Omelia pronunciata questa sera dall’arcivescovo Santo Marcianò durante la messa

Carissimi fratelli e sorelle, la giustizia e la pace: ecco il dono che la Liturgia della Parola ci offe con grande abbondanza in questa Celebrazione Eucaristica, nella quale vogliamo pregare per i nostri fratelli rumeni che hanno perso la vita qualche giorno fa, a un passaggio a livello, travolti da un treno nell’auto nella quale viaggiavano al ritorno da una giornata di lavoro. Come affermato nel Comunicato Stampa che ho sentito il bisogno di diffondere subito dopo l’accaduto, pur trattandosi di un tragico incidente, tale evento ha rappresentato un’occasione per riflettere sulle «condizioni disumane in cui, troppo spesso, tanti stranieri ospiti della nostra terra si trovano a vivere e a lavorare, e che mettono in serio pericolo il loro equilibro, la salute e la loro stessa vita». Ma il cristiano non può riflettere senza Dio, perciò la nostra riflessione si fa preghiera; in particolare, in questa Eucaristia, preghiera di suffragio e intercessione, di affidamento e comunione. Ed è nella comunione che voglio salutare con grande commozione e affetto anzitutto i nostri fratelli ortodossi che partecipano a questa Celebrazione e con i quali condivideremo la preghiera al termine dell’Eucaristia. A loro dico grazie dal profondo del cuore e chiedo di far giungere – l’ho già fatto con una lettera personale – un ulteriore sincero ringraziamento, anche a nome di tutta la comunità diocesana, a Sua Eccellenza Monsignor Siluan, vescovo della diocesi ortodossa romena d’Italia, per le parole sentite e significative espresse nella lettera che abbiamo ascoltato all’inizio. E in questa Eucaristia, che è rendimento di grazie, voglio ringraziare in modo particolare le forze dell’ordine e tutti coloro che, in occasione dell’episodio che oggi commemoriamo, hanno dimostrato prontezza di intervento, disponibilità e competenza. Un grazie al Prefetto che, in contatto costante col Presidente della Repubblica, ha seguito da vicino ogni intervento; grazie al Questore, all’Arma dei Carabinieri, in particolare al Colonnello e ai Capitani delle stazioni di Rossano e Corigliano; grazie al Commissario di pubblica sicurezza e grazie al Comune di Rossano, nella Persona del Sindaco per la collaborazione che, come egli stesso ha ricordato nel suo significativo saluto, ci ha permesso di lavorare in sintonia e potrà permetterci di farlo ancora; non ultimo, lo ringrazio per aver voluto indire il lutto cittadino nella giornata odierna. Uno speciale ringraziamento, infine, va ai tanti cittadini della diocesi che, dinanzi a questa tragedia, hanno saputo coinvolgersi con prontezza in prima persona, mostrando il volto più autentico e bello della nostra gente del Sud, volto necessario anche alla Chiesa perché noi Chiesa, come ha scritto nella sua lettera il vescovo della diocesi ortodossa d’Italia, dobbiamo essere «braccia aperte che facciano percepire che Dio non abbandona l’uomo, specie quando soffre». Sì, il Signore non ci abbandona, non abbandona mai nessuno; ed è questa la giustizia di Dio: una giustizia fedele, che raggiunge ogni creatura gravata e afflitta anche dall’ingiustizia umana; ma una giustizia che non ci esime dal cercare, con tutte le forze, la giustizia umana, perché questa non è giustizia diversa ma è partecipazione dell’uomo alla stessa giustizia di Dio. La prima Lettura ci descrive in modo incisivo e suggestivo le caratteristiche di questa giustizia che Cristo, il Giusto, ha portato sulla terra. Si tratta di una giustizia che «non giudica secondo le apparenze»: è il rispetto della verità della persona, dunque della sua dignità. Una dignità che non può essere compresa laddove si prendano come criteri di valutazione i pregiudizi che spesso, ad esempio, ci portiamo dietro riguardo agli stranieri e che impediscono di cogliere la ricchezza umana racchiusa nelle loro persone; una dignità che è gravemente offesa e lesa quando si perda il rispetto del corpo che, nella vita e persino – come ci hanno rivelato le raccapriccianti immagini trasmesse anche in televisione – dopo la morte, viene usato, mercificato, conteso a scopi di piacere o di lucro. «Ogni migrate è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti i e in ogni situazione», ricorda Benedetto XVI nella sua Enciclica Caritas in Veritate. La giustizia di Dio, continua poi il profeta Isaia, giudica «con equità», soprattutto i poveri: è il principio di eguaglianza e di legalità. Non c’è giustizia laddove vi sia discriminazione di qualunque genere e ogni discriminazione è sempre causa di grande dolore umano. Del resto, non dovrebbe esserci difficile ricordare la sofferenza che anche noi, popolo di emigranti a causa del lavoro, abbiamo dovuto sopportare in tante situazioni di emarginazione in Paesi stranieri o le sottili forme di discriminazione che al presente, pur se di rado, può capitarci di sperimentare in quanto “meridionali”. È sull’eguaglianza e la legalità che si costruisce ogni società che sia civile e si fonda lo stesso lavoro umano perché non si arrivi a trasformarlo in abominevole sfruttamento, fino alla schiavitù. La giustizia di Dio, infine, «percuote il violento con la verga della bocca e l’empio col soffio delle labbra»: è l’invito chiaro alla denuncia di tutto ciò che non è giustizia. E l’alternativa alla denuncia, cari amici, è l’omissione, è la connivenza! Sì, il giusto non può tacere e anche noi non possiamo omettere di parlare e di chiedere a tutti di farlo. Non possiamo tacere se tanti fratelli stranieri dormono sulle nostre spiagge, qualcuno anche accanto alla cuccia dei nostri cani; se alcuni vengono allocati e stipati in casolari di campagna abbandonati e malridotti, a costi di affitto sproporzionati e in pericolose condizioni igieniche; se il lavoro che viene loro richiesto è mal retribuito, a volte non retribuito con l’inganno, si prolunga oltre le dodici ore giornaliere e viene gravato da maltrattamenti di varia natura… Non possiamo tacere ma dobbiamo anche agire e chiederci, anzitutto, chi siano questi “padroni” – è così che dobbiamo chiamarli – che trattano così esseri umani: non siamo forse noi? Non è forse gente del nostro popolo? Bisogna non tacere e denunciare. E, senza alcuna polemica, non si può non denunciare anche il degrado in cui le nostre terre del Sud si avviano sempre di più, come annotava anche il Sindaco: penso alla mancanza di infrastrutture, alle nostre strade e autostrade, ai treni che vengono quotidianamente intensificati e perfezionati sulle linee del Nord e sono gradatamente ridotti, aboliti o resi fatiscenti al Sud, in particolare sul versante ionico. E mi chiedo se una migliore organizzazione non avrebbe potuto evitare tragedie come quella toccata ai fratelli rumeni; allo stesso tempo mi chiedo come si possa, in tali condizioni, pensare a un riscatto di questa splendida terra che, in realtà, avrebbe proprio una vocazione turistica. Bisogna non tacere, denunciare, ma anche agire, per evitare di cadere in sterile retorica contro “impersonali istituzioni”. La nostra Chiesa sta cercando di farlo, spesso supplendo la mancanza di strutture con i suoi servizi: le mense, le case di prima accoglienza per stranieri che sono ormai insufficienti, al punto da richiedere anche l’utilizzo di alberghi della zona a fini di ospitalità. Desideriamo potenziare sempre più tali servizi e crearne di nuovi; e speriamo di farlo in crescente e concreta sinergia con le istituzioni perché, come ricordava il Sindaco, di fronte a problemi come quello degli immigrati non può esserci via diversa dall’accoglienza. Sì, cari amici, è insieme che si lavora per la giustizia. E quando la giustizia germoglia – ricorda ancora la prima Lettura attraverso alcune immagini – diventa pace: pace come convivenza tra le diversità più paradossali perché nessuno vuole aggredire il proprio simile – il lupo che vive con l’agnello, l’orsa che pascola con la mucca…; pace come assenza di pericolo perché nulla è usato contro l’uomo – è l’immagine del bambino che mette la sua mano nel covo della vipera; pace come onestà: nessuno saccheggia più, nessuno ruba più, perché ciascuno sente la terra come propria casa! Ma come, ci chiediamo, una società, una cittadinanza, una comunità può applicare questi criteri di giustizia e sperimentare una tale pace? Le risposte potrebbero essere tante e, per darle, sono necessarie voci di esperti della politica e dell’amministrazione. Nel concreto, non saprei quali soluzioni offrire anche se, come molti di noi, provo anch’io a pensare a come si potrebbero affrontare, nella quotidianità, problemi contingenti, per evitare difficoltà più grandi. Si potrebbe pensare, ad esempio, a coinvolgere la Protezione civile e costruire una tendopoli per accogliere, nei periodi di lavoro stagionale, i tanti lavoratori stranieri il cui operato, tra l’altro, non viene svolto da nessun altro ed è ormai indispensabile alla nostra economia. Ma certo tutto questo non basterebbe, se è vero che, come qualche fonte statistica sembra dimostrare, il numero degli immigrati nella nostra terra si aggira attorno alle 50.000 presenze ufficiali, ma è forse anche il doppio… Al di là delle cifre vogliamo però riaffermare con forza – come ha fatto Benedetto XVI – che queste persone «non sono numeri» e quindi non vanno considerate così! Certo, siamo «di fronte – lo spiega ancora il Papa – a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato». Dunque si tratta di stabilire alleanze di vario genere; si tratta di prendere sul serio il fenomeno della globalizzazione, per evitare che arrechi solo danni ai Paesi più poveri; si tratta, cioè, di educare ad una globalità caritatevole. Si tratta, in definitiva, di quanto nel Vangelo abbiamo ascoltato dalla bocca di Gesù, parole che vorrei offrirvi come suggerimento e indicazione conclusiva: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Cari amici, la società è giusta e la convivenza pacifica se l’unità di misura di ogni decisione, di ogni legge, di ogni organizzazione propriamente umana è il più piccolo! E il più piccolo, non lo dimentichiamo, ha sempre un nome e un volto. Può essere il malato, lo straniero, il bimbo nel grembo materno, il carcerato, l’anziano… Nessuno è troppo piccolo per non essere considerato “umano”. Oggi, per noi, questo piccolo ha il nome e il volto dei fratelli rumeni per i quali preghiamo, dei loro bambini e delle loro famiglie, già afflitte dalla separazione e ora visitate dal lutto, alle quali ci stringiamo con un affetto veramente sincero, condividendone il grande dolore. Queste famiglie non hanno accettato il desiderio manifestato loro assieme a padre Giovanni, decano dei sacerdoti ortodossi rumeni in Calabria, che ringrazio infinitamente per il profondo spirito ecumenico: consentire un saluto alle salme in una preghiera fatta dalla comunità ortodossa con la partecipazione di noi cattolici. Sappiamo, però, che tale decisione, scaturita forse da spiacevoli eventi di altro genere o motivata da questioni che non tocca a noi giudicare, non lede l’autenticità della comunione che in questa Eucaristia il Signore ci concede di vivere con loro e con la quale realmente ci chiede di affidarli e di affidarci a Lui. E in questa comunione fraterna tra figli dell’unico Padre, ne sono convinto, si sperimenta la possibilità di quella comunione umana ed ecumenica grazie alla quale, come ha ancora osservato Monsignor Siluan nella sua lettera, «crollano le barriere e i pregiudizi storici ed ideologici e, perché no, anche teologici, e ci scopriamo Chiesa». Sì, cari amici, è bello essere Chiesa così! Così, è bello essere Chiesa! Chiesa che ama e accompagna il dolore, Chiesa che lotta per la giustizia, Chiesa che lavora instancabilmente, assieme alla comunità civile e assieme a tutti gli uomini di buona volontà, affinché crollino tutte le barriere della discriminazione e tutti i muri dell’ingiustizia e la pace possa veramente abbondare nei nostri giorni. Questa pace è venuto a portare sulla terra il Bambino di Betlemme che, all’inizio di questo Tempo di Avvento, i nostri cuori già invocano con fiducia, nell’attesa di un Natale che sia di giustizia, di fraternità, di pace per tutti. E così sia! Santo Marcianò Arcivescovo di Rossano-Cariati

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