dal 1839, anno della sua nomina, al 1873, anno della sua morte, avvenuta in Cariati, nel Palazzo vescovile. Sepolto inizialmente al Cimitero, nella chiesa degli Osservanti, nel 1911 le sue ossa furono traslate in Cattedrale, dove sono tuttora, come ricorda una lapide marmorea  apposta sulla parete murale vicina al battistero. Il nome del vescovo Golia rimane indissolubilmente legato al rifacimento e alla riedificazione quasi totale della Cattedrale di Cariati, che, al suo arrivo (1839), risultava essere un modesto edificio sacro piuttosto angusto e un po’ fatiscente. Così scrive a tal proposito un suo biografo (F.M. De Bonis), a lui contemporaneo : “Vide l’angustia del Duomo e novello edifizio fece sorgere dalle fondamenta, senza badare all’enorme spesa lo adornò di marmorei altari, di stupendi affreschi e di ricchi utensili e tale tempio ora è l’onore, il pregio e la gloria dei Cariatesi”. E, in effetti, dopo aver raccolto la somma necessaria, contribuendovi anche con mezzi propri, mons. Golia, intorno al 1846, diede inizio ai lavori di rifacimento e di riedificazione della nostra Cattedrale. La progettazione  venne affidata all’architetto napoletano Orazio Dentice, seguace della corrente artistica del Neorinascimento, ben noto a Napoli per numerose realizzazioni in stile neoclassico; dell’esecuzione dei lavori fu incaricato il capomastro Carmine Ruggero da Mandatoriccio. La nuova struttura, in stile perfettamente neoclassico, fu inaugurata dal vescovo Golia la quarta domenica di ottobre del 1857, con la riconferma della dedicazione a San Michele Arcangelo, voluta nel 1741 dal vescovo Carlo Ronchi. Risalendo indietro nel tempo, i documenti d’archivio ci dicono che originariamente, nel lontano 1437, quando  Cariati fu elevata a sede vescovile (ad opera di Papa Eugenio IV, su sollecitazione della Principessa Covella Ruffo)  la Cattedrale era intitolata all’apostolo San Pietro e che nel Seicento i “titolari” della nostra Cattedrale diventarono due: San Pietro e San Paolo. Tale intitolazione rimase fino al Settecento, quando Carlo Ronchi , dopo importanti lavori di restauro e di abbellimento da lui operati, la consacrò, il 29 settembre del 1741, a San Michele Arcangelo, senza cancellare il titolo precedente dei Santi Pietro e Paolo. La notizia è di sicura attendibilità perché ci è data da un documento manoscritto ancora oggi custodito nell’Archivio Vescovile di Cariati, stilato al tempo dell’episcopato dello stesso Ronchi, in cui così si legge:

“Il medesimo e reverend.mo D. Carlo Ronchi ai 29 di settembre dell’anno 1741 doppo avere riedificato, come s’è detto, la suddetta Chiesa Cattedrale solennemente la consagrò sotto il titolo del gloriosissimo Principe San Michele Arcangelo e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo”.

I santi “titolari” della nostra cattedrale e la devozione popolare dei Cariatesi

Da studioso della storia e delle tradizioni popolari della nostra comunità, mi sono sempre chiesto come mai i santi titolari nella nostra chiesa-cattedrale (San Pietro, San Paolo, San Michele Arcangelo) non abbiano mai goduto di una particolare devozione fra la nostra gente, che li ha in qualche modo “trascurati”, riversando tutta la sua  venerazione sui santi Cataldo e Leonardo, scelti rispettivamente come protettore e patrono della città La mia spiegazione è questa: i santi titolari della nostra chiesa principale (la Cattedrale) sono stati, in qualche modo, scelti “dall’alto”, cioè dai vescovi, uomini di chiesa che, non provenendo dal tessuto sociale  locale ma da altre realtà socio-culturali (quelle delle loro terre d’origine), hanno operato delle scelte non in linea con le radicate tradizioni religiose dei Cariatesi, i quali non hanno tenuto conto delle “dedicazioni dall’alto” operate dai vescovi e hanno continuato a venerare i santi a loro più cari: San Cataldo e San Leonardo.

Anche i vescovi, a questo punto, hanno preso atto di ciò , assecondando la devozione popolare verso i due santi sopracitati. Negli Atti di un sinodo svoltosi nella nostra cattedrale nel 1726, sotto l’episcopato di Giovanni Tria, viene frequentemente invocata la protezione e l’intercessione, dei Santi Leonardus et Cataldus, “huius Civitatis Patronum”(=patroni di questa Città). San Cataldo e San Leonardo, quindi, hanno sempre riscosso la simpatia e conquistato tutta la devozione più grande dei Cariatesi, perché il loro culto è radicato nella loro storia. Tradizioni leggendarie a parte, il culto di San Cataldo è giunto fra la gente di Cariati, popolo di pescatori, da Taranto, come conseguenza dei frequenti contatti che da tempo immemorabile intercorrono tra i nostri marinai e quelli della città marinara pugliese, dove ancora oggi Cariati è ricordata nella toponomastica locale, con una Via Cariati (lo scalo portuale di Taranto Vecchia, dove c’è il mercato delle cozze) ed una Piazzetta Cariati  (già sede della Dogana del Pesce). A ricordare l’origine tarantina del culto di San Cataldo è anche un celebre canto popolare, che così recita: “Santu Catavru chi di Tarantu venisti / e di Cariati t’inni ‘nnamurasti; / ‘mmenz’a ddui vadduni ti mintisti / i chjavi i ru paisi ti piasti, / Sinnicu e prutetturu ti facisti.. Anche il culto di San Leonardo non è casuale e trova spiegazione nelle vicende storiche di Cariati, se pensiamo che esso ricevette un particolare incremento nei secoli XVI e XVII, allorchè Cariati ebbe a subire ripetute e rovinose incursioni da parte dei pirati turchi e barbareschi, che, a quell’epoca, infestavano il Mediterraneo, rubando, saccheggiando i paesi costieri e facendo prigionieri molte persone, per la  liberazione delle quali si chiedevano esosi riscatti. Il culto per San Leonardo, di origini probabilmente più antiche, si diffuse maggiormente nel popolo di Cariati, al tempo di quelle rovinose incursioni. I Cariatesi trovarono nel santo, che è patrono dei prigionieri, un celeste custode dai frequenti attacchi dei pirati turchi, che nel 1544 distrussero il paese, facendo prigioniera gran parte della popolazione, compreso il vescovo (Giovanni Carnuti), che fu portato ad Algeri, dove morì in cattività. In un documento del 1746 San Leonardo è detto “Padrone Principale della Città”. Lo stesso documento riferisce che di San Leonardo “con gran pompa si celebra la solennità di prima classe coll’ottava ai 6 di novembre, portandosi per la Città processionalmente la statua di detto glorioso santo”. Da un altro documento, riguardante il bilancio del Comune dell’anno 1741, apprendiamo che la Città di Cariati era tenuta al pagamento della somma di 60 ducati “per polvere, artifici di fuoco, e rinfreschi che si fanno nella festa di San Leonardo”. E la festa di San Leonardo, ancora oggi, con l’intervento del sindaco affiancato dalle guardie che inalberano il gonfalone del Comune, è una festa con una grande valenza civile, oltre che religiosa.  Ci piace ricordare che ci fu nel Settecento un grande vescovo, che resse la Diocesi di Cariati dal 1720 al 1726, Giovanni Andrea Tria (originario di Laterza, in Puglia), molto colto (aveva studiato a Napoli, laureandosi in ambo le leggi; fu anche fine letterato, iscritto all’Accademia dell’Arcadia), che comprese molto bene la realtà sociale di Cariati e della sua Diocesi, cercando di elevare, nei limiti del possibile, il livello culturale della popolazione, da lui stesso definita “rozza e ignorante”, in una sua relazione (1725). Il vescovo Tria si preoccupò anche di abbellire ed arricchire di statue la nostra Cattedrale, facendo venire da Napoli quattro statue: dei titolari della Cattedrale (all’epoca, San Pietro e San Paolo) e dei Patroni della Città (San Cataldo e San Leonardo). Queste statue lignee, eseguite in botteghe artigiane napoletane, tranne una (quella di San Paolo, andata distrutta ) sono ancora nella nostra Cattedrale, a testimonianza della plurisecolare storia vescovile di Cariati e della devozione popolare dei cariatesi.

 

Conclusioni

Tornando a San Michele Arcangelo, santo titolare (insieme ai Santi Pietro e Paolo) della nostra Cattedrale, non mancò, a partire dal 1741, anno della dedicazione ad opera del vescovo Carlo Ronchi, una qualche raffigurazione pittorica del santo stesso all’interno della Chiesa. Accadde, però, che nelle frequenti ristrutturazioni, rifacimenti e modifiche subite dall’edificio sacro tra Sette ed Ottocento, si perse il ricordo della raffigurazione dell’Arcangelo Michele, che pure continuava ad essere “titolare” della Cattedrale cariatese. A porre rimedio a questa “manchevolezza” pensò, agli inizi del Novecento, un altro grande vescovo, che fece “cose importanti” a Cariati, tra cui la creazione della prima cooperativa di pescatori (1914), l’istituzione dell’Azione Cattolica e dell’Asilo d’Infanzia, la fondazione di Casse Rurali per aiutare con prestiti agevolati i contadini della Diocesi. Il vescovo in questione è Mons. Giovanni Scotti, originario dell’isola d’Ischia, che resse la nostra Diocesi dal 1911 al 1918, quando fu trasferito alla sede arcivescovile di Rossano. Il vescovo Scotti, per evidenziare l’intestazione della nostra Cattedrale a S. Michele Arcangelo, chiamò da Napoli un pittore e decoratore di grido, scenografo del Teatro San Carlo, che tanti lavori aveva già eseguito in varie chiese della Campania, da Marcianise a Maddaloni, a Caserta, la cui cattedrale è anch’essa, come la nostra, dedicata a San Michele Arcangelo.

L’artista era Luigi Taglialatela che , nel 1912, venne a Cariati ed affrescò la volta della nostra Cattedrale con una bella raffigurazione del Trionfo di San Michele Arcangelo sul demonio, che richiama molto da vicino un dipinto del celebre pittore manierista Guido Reni, e costituisce ancora oggi uno dei “pezzi forti” sotto il profilo artistico della nostra bella cattedrale. Di recente, infine, sotto l’episcopato di Santo Marcianò (2012), su interessamento dell’allora parroco don Angelo Pisani, la chiesa- cattedrale fu dotata di un’artistica statua in legno massiccio di tiglio raffigurante l’Arcangelo Michele, realizzata da una bottega artigiana veneta e collocata in una nicchia della cappella del Sacramento.

Grazie a don Gino  e appello per il recupero del Palazzo vescovile !

Un doveroso grazie ! sento di dover esprimere come cittadino di Cariati, come cultore della sua storia e operatore culturale , al termine di questa mia nota storica, nei riguardi dell’attuale parroco Don Gino Esposito, che tanto attaccamento e cura sta riservando alla Chiesa-Parrocchia “S. Michele Arcangelo” a lui affidata, impegnandosi con entusiasmo e concreta operatività, anche nel recupero, restauro e valorizzazione del suo patrimonio di beni storico-artistici, dal restauro dell’androne in legno dell’ingresso della cattedrale (opera del vescovo G. Barillari, fine ‘800) , della pregevole statua lignea dell’Immacolata (anch’essa fatta eseguire dal vescovo G. Barillari, fine ‘800), alla collocazione della statua di S. Giovanni Battista sul battistero, al recupero e restauro di antichi calici argentei appartenuti ai vescovi di Cariati dei secoli scorsi. E – perché no ? – anche all’iniziativa di dar vita ad una “festa di San Michele Arcangelo”, mai celebrata prima, che rinverdisce nei Cariatesi la memoria storica del nostro illustre passato di sede vescovile, ora condiviso con quello ancora più illustre della vicina Rossano. Illustre passato di sede vescovile che continua ad essere, purtroppo, mortificato, ormai da molti anni , dallo scempio del Palazzo Vescovile, affiancato alla Cattedrale, ingabbiato in una fatiscente e degradata impalcatura, che sarebbe ora di smantellare, possibilmente dopo aver eseguito i lavori di consolidamento e di restauro dell’edificio o, comunque, in ogni caso, una volta verificato che non c’è possibilità alcuna di ottenere i necessari finanziamenti, provvedendo semplicemente ad una semplice “messa in sicurezza” dell’antica struttura. Chi scrive si è già espresso in modo netto su questo argomento nell’estate del 2019, con un suo articolo pubblicato su questo stesso sito. Ecco l’incipit di quell’articolo che suggeriamo, a chi vuole saperne di più, di andare a leggersi interamente su cariatinet.it, 6 luglio 2019 :

Dal mese di novembre del 2015 l’angolo più bello del nostro centro storico, il tratto

centrale del corso XX Settembre, con la vista del Palazzo vescovile, del colonnato neoclassico

della Cattedrale S. Michele Arcangelo, della Torre civica dell’Orologio (1904) e della piazza

Plebiscito, l’unica del suggestivo borgo medievale cinto da mura quattrocentesche, oltre ad

essere “oscurato” da un’orrenda e fatiscente impalcatura, che lo toglie alla fruibilità dei

residenti e dei visitatori, si trova in una condizione di estremo e deprimente degrado, essendo

diventato un ricettacolo di spazzatura e di robaccia di ogni specie. L’edificio, di proprietà della

Diocesi di Rossano-Cariati, è da anni in attesa di un finanziamento regionale che dovrebbe

servire al suo restauro e alla sua valorizzazione, ma, nonostante i ripetuti annunci di sblocco del

succitato finanziamento (800 mila euro), tutto rimane terribilmente fermo e il degrado e il danno

all’immagine del nostro centro storico continuano …! “

Ci permettiamo di sollecitare da questo sito-web di informazione locale e territoriale che in tantissimi seguono, un intervento forte del nuovo arcivescovo di Rossano-Cariati mons. Maurizio Aloise, che sblocchi una buona volta questa incresciosa situazione e porti in tempi ragionevoli ad una soluzione del problema! E’ inutile dire, infine, che sarebbe il caso che gli sforzi della Curia e dell’arcivescovo venissero affiancati da un serio interessamento dell’Amministrazione e della classe politica tutta, capace di far arrivare a Cariati la somma necessaria al recupero e alla valorizzazione di questo grande bene culturale, vitale per il rilancio del nostro centro storico, sempre visitato con ammirazione dai tanti turisti che lo frequentano d’estate!

Nota bibliografica

Romano e Franco LIGUORI, Cariati nella storia, Tipolito Ferraro, Cirò Marina, 1981

Franco LIGUORI, Cariati, la formidabile rocca dei Ruffo e degli Spinelli, Tip. Orlando, Corigliano Calabro,2013

Romano LIGUORI, L’antica devozione dei Cariatesi a San Leonardo, articolo uscito su IL PONTE, novembre 1994

Romano LIGUORI, Il culto di San Cataldo a Cariati, Grafosud, Rossano, 2004

Franco e Romano LIGUORI, Guida storico-artistica di Cariati, Rossano, Grafosud, 1995

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