Ossimori di fine d’anno

Un coro indignato di proteste ha risposto alle più recenti improvvide dichiarazioni del ministro Poletti (che alle improvvide dichiarazioni è abbonato) sui giovani italiani che cercano lavoro all’estero. Al riguardo io, padre di due ragazzi splendidamente laureati, che all’estero il lavoro lo hanno trovato, e anche ottimo, mentre in Italia vivacchiavano dietro il bancone di un’agenzia di scommesse, mi sono limitato a riflettere sulla nascita di un nuovo ossimoro, ossia l’assurdo accostamento fra loro delle parole “ministro” e “Poletti”.

Ma non è solo lui, nelle cronache, ad essere protagonista di un ossimoro (ossimoro, i miei ventiquattro lettori lo sanno, significa contraddizione in termini): c’è anche quello che riguarda l’attuale sindaco di Roma, o se preferite “sindaca”, o, perché no, “sindachessa”: Virginia Raggi, poverina, è a suo agio in quel ruolo quanto io lo sarei in quello di ballerina di lap dance (dal che Dio ci guardi). Mi permetto di suggerire a Beppe Grillo, la prossima volta che lancerà in rete il casting per qualche ruolo pubblico, di pretendere che il curriculum dei candidati includa un minimo di esperienza pregressa nei ruoli da ricoprire: è ormai acclarato che la sola onestà – ammesso che ci sia – da sola non basta, nemmeno se accompagnata da un bel visetto e da un fisico gradevole: queste cose vanno bene per Gli amici di Maria de Filippi, non per amministrare una città complicata come Roma nella quale per giunta, soprattutto fra i politici, è molto alta la percentuale dei figli di mignotta (in senso traslato, ovviamente), come l’incauta Virginia ha dovuto amaramente constatare.

C’è un altro ossimoro che salta agli occhi, anzi, alle orecchie, scorrendo i giornali in questo ultimo scorcio dell’anno, ed è quello che riguarda l’accostamento della parola “tenore” alle parole “Andrea Bocelli”.

È noto che il cantante avrebbe dovuto esibirsi alla cerimonia d’insediamento del quarto ossimoro di cui mi occupo oggi, quello che accosta le parole “presidente degli Stati Uniti” alle parole “Donald Trump”. La levata di scudi dei fan del primo che, in odio al secondo, hanno minacciato di non comprare più i suoi dischi e di boicottare i suoi concerti, lo hanno indotto a una poco dignitosa marcia indietro. Il Bocelli, in sostanza, ha deciso di non cantare più per Trump (lo ha già fatto in passato) non per prendere le distanze dalle sue posizioni politiche, il che sarebbe stato nobile e coraggioso, ma per più terragne considerazioni di mercato.

Anche i suoi fan, d’altra parte, non ci fanno una gran bella figura, e per due ragioni: la prima è che – come rileva Massimo Gramellini stamattina –Trump è stato eletto democraticamente, e se sei democratico devi accettare anche la vittoria di chi non ti piace. Poco vale la considerazione che Hillary Clinton è stata più votata: a suo tempo, John Kennedy vinse proprio come Trump, battendo coi grandi elettori Richard Nixon che aveva avuto più voti popolari di lui.

La seconda è che quei fan credono di ammirare un tenore e invece ammirano un prodotto discografico. Bocelli va bene per cantare le avemarie di Schubert e gli adeste fideles, purché adeguatamente microfonato, ma è impensabile che possa affrontare ruoli seri di tenore, men che meno per l’intera esecuzione dal vivo di melodrammi come Otello, Faust, il Trovatore o la Bohème. Non mi riferisco al suo handicap, per il quale provo il massimo rispetto (l’esecuzione dal vivo si può fare anche in forma di concerto): il problema è la sua voce, che manca di spessore e di corpo ed è di corto respiro.

I fruitori distratti di musica usa-e-getta, poco addentro ai misteri del Classico, acclamano Bocelli perché il prodotto è ben confezionato e ottimamente reclamizzato, non diversamente da un qualunque rapper o cantante pop da Festival di Sanremo (non a caso è da là che il Nostro proviene) e aggiunge una spolverata di cultura alla loro collezione di CD; ma i veri intenditori scuotono il capo e pensano ai Domingo, Carreras, Pavarotti, Alagna, Bergonzi, Kraus, Luchetti: gente di ben altro spessore vocale, tenori veri.

Ma viviamo in un mondo dominato dagli ossimori, in cui tutti si piccano di essere quello che non sono. Se Poletti può fare il ministro e Raggi può fare il sindaco – pardon, la sindaca – di Roma, e Trump il presidente degli Stati Uniti (e, diranno i miei ventiquattro lettori, se io posso spacciarmi per giornalista) perché l’esile – e, lo scopriamo oggi, anche pavido – Bocelli non può fare il tenore?

Giuseppe Riccardo Festa

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