MA QUAL E’ LA FAMIGLIA VOLUTA DA DIO?

E così dopodomani ci sarà il family day, convocato per difendere la famiglia ma evidentemente – lo dico en passant – non la lingua italiana, visto che gli organizzatori hanno ceduto al vezzo delle definizioni anglofone anche per una manifestazione che più italiana di così non potrebbe essere.

Italiana, ahinoi, nel senso deteriore del termine, laddove “italiano” può essere inteso nel senso di “furbastro”, “ipocrita” e “bugiardo”. E mi dispiace, perché vorrei che al contrario “italiano” fosse sinonimo di “onesto”, “corretto” e “sincero”.

Sul fatto che ad ergersi in difesa della famiglia – unica, indistruttibile, baluardo degli affetti immutabili e di un amore indefettibile – siano campioni del calibro di Casini, Santanchè, Berlusconi e Salvini, che di famiglie hanno fatto vere e proprie collezioni, già hanno sghignazzato in tanti e non sto a rivoltare il coltello nella piaga. Mi limito a rilevare che questi signori sono tipici rappresentanti di quella parte della classe dirigente nazionale che considera i propri concittadini degli eterni minorenni cui bisogna imporre, per tutta la vita, le regole e le norme da seguire. Non a caso essi sono solitamente anche di estrazione cattolica: quest’approccio paternalistico è tipico della Chiesa alla quale il controllo delle coscienze è molto più caro della libertà delle persone.

A questo proposito, molto ha fatto discutere l’affermazione del papa, che ritiene famiglia solo quella –  ha detto – “voluta da Dio”, così chiarendo che a suo modo di vedere le coppie omosessuali non dovrebbero essere chiamate “famiglie”.

Sarebbe interessante capire da quale fonte il pontefice romano ha tratto la convinzione che Dio vuole chiamare “famiglia” solo un certo tipo di sodalizio, visto che nelle scritture non si trovano riferimenti chiari e univoci sull’argomento; tutt’altro.

Paolo di Tarso, ad esempio, non amava nessun tipo di famiglia e lo dice chiaro e tondo nella prima lettera ai corinzi: “Ai celibi e alle vedove io dico: è bene per loro se rimangono come sono io [non sposato]; ma se non si sentono di vivere continenti, si sposino; è meglio sposarsi che bruciare.” Curioso che le nubili non le citi proprio; ma se i celibi devono restare tali, è evidente quale sia, secondo lui, il destino che auspica anche per loro. Menomale che questo suo suggerimento non ha avuto molta fortuna, o se no l’umanità si sarebbe già estinta da un paio di migliaia di anni.

A Paolo non piaceva neanche la parità fra i sessi come appare chiaro, fra l’altro, da un altro passo della stessa lettera ai corinzi: “Come in tutte le chiese dei Santi, le donne nelle riunioni tacciano, perché non è stata affidata a loro la missione di parlare, ma stiano sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono essere istruite in qualche cosa, interroghino i loro mariti a casa, perché è indecoroso che una donna parli in un’assemblea”.  E rincara la dose nella lettera agli efesini: “Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, perché il marito è il capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa, del cui corpo egli è il Salvatore. Come la Chiesa è soggetta a Cristo, così le donne siano soggette in tutto ai loro mariti”.

Dunque, se ho capito bene, stando a Paolo di Tarso la famiglia voluta da Dio non dovrebbe esistere; ma qualora esistesse dovrebbe consistere in una sorta di dittatura del marito su una moglie obbediente, silenziosa e remissiva.

Anche nel vangelo non è che si trovino discorsi molto più incoraggianti. Ad esempio, in Matteo si legge che quando Gesù avverte che non è lecito ripudiare la moglie, i discepoli gli rispondono “se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”: cioè: se ci tocca tenerci la stessa moglie per tutta la vita, stiamo freschi. E Gesù risponde a sua volta: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”.

Insomma anche Gesù, stando al vangelo di Matteo, si dichiara esplicitamente contrario al matrimonio: meglio essere eunuchi, se si vuole entrare nel regno dei cieli.

Nell’antico testamento non è che le cose vadano molto meglio: nel libro della Genesi si legge che Abramo era fratellastro della moglie Sara, che in Egitto e Gerar la fece prostituire con i rispettivi re, che su suggerimento della stessa Sara fece un figlio con la serva di lei, salvo poi scacciare madre e figlio quando finalmente la moglie gli generò Isacco; che Giacobbe di mogli ne ebbe due e parecchi dei suoi dodici figli erano nati da serve; e nel libro di Samuele si racconta che il re Davide, per sposarsi con Betsabea, fece in modo che il marito, un suo generale, venisse ucciso in battaglia.

Insomma il papa – e con lui tutti gli altri tradizionalisti – difende un modello di famiglia che nasce da una tradizione storica, culturale e sociale: Dio non c’azzecca per niente.

Tutte le tradizioni sono destinate a seguire l’evoluzione dei tempi. Paolo di Tarso guarderebbe con orrore non solo alle unioni omosessuali, ma anche al matrimonio paritario fissato dalle nostre leggi attuali; e dunque, con buona pace sua e di tutti gli altri reazionari – pardon, tradizionalisti – che si affannano a parlare di “famiglia voluta da Dio”, è ora che la Repubblica Italiana, che al terzo articolo della sua Costituzione fissa la parità di tutti i cittadini, “senza distinzione di sesso, di razza, di religione”, lasci perdere le considerazioni di chi sa solo guardare indietro e, guardando a un futuro di libertà, stabilisca una volta per tutte, per tutti i suoi cittadini, adulti senzienti e consenzienti, il diritto più fondamentale che ci sia: il diritto all’amore.

Giuseppe Riccardo Festa

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