Lo spread della sofferenza: Editoriale della testata diocesana “Camminare Insieme”

Che il piano di rientro con il quale la Calabria ha riorganizzato la sanità regionale fosse penalizzante per la Sibaritide si è più volte detto. Peraltro, dopo le quotidiane cronache di questi mesi, è questa un’opinione assai diffusa e, per la verità, ne sono anche consapevoli tanti “che non possono (o non vogliono) dirlo”. Il problema non è solo il numero dei posti letto sottodimensionati rispetto alla popolazione. Ma è accaduto e accade qualcosa di più profondo, lacerante e generale che sta cambiando la vita delle nostre popolazioni. E che non è neanche facile da rappresentare e valutare. Ci vorrebbe un indice, uno SPREAD… questa parola che ormai ci perseguita da mesi e che esprime, in ambito monetario, il differenziale fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. Purtroppo, quando si tratta di salute, ogni indice o parametro appare assolutamente inadeguato e non potremo mai misurare con la stessa precisione le difficoltà, le ingiustizie, le delusioni, lo sconforto, la rabbia delle persone. Come si può, infatti, rappresentare lo smarrimento che c’è negli occhi di chi, ora anche per patologie banali, deve partire e affrontare spese e disagi? Come si misura l’angoscia nello sguardo di un malato cronico che non trova più la risposta alla sua malattia? E il senso di lacerazione e di impotenza di chi ha perso un familiare e non è assolutamente convinto che la nuova organizzazione sanitaria abbia fatto di più e meglio di quanto si facesse prima? E la rassegnazione di quanti stanchi di file e attese tornano a casa “qualsiasi cosa accada”? No, non c’è un indice che valuti queste cose. Non c’è uno SPREAD della sofferenza! Non c’è, ma se esistesse e si potesse applicarlo alla Sibaritide, troveremmo valori assai negativi e preoccupanti. Perché si è giunti a tanto? Emerge con poche incertezze come la nuova programmazione sanitaria non abbia tenuto conto delle specificità, della popolazione, delle caratteristiche demografiche, dei reali bisogni, delle difficoltà viarie e dei collegamenti del nostro territorio. Appare un progetto “tecnico” delineato a tavolino, secondo parametri standard o derivati da altre regioni o forse da altre nazioni. Come si è fatto a non considerare che realtà diverse necessitano di diverse organizzazioni? E che ciò che può essere valido in contesti attrezzati e avanzati non è detto che funzioni in aree più svantaggiate? E così si sono chiusi ospedali e operati tagli. Incredibilmente senza che esistano o siano state preventivamente approntate e offerte ai malati soluzioni alternative. La medicina del territorio è, infatti, al momento insufficiente e sicuramente non pronta per i nuovi e pesanti compiti che dovrebbe svolgere. Il sistema di emergenza è quello di sempre e per quanto riguarda la costruzione del nuovo ospedale i dubbi sono ormai tanti. Con una sola certezza: non sarà un’opera realizzabile in tempi brevi. Si andrà avanti con i due attuali presidi di Rossano e Corigliano, limitati per molti aspetti e con funzioni “spoke”. Termine che in inglese significa “raggio” (di una ruota) e che in ambito sanitario identifica un nosocomio adatto a trattare le patologie semplici, dovendo convogliare i malati più complessi verso il centro, detto Hub (oggi Cosenza, domani, forse Castrovillari), proprio come i raggi della ruota convergono verso il mozzo centrale. Non per polemica, ma era assolutamente diversa l’idea iniziale di ospedale della Sibaritide, come struttura tecnologica e superspecialistica, in grado di evitare, finalmente, i “viaggi della speranza” a tutti – o quasi – i nostri malati. A creare ulteriori difficoltà si è posta, infine, la riallocazione delle unità operative tra Rossano e Corigliano tutt’ora in atto ed i cui criteri, in alcuni casi, è davvero difficile comprendere. In queste condizioni, con periferie sguarnite e strutture centrali inadeguate e sovraffollate, qualsiasi evento morboso, anche non grave, in questa parte della Calabria può diventare, soprattutto per i più deboli e meno protetti, un peso insopportabile ed un autentico dramma umano e familiare. La complessità delle questioni appena accennate richiederebbe un grande senso di responsabilità e uno sforzo unitario delle istituzioni e delle forze politiche e sociali per rappresentare e portare avanti le istanze dell’intero territorio. Oltre – assolutamente oltre – la cosiddetta “area urbana”. Non c’è niente che non possa essere cambiato e migliorato quando si impongono esigenze obiettive, documentate e documentabili. Anche mantenendo i vincoli di bilancio, ma con l’obiettivo di limitare il più possibile disagi e difficoltà ai malati e alle loro famiglie. Insomma, è urgente affrontare, per abbatterlo, lo SPREAD della sofferenza. Sicuramente non sono utili né le lotte (di piazza e non solo) per sostenere qualche specifico interesse, né le strumentalizzazioni personali e partitiche. Forse è stato questo vecchio e sterile modo di fare che ci ha condotto all’attuale situazione! Che ci ha posto in una posizione di debolezza, umiliandoci e facendoci diventare facile preda dei poteri forti che decidono. E’ possibile, deve essere possibile, una politica nuova che, con uno scatto di orgoglio, torni ad assumere i destini del territorio e che sappia, a partire dalla sanità, riproporre, aggiornandolo ai nuovi contesti, l’ambizioso progetto della Sibaritide. I cattolici, ovunque collocati, non possono che confermare ed intensificare sforzi ed impegni in tale direzione. Nicola Cosentino

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