■Antonio Loiacono
Un thriller esoterico presentato proprio di venerdì 17 non è solo una coincidenza: è un invito. Un richiamo sottile a entrare in una storia dove il confine tra realtà e simbolo si fa più incerto. E ieri sera, a Rossano, quel confine è stato attraversato.
Eppure non tutti i venerdì 17 mantengono ciò che promettono. Alcuni tradiscono le attese, incrinano le paure, aprono spazi di riflessione. È in questa sospensione — tra ciò che si teme e ciò che accade davvero — che si inserisce la presenza “bizantina” di Luigi A. Chiarello, giornalista economico di Italia Oggi, abituato a leggere i fenomeni finanziari non nel fragore delle oscillazioni di borsa, ma nella trama più silenziosa e concreta delle dinamiche reali.
Quella di ieri, però, non è stata la cronaca di un crash a Wall Street!
Alle 17:30, il Palazzo Isabella De Rosis (casa natale di Isabella De Rosis, fondatrice delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, nel cuore del centro storico della città del Codex) ha cambiato passo: da sede istituzionale a luogo attraversato da un’attesa diversa, più silenziosa e insieme più densa. Non un passaggio da oltrepassare, ma un luogo da abitare, in cui parole, sguardi e domande potessero depositarsi. Anche solo per inclinare, appena, il modo di osservare le cose.
L’iniziativa, promossa dall’Associazione “Amici del Liceo Classico San Nilo”, ha assunto fin da subito un valore che andava oltre la semplice presentazione editoriale. Il ritorno di Luigi A. Chiarello non è stato soltanto quello di un autore, ma di un ex studente che proprio tra i banchi di quel liceo aveva iniziato a formare il suo sguardo. La cultura, allora, non si è limitata a esporsi: si è riconosciuta, riattivando un legame vivo tra memoria e presente.
Al centro della serata, il romanzo “Nel nome del pane”, un titolo che richiama un elemento essenziale, quasi primordiale, capace di tenere insieme economia e umanità. Il pane come misura del vivere quotidiano, simbolo di lavoro, dignità e comunità. Ed è proprio su questo crinale che si muove la scrittura di Chiarello: abituato a raccontare numeri e norme, qui restituisce storie, volti e significati.
Colpisce, nelle pagine del libro (che personalmente ho accostato al best seller “Il Codice Da Vinci” dello statunitense Dan Brown) la scelta di raccontare temi come agroalimentare, cibo e ambiente attraverso la forma del romanzo e, in particolare, di un thriller dal sapore esoterico. Una combinazione insolita, che però si rivela efficace: la tensione narrativa e il mistero catturano il lettore e lo accompagnano dentro questioni complesse, spesso percepite come lontane dalla quotidianità. In questo modo, il libro riesce a trasformare temi tecnici in una storia coinvolgente, senza rinunciare alla profondità. Resta tuttavia una possibile ambiguità: l’elemento esoterico, se da un lato amplifica il fascino del racconto, dall’altro rischia di sfumare la concretezza dei problemi affrontati.
È proprio in questo equilibrio, tra intrattenimento e riflessione, che si gioca la riuscita dell’opera. Non a caso, “Nel nome del pane” si costruisce come un romanzo di soglia: uno spazio narrativo in cui il visibile non basta e l’invisibile non si concede del tutto, costringendo il lettore ad abitare quel confine in cui comprendere diventa, prima di tutto, attraversare.
A guidare il dialogo è stata la giornalista Anna Russo, con un ritmo capace di tenere insieme profondità e accessibilità. I saluti dell’Avv. Dora Mauro, presidente dell’associazione promotrice, hanno costruito un ponte concreto tra scuola e contemporaneità, tra formazione e realtà.
La lectio magistralis del Prof. Francesco Filareto e l’intervento della Prof.ssa Mariagiusy Cirelli hanno aggiunto ulteriori livelli di lettura, intrecciando riflessione culturale e analisi del testo. Ma il passaggio più vivo si è consumato altrove, nel momento meno formale e più autentico: il confronto con gli studenti del Liceo Classico San Nilo. È lì che il libro ha smesso di essere oggetto per diventare esperienza, aprendosi a un dialogo diretto tra generazioni.
Dentro questa traiettoria narrativa si inserisce anche il profilo professionale dell’autore, tutt’altro che marginale. La convivenza tra queste due dimensioni — il giornalista tecnico e lo scrittore — non è una frattura, ma una continuità evoluta. Nel caso di Luigi A. Chiarello, le competenze maturate dentro Italia Oggi non vengono abbandonate nella scrittura narrativa: vengono traslate su un altro piano, più profondo e meno vincolato alla forma.
Nel lavoro giornalistico, Chiarello opera con strumenti rigorosi: selezione delle fonti, lettura normativa, sintesi operativa, orientamento al lettore-professionista. È un linguaggio che ha una funzione precisa: ridurre la complessità e renderla decisionale. Il suo obiettivo è chiarire, spiegare, indirizzare.
Nella narrativa, invece, quella stessa complessità non viene semplificata, ma restituita nella sua dimensione umana. Se nel giornale i numeri servono a capire cosa fare, nel romanzo diventano tracce invisibili di storie: lavoro, sacrificio, identità, appartenenza. È qui che si colloca il passaggio chiave.
Il punto di contatto è lo sguardo!
A rendere ancora più solido questo sguardo contribuisce anche la sua appartenenza alla Accademia dei Georgofili, che non incide direttamente sulla costruzione narrativa ma ne orienta profondamente la prospettiva. Non è un elemento che determina la trama, ma uno sfondo culturale che affiora nella sostanza del racconto: nella conoscenza delle dinamiche agricole, nella consapevolezza delle filiere produttive, nel rapporto concreto tra uomo e terra.
Chiarello porta con sé origini che affondano nella terra antica di Campana, come radici che continuano a nutrire il suo sguardo e la sua scrittura e, “Nel nome del pane”, tutto questo si traduce in una narrazione che evita l’astrazione e si radica nella realtà, dove anche un simbolo universale come il pane assume un valore pieno, materiale e culturale insieme. È qui che l’esperienza maturata tra studio, ricerca e osservazione del mondo rurale diventa parte integrante della scrittura, non come teoria, ma come autenticità di sguardo.
Nella fatica letteraria di Chiarello, il pane è la traduzione letteraria di ciò che, nel giornalismo, sarebbe stato un indicatore economico. Cambia il linguaggio, ma non cambia la sostanza.
Nel giornale: produzione, filiera, prezzo, normativa. Nel romanzo: fatica, dignità, comunità, memoria.
Anche lo stile riflette questa doppia anima. Da un lato, la disciplina del giornalismo tecnico: precisione, chiarezza, controllo del linguaggio.
Dall’altro, la libertà della narrazione: apertura simbolica, costruzione di senso, profondità emotiva.
Non si tratta di due registri in conflitto, ma di due livelli dello stesso racconto: uno esplicito, l’altro implicito.
In questo senso, Chiarello non “diventa” scrittore abbandonando il giornalista. Piuttosto, porta a compimento il suo percorso: ciò che nel quotidiano viene analizzato, nel romanzo viene compreso fino in fondo.
Ed è proprio questa integrazione a rendere credibile la sua scrittura. Perché non nasce da un esercizio stilistico, ma da un’esperienza concreta dell’economia reale — quella fatta di territori, lavoro, relazioni. La stessa che, ogni giorno, racconta su Italia Oggi, ma che nella narrativa trova finalmente spazio per essere anche sentita, oltre che spiegata.
Così, “Nel nome del pane” diventa più di un thriller realistico-sociale: è una chiave di lettura!
Un modo per raccontare un’Italia che non si misura soltanto in indici e performance, ma nella capacità di restare in piedi, di reinventarsi, di dare valore a ciò che è essenziale.
E forse è proprio questo il senso più compiuto di un venerdì che ha scelto di smentire sé stesso.
Lontano dalle ombre della superstizione e dai tonfi dei mercati, a Rossano ha preso forma un racconto diverso: quello di un’economia che torna ad avere un volto, una storia, un nome. Nel nome del pane, appunto!

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