PASOLINI E LA CALABRIA: CINQUANT’ANNI DOPO, IL SUD CHE RACCONTAVA L’ANIMA DELL’ITALIA

Nei paesi della Calabria Pasolini vide il cuore nascosto dell’Italia: un popolo dignitoso, povero e luminoso come la sua terra

Pier Paolo Pasolini

Cinquanta anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, moriva Pier Paolo Pasolini. Poeta, regista, intellettuale scomodo e lucidissimo, la sua voce continua a vibrare, come una ferita aperta nel cuore dell’Italia.
In questi giorni di commemorazioni, la Calabria ha un motivo in più per ricordarlo: fu una delle sue terre amate, vissute, raccontate. Un Sud che per Pasolini non era periferia, ma centro morale, luogo di resistenza e verità.

Pasolini arrivò in Calabria nei primi anni Sessanta, durante la preparazione del film Il Vangelo secondo Matteo (1964). Cercava paesaggi che parlassero di una spiritualità arcaica, di una purezza non ancora contaminata dalla modernità. «Le montagne della Calabria sono più vere della Palestina. È qui che Gesù poteva camminare, tra questi ulivi e questi volti.» Pasolini si rese conto che la Calabria aveva un’“autenticità evangelica” più forte dei luoghi reali della Terra Santa.

Girò tra le montagne e i borghi antichi, da Badolato a Cutro, da Rossano a Le Castella: scenari aspri, essenziali, sospesi nel tempo. Quella luce calabra, cruda e sacra, divenne la cornice ideale per raccontare un Cristo umano, povero, contadino.
Nei volti dei pastori e dei bambini, Pasolini ritrovava la stessa intensità che cercava nei suoi personaggi: la verità della povertà, la nobiltà della semplicità.

Per Pasolini la Calabria era più di un paesaggio: era una metafora dell’Italia profonda, dimenticata, che resisteva all’omologazione.

Calabria, area marginale e conservatrice della civiltà greca”: così Pasolini definiva la nostra terra, riconoscendole un valore profondo e originario.
Per lui la Calabria rappresentava uno degli ultimi luoghi d’Italia in cui la modernità non aveva ancora cancellato le tracce di un mondo antico.
In queste campagne, tra borghi silenziosi e volti contadini, il poeta vedeva sopravvivere l’essenza di una civiltà arcaica, radicata nella memoria e nella terra, in netto contrasto con l’Italia del boom economico, sempre più travolta dall’omologazione e dal consumo.

Nei suoi taccuini annotava che “in queste terre antiche la vita non ha ancora perduto il suo odore primordiale”, e in quelle parole si avverte il suo sguardo d’amore e dolore insieme.
Guardava la Calabria come si guarda un volto amico segnato dal tempo: con rispetto, con pietà, con rabbia. Sapeva che dietro la bellezza dei monti e delle marine si nascondeva una solitudine collettiva, una fame non solo di pane, ma di giustizia.

Rivedere oggi le scene del Vangelo secondo Matteo girate tra le chiese di Cutro o le strade di Rossano significa ritrovare la stessa tensione poetica e morale che percorre tutta l’opera di Pasolini.
Quel film — forse il suo più puro — resta una lettera d’amore alla Calabria e al Sud, un canto alla dignità dei poveri, alla forza delle comunità che vivono ai margini del “progresso”.
Pasolini aveva intuito, prima di molti, che il vero centro dell’Italia si trovava nelle sue periferie, nei borghi dimenticati, nei dialetti che raccontano la verità dei popoli.

Oggi, a mezzo secolo dalla sua morte, ricordare Pasolini in Calabria non è solo un atto di memoria, ma un gesto di consapevolezza.
È riconoscere che questa terra continua a custodire la stessa energia che lui aveva saputo vedere: un’umanità ferita ma autentica, capace ancora di resistere, di raccontare, di credere nella bellezza.

Pasolini amava dire che “la realtà non si descrive, si ama”.
E forse è per questo che la Calabria, con la sua durezza e la sua grazia, rimane uno dei luoghi in cui la sua voce continua a risuonare più forte!

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