Le mauvais goût de Charlie Hebdo

Immaginiamo che dopo la tragedia di Nizza un qualunque giornale italiano avesse pubblicato una vignetta che, partendo dall’evidente inadeguatezza delle misure di sicurezza in quel maledetto 14 luglio, avesse deriso le vittime della strage Jihadista: sono pronto a scommettere che mezza Francia avrebbe gridato all’offesa indelebile e l’altra mezza avrebbe semplicemente commentato borbottando, con disprezzo, una sola parola: “Italiens”.

Ma nessun giornale italiano si è neppur lontanamente sognato di fare una cosa del genere, perché qui da noi, pur se ci sono mille magagne, difetti e problemi, quando si parla di morti e di sofferenza c’è un grande pudore e un grande rispetto.

Ciò che invece non appartiene, purtroppo, a Charlie Hebdo.

La rivista ha cercato di mettere una pezza alla sua – chiamiamo le cose col loro nome – invereconda prima vignetta sul terremoto in Centro Italia, quella che sghignazza sui morti paragonandoli a ricette di pasta, con una seconda vignetta, in cui dice “Italiani, non è Charlie Hebdo a costruire le vostre case: è la mafia”.

Ma allora, perché non fare la vignetta, da subito, sulla mafia, anziché deridere le vittime?

La realtà è che ci sono stereotipi duri a morire; e questi stereotipi riemergono sempre, ora qua ora là, anche nella mente di persone che, si suppone, dovrebbero essere intellettualmente e culturalmente aperte.

È per questo che tanti anni fa un giudice americano decise che Sacco e Vanzetti dovevano essere giustiziati, essendo italiani e dunque per definizione delinquenti e colpevoli; è per questo che la rivista Stern, in Germania, durante gli anni di piombo del terrorismo, pubblicò in copertina la foto di una pistola P38 poggiata su un piatto di spaghetti al pomodoro; è ancora per questo che, oggi, Charlie Hebdo si permette di sbeffeggiare i nostri morti richiamandosi, anche lui, allo stereotipo dell’italiano mangiapasta.

Fa male, e dispiace. Io sono tra coloro che piansero per la strage dei vignettisti di Charlie Hebdo ad opera di estremisti islamici: la battaglia della rivista, all’epoca, era sacrosanta e condivisibile, perché difendeva la libertà di espressione contro l’oscurantismo bigotto e ottuso dell’integralismo religioso.

Ma oggi, che cosa vuole difendere Charlie Hebdo con quella vignetta, se non un’ottusità non meno greve e offensiva? Resto un convinto assertore della libertà di espressione, e dunque non gli contesto il diritto di pubblicare qualunque cosa voglia, fosse anche un cosa tristemente squallida come questa. Ma in nome della stessa libertà, mi sento di rimproverargli una sconvolgente mancanza di sensibilità e umanità, condita con l’ammiccante banalità del ricorso al luogo comune più vieto, palesemente associato a una malcelata pretesa di superiorità.

Je ne suis plus Charlie.

Giuseppe Riccardo Festa

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