L’ANTICA FILANDA E LE TESSITRICI DI CARIATI E DI TERRAVECCHIA NEL REGNO DI NAPOLI DEL XIX SECOLO

di MAURO SANTORO


Scorcio panoramico di Cariati (cupola cattedrale) e in alto Terravecchia


La particolare attività agricola della gelsicoltura, associata alla pratica della bachicoltura ha profonde radici nella storia culturale, economica ed antropica italiana ed ha caratterizzato le società rurali e familiari per molti secoli.

La coltivazione del gelso, prevalentemente per l’uso delle foglie, si è imposta come necessità primaria per produrre l’alimento essenziale per nutrire i bachi da seta. Tale attività agricola, in realtà, era praticata singolarmente o in associazione all’esercizio della bachicoltura, o anche detta più comunemente sericoltura. Comprendendo in tale prassi l’insieme di tutte le fasi del processo di allevamento del baco e la lavorazione del bozzolo per la produzione del filato della seta. Tali fasi produttive, in ultimo, attraverso le altre pratiche artigianali o industriali della coloritura e quelle della tessitura del filo setoso realizzavano il ricercato e costoso prodotto finito del tessuto di seta.

 

E’ opportuno aggiungere a questa breve premessa che la sericoltura ha origini antichissime nei paesi del Mediterraneo, avendo avuto però origine in Cina oltre 4.000 anni fa. E pur se essa è stata una attività le cui fasi produttive erano custodite segretamente con ritorsioni giuridiche da parte delle autorità governative, in fine, tenuto conto del notevole valore economico e redditizio del tessuto di seta, sia la gelsicoltura sia la bachicoltura e sia le tecniche di tessitura si diffusero per primo nel mezzogiorno e poi anche nelle altre regioni del nord d’Italia.

Nel Regno di Napoli, ed ancor prima nelle “Calabrie” intorno al 1200, incominciò a diffondersi ed a consolidarsi la filiera della seta nelle diverse fasi delle produzioni. Nella provincia di Calabria Ultra – Catanzaro – e nella Calabria Citra – Cosenza -, si consolidò prevalentemente la gelsicoltura e la bachicoltura con la consistente produzione di bozzoli dai quali, dipanando il sottilissimo filo, si ricavavano filati di seta secondari e di primaria qualità, commercializzati e venduti a Napoli e nelle regioni del centro-nord d’Italia dove erano stati realizzati i primi filatoi che consentivano, in modo più tecnologico e veloce, di produrre tessuti di seta in svariate dimensioni e forme.

Baco con il bozzolo di seta

Il settore sericolo, nel Regno di Napoli, ebbe la sua maggiore espansione e strutturazione nel 1465 allorquando Ferrante d’Aragona fondò la “Corporazione dell’Arte della Seta” che diede un grande impulso anche all’economia del regno, ed una maggiore emancipazione sociale anche delle classi meno ambienti. La produzione serica assunse dimensioni industriali nel corso dei secoli successivi, raggiungendo l’apice nel 1700 con la costruzione della fabbrica napoletana di San Leucio nella quale, attraverso le diverse fasi di produzione, si realizzavano grandi quantità di tessuti di seta che, per le sue superiori qualità e finezza, erano molto ricercati in Europa. Il boom economico che si generò si manifesto fino agli inizi del 1900 allorquando anche nella Calabria lentamente l’antica arte della sericoltura venne lentamente abbandonata, schiacciata dalla concorrenza della seta prodotta nel nord d’Europa.

Macchinario di legno con fornace sottostante.  Usato per la dipanatura del filo di seta.

Nel corso di molti secoli la gelsicoltura e la conseguente bachicoltura ebbero un ruolo molto rilevante nell’economia contadina dei paesi della fascia jonica e premontana comprendenti sia Cariati sia Terravecchia. Quelle antiche attività rurali, sin dall’inizio, si completarono con la pratica dell’arte serica esercitata prevalentemente negli ambienti familiari e nei casolari di campagna, per poi, durante il periodo storico svilupparsi tra il 1500 ed il 1900, in cui maggiore fu la produzione dei bozzoli e del filato di seta in Calabria, ampliandosi in opifici o più propriamente nelle botteghe adibite a filande.

In questi laboratori, in cui erano impiegate quasi esclusivamente le donne, i bozzoli subivano il trattamento del dipanamento del lungo filo di seta che poi era avvolto in gomitoli di pregiato filato; un bozzolo poteva contenere tra i 300 ed i 900 metri di filo, arrivando anche a 1200 nei bozzoli più pregiati. Il processo si completava con la coloritura delle matasse e la successiva tessitura con la produzione di morbide e richiestissime stoffe di seta.

Nel voler dare un contorno storico molto più attinente al territorio di nostro interesse, si può affermare che le notizie di archivio indagate hanno fatto emergere che a Cariati, principalmente nel XIX secolo, esisteva nel centro storico del perimetro fortificato un’antica filanda. Non si sa esattamente in quale luogo sorgesse la bottega serica, si può riferire, invece, che vi lavorassero diverse donne di varia età e anche originarie di altri paesi del circondario.


La Filanda di Cariati

I dati d’archivio fanno emergere che tra il 1817 ed il 1842 era attiva e funzionante la filanda di Cariati, le fonti, altresì, consentono di individuare i nominativi delle donne che vi erano impiegate nella produzione del filato di seta. Scorrendo cronologicamente il tempo si può evidenziare che:

– Il 15 giugno del 1817, tale Rachela Domenica Carone, di anni 23, figlia di Pasquale Carone e di Marianna Talerico era filandaja.

– La diciassettenne Verginea Domenica Lioti, nel luglio del 1817, svolgeva la stessa professione di filandaja. Era figlia di Pietro Lioti e di Rosa Lettieri, la madre, invece, era filatrice.

– Tale Maria Giuseppa Rachela Bettone, di anni 20, nell’agosto del medesimo 1817 dipanava il filato di seta nella filanda cariatese. Era figlia di Giuseppe Antonio Bettone e di Rosanna Di Franco. La madre, cinquantenne in quella epoca, lavorava in un forno come panettiera.

– Ed ancora, nel settembre 1817, la diciasettenne Chiara Ricca era impiegata come filandaja. La ragazza, nata a Cariati, era figlia del defunto Annunciato Ricca e di tale Domenica Abenante, di professione filatrice ed anni 45.

– E per sua espressa dichiarazione, la giovane sedicenne Domaschina Antonia Primocerio dichiarava di svolgere il mestiere di filandaja. Di abitare a Cariati nella strada la Valle e di essere figlia del defunto Rafaele Primocerio, essendo morto il 18 marzo 1817. Elisabetta Martire, la madre della ragazza, in quel periodo aveva 50 anni ed in casa era anche addetta alla filatura delle diverse fibre di filato.

– Tuttavia, la filanda, evidentemente, così come confermano le evidenze storiche visionate, continuò ad essere attiva anche fino al maggio del 1842. In quell’anno, difatti, tale Teresia Le Rose, di anni 75, nativa di Rossano, era attiva nella filatura della seta con la professione di filandaja.  Infine, Teresia, vedova di Filippo Ammerante, morì a Cariati all’età di 75 anni, nella sua abitazione situata nella strada il Ponte.

Dopo il breve excursus relativo alla filanda cariatese, si ritiene necessario evidenziare che le donne citate, probabilmente, non erano le uniche filandaie che il quel periodo storico lavorassero per la produzione del filato di seta. Quelle elencate, infatti, sono solo i nominativi delle lavoratrici che emergono dalle fonti storiche visionate, è lecito supporre quindi che altre cariatesi svolgessero il mestiere di filandaja. Evidentemente, altri nominativi potranno essere aggiunti solo con lo studio e la visione di altre fonti documentali.


Antico Telaio

          Le tessitrici cariatesi attive tra il 1817-1847

Un breve approfondimento storico si ritiene necessario per porre in evidenza che nella società cariatese, così come nel resto delle diverse comunità rurali del Regno di Napoli, la tessitura era un’attività essenziale per la produzione delle diverse stoffe necessarie per i vari bisogni familiari. Era una maestria che si manifestava nel mestiere che si acquisiva con l’esperienza, spesso era tramandato da madre a figlia, lavorando ai telai posti nelle abitazioni. Con il trascorrere del tempo la manualità e le trame dei disegni riportati nelle stoffe, fissate principalmente nella memoria, si manifestavano in una personale arte tessile che giustificava l’attribuzione alla singola donna del titolo di tessitrice.

Non sappiamo, gli atti storici visionati non lo specificano, se le tessitrici di Cariati, nel periodo storico tra il 1817 e il 1847, producevano anche tessuti ed orditi di seta utilizzando i filati provenienti dalla filanda. Di sicuro non si può escludere. E’ certa, invece, la professionalità e la maestria raggiunta nel corso dei secoli dalle tessitrici cariatesi nella realizzazione delle coperte di cotone, di lino e di lana con artistici disegni arabeggianti.

In questa nostra ricostruzione storica, quindi, riteniamo opportuno elencare i nominativi di determinate tessitrici cariatesi che professionalmente prosperavano e producevano tessuti negli anni compresi tra il 1817 e il 1847.

– Nel luglio 1817 era attiva come tessitrice tale Maria Rosa Di Franco, moglie di Agostino Filareti, aveva 37 anni.

– In quello stesso periodo, agosto 1817, la 28enne Vittoria Pinnetti, maestra tessitrice, produceva tessuti e stoffe, era sposata con tale Antonino Milieni.

– La cariatese Catarina Linardi, nel giugno del 1818 aveva venti anni ed era sposata con Leonardo Primocerio, tesseva con il proprio telaio e realizzava stoffe e coperte.

– Risolia Cosentino, di 73 anni, era figlia dei defunti Giuseppe Cosentino e di Vittoria Rizzuto. Nel febbraio del 1819 era una esperta tessitrice e, tra l’altro, addestrava le giovani apprendiste che le erano affidate dai genitori all’antica arte della tessitura.

– Circa un decennio dopo, nel luglio del 1828, si ha notizia di tale Maria Lo Prete, dell’età di 36 anni, di professione tessitrice era residente a Cariati. Era nata a Castrovillari ed era sposata con Valerio Rosa.

– Gli atti visionati, in ultimo, riportano la notizia della maestra tessitrice Rosa Confalone. Nell’aprile del 1847 aveva 49 anni, era nata a Cariati ed era figlia del defunto Mauro Confalone e della fu Angelica Cipriotti.


Filandaie e Tessitrici di Terravecchia 

A completamento di questa breve relazione, si ritiene opportuno riferire anche delle filandaje e delle tessitrici che nel periodo storico indagato praticavano quei mestieri a Terravecchia. Ciò, anche perché in quei decenni del 1800 la cittadina era casale di Cariati e, quindi, ne condivideva anche aspetti sociali ed economici. Tra l’altro, era molto frequente uno specifico intreccio generazionale per i legami che si instauravano con i matrimoni che si celebravano tra cittadini di Cariati e Terravecchia e viceversa, influenzando così anche la trasmissione di mestieri e dei modelli produttivi.

 

In tale contesto, quindi, gli atti investigati evidenziano che:

 

– Nell’aprile del 1812 tale Annunziata Juliano, vedova del terravecchiese Domenico Grande, praticava il mestiere di filandaja. Probabilmente il dipanamento del filato di seta dai bozzoli avveniva nella sua abitazione e le matasse vendute poi a Cariati.

 

– Il 28 settembre 1817, la sedicenne Domaschina Antonia Primocerio – già segnalata tra le filandaie di Cariati – si sposò con tale Francesco Cataldo Faragò e si trasferì a Terravecchia. Nel paese, in casa, la filandaia Domaschina continuò a districare i bozzoli e produrre le matasse del filo di seta.

 

L’arte della tessitura, invece, era praticata dalle specificate maestre:

 

– Teresia Paletta, nel luglio del 1813 aveva 21 anni, a Terravecchia nell’abitazione posta nella strada la Timpa con il suo telaio realizzava tessuti e coperte. Era figlia del 60enne Mauro Paletta, di professione sarto, e di tale Porzia Di Paola, anche lei tessitrice. Ciò a dimostrazione che l’arte della tessitura era tramandata tra le generazioni prevalentemente nelle famiglie in cui l’esperienza, la saggezza acquisita nel tempo ed i particolari disegni intrecciati nel tessuto costituivano una ricchezza personale e patrimoniale che si trasmetteva da madre a figlia.

 

– Ancora, tale Laura Antonia Parisi, nel 1814 era una maestra tessitrice. Figlia di Paolo Parisi e di Vittoria Macchia, moriva a Terravecchia all’età di 44 anni.

Nella strada la Giudeca, nella sua abitazione, Teresia Greco lavorava al suo telaio tessendo abilmente coperte e tessuti. La madre, Lucrezia Giuliano, invece professava il mestiere di filatrice.

 

– In fine, si segnala la tessitrice Infinita Affatati, vedova di Basile Felice che moriva a Terravecchia il 14 marzo 1828 all’età di 68 anni.

 

Come il lettore può riscontrare, i mestieri di filandaia e tessitrice evidenziati in questo testo costituivano in quel periodo storico una specializzazione professionale che dava prestigio e riconoscimento a chi li esercitava. Quelle donne erano appellate come mastra o ngnura mastra (maestra – signora maestra), ad esse la società riconosceva il ruolo di privilegio di avere le apprendiste a cui trasmettere gli antichi mestieri e l’arte della tessitura.

Tutte le altre donne, fin da ragazzine, di fatto, erano avviate all’attività della filatura. Queste producevano in casa i diversi filati di cotone, lana, lino e anche ginestra che, poi, erano utilizzati per produrre tessuti di vario genere e foggia anche per le necessità familiari.


= TESTO REDATTO DA: MAURO SANTORO

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