■Antonio Loiacono
C’è un passaggio del discorso pronunciato da Sergio Mattarella all’Assemblea nazionale dell’ANCI, a Bologna, che sembra vibrare ancora nell’aria come una corda tesa: «I Comuni sono la prima linea della nostra democrazia».
Poche parole, ma sufficienti a riportare lo sguardo del Paese laddove troppo spesso non si posa: sulla vita minuta, precaria e indispensabile dei territori.
Il gruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale calabrese lo ha colto con nitidezza, leggendo in quelle frasi un invito — quasi un ammonimento — a ripensare seriamente il ruolo delle istituzioni locali. Perché Mattarella non ha offerto un semplice elogio formale, ma ha toccato il cuore stesso del sistema repubblicano: la prossimità, la partecipazione, la forza delle autonomie quando queste sono messe realmente in condizione di funzionare.
E in Calabria, più che altrove, questo tema risuona come una verità elementare.
Qui, dove interi territori sopravvivono grazie alla dedizione degli amministratori, senza strumenti, senza personale, senza risorse adeguate, diventa evidente che senza Comuni vivi non c’è sviluppo possibile. Non c’è coesione sociale. Non c’è futuro.
Da anni, però, gli enti locali vengono compressi da vincoli, tagli, burocrazie e responsabilità crescenti. È come chiedere a chi già arranca in salita di correre ancora più velocemente. E molti sindaci lo fanno, sostenuti solo da competenza, spirito di servizio e quella “sana immaginazione” che supplisce all’assenza di mezzi reali.
Ma sarebbe ingenuo — e persino ipocrita — raccontare solo questa parte della storia.
Accanto agli amministratori che resistono tra sacrifici enormi, esiste un’ombra che attraversa diversi centri calabresi, soprattutto quelli più esposti allo spopolamento e alla fragilità sociale: il potere locale che si piega su se stesso.
Ci sono Comuni in cui l’istituzione non unisce, ma divide.
Paesi in cui il sindaco non è più il garante della comunità, ma il custode di un piccolo feudo.
Luoghi dove chi amministra non dialoga, ma comanda; non ascolta, ma seleziona; non costruisce ponti, ma scava fossati tra cittadini.
È lì che la democrazia perde ossigeno: quando le scelte pubbliche non rispondono più al bene comune, ma a cordate ristrette; quando la macchina amministrativa diventa un’estensione del potere personale; quando la paura, la dipendenza o la convenienza sostituiscono la partecipazione.
Non è folklore da provincia. Non è un’irregolarità fisiologica.
È una distorsione pericolosa della rappresentanza locale, che indebolisce la stessa idea di autonomia su cui si fonda la Repubblica.
E finché questa ferita non verrà riconosciuta e affrontata, ogni discorso sulla rinascita dei territori resterà incompiuto, sospeso tra retorica e disillusione.
Il gruppo del PD in Consiglio regionale lo afferma con nettezza: è arrivato il momento di un cambio di paradigma.
Se davvero vogliamo mettere i Comuni al centro, serve ripensare l’intero sistema istituzionale, Regioni e Province incluse.
Dopo mezzo secolo di regionalismo, tre livelli di governo – spesso sovrapposti, spesso inefficaci – finiscono per disperdere risorse, rallentare le decisioni, moltiplicare gli adempimenti.
La riforma delle Province di dieci anni fa, nata con ambizioni alte, si è rivelata un esperimento incompleto, a tratti persino dannoso.
Oggi occorre il coraggio di rivedere ciò che non funziona più.
Di semplificare ciò che paralizza.
Di chiarire ciò che è diventato ambiguo.
E soprattutto bisogna ridare dignità, autonomia e sostanza ai Comuni: senza questa base, nessuna progettualità regionale potrà reggere, nessun PNRR potrà attecchire davvero, nessuna politica sociale potrà mettere radici.
Il discorso del Presidente della Repubblica chiude un cerchio morale: ci ricorda che la Repubblica vive nei luoghi dove vive la gente, nei municipi che funzionano e in quelli che non ce la fanno più.
Ci invita a sostenere chi amministra con coscienza e a vigilare su chi deraglia dal mandato affidato.
E ci chiede, in fondo, una cosa semplice e difficilissima: tornare a guardare i territori non come aree marginali, ma come il punto esatto in cui si misura la salute della democrazia.
Forse la rinascita dei territori comincerà quando smetteremo di considerare i piccoli Comuni come periferie e inizieremo a riconoscerli per ciò che sono davvero: i custodi di un’idea antica di Repubblica, fatta di prossimità, responsabilità condivisa e dignità quotidiana.
E finché quella fiammella resterà accesa — anche nei paesi più piccoli, più scomodi, più dimenticati — la democrazia non avrà mai completamente smarrito la strada.
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