QUELLA GRAN VOGLIA DI APPARIRE DI (QUASI) TUTTI

Alla base, suppongo, c’è il bisogno innato che ognuno di noi ha di lasciare un segno del proprio passaggio su questa terra.

Fama e gloria (ma in mancanza della gloria basta la sola fama) sono, da sempre, desideri potenti e prepotenti: gli antichi eroi, da Achille a Cesare Borgia, non temevano tanto la morte quanto l’’anonimato. Giulio Cesare, a vent’’anni, si vergognava perché, alla sua stessa età, Alessandro il Macedone aveva già conquistato gloria immortale. Si rifece in seguito, con gli interessi.

Ad ogni modo fama e gloria, nel passato, non erano per tutti: bisognava nascere da nobili o almeno danarosi lombi. Sono pochissimi i poveri disgraziati e le persone qualunque dei quali i libri di storia ci tramandano ritratto e biografia.

E oggi? Beh, oggi c’è la televisione e, oltre la televisione, i social media. La fama non la si conquista più -– o almeno non la si cerca più –- compiendo grandi imprese e gesta magnanime: basta, più modestamente, farsi notare, in un modo o nell’’altro, su uno di questi mezzi di comunicazione.

E, soprattutto, la possibilità di ottenere visibilità è concessa a tutti: chiunque può ottenere il suo quarto d’’ora di celebrità. Da qui la smania di partecipare a trasmissioni come “Il grande fratello” e la pletora di cosiddetti “reality show” che ha generato: non serve essere colti, eleganti, preparati in qualche cosa: basta essere “personaggi”. E si può essere personaggi anche grazie alla propria volgarità e ignoranza; perfino grazie alla propria inconsistenza.Da qui anche la smania di andare in altre trasmissioni, come “Uomini e donne” della De Filippi, a sciorinare in piazza fatti e fattacci che in condizioni normali ci si vergognerebbe di dire anche al confessore.

Un sottoprodotto di questo bisogno ed eredi dei salutatori, quelli che facevano ciao-ciao con la manina, sono i tizi che si piazzano alle spalle dei cronisti politici e appaiono un giorno sì e l’’altro pure in tutti i telegiornali. Sparito dietro le sbarre il famigerato Gabriele Paolini, ora ad apparire è un certo –- e innocuo – Mauro Fortini che, con la biro sulle labbra e l’’aria tra lo stralunato e l’’assorto, non manca mai nei servizi da Montecitorio o da altri palazzi romani del potere. Poveretto.

Beh, sempre meglio di Erostato che ad Atene, per immortalare il suo nome, diede fuoco al tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, e lo distrusse completamente. Noi di distruttori ne abbiamo a bizzeffe: i monumenti vanno in rovina, i fiumi tracimano, le strade sprofondano, le colline franano ma i responsabili -– politici, amministratori, costruttori, speculatori – diversamente da Erostato si guardano bene dal cercare la fama riconoscendo che la colpa è loro.

Al contrario, anche se li beccano, giurano e spergiurano che la colpa è di qualcun altro. Commoventi esempi di modestia e umiltà.…

Giuseppe Riccardo Festa

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