“LA STRADINA DEL CUORE”: IL LUOGO DOVE IL DOLORE HA IMPARATO A RICORDARE

Nel testo di Nicola Campoli, premiato da ANCoS APS, la memoria familiare diventa letteratura autentica: un viaggio nei silenzi dell’infanzia e nell’assenza che continua a parlare

Nicola Campoli

Antonio Loiacono

La provincia italiana ha una memoria particolare: non conserva soltanto i fatti, trattiene gli odori. Il ferro umido dei cancelli, il pane comprato troppo presto al mattino, la polvere che resta addosso ai palloni dopo una partita improvvisata in un vicolo. Sono dettagli che sembrano marginali finché qualcuno non li rimette in fila con precisione quasi involontaria. Allora diventano altro. Diventano tempo.

È da lì che bisogna entrare in “La stradina del cuore”, il racconto con cui Nicola Campoli ha conquistato il IV posto ex aequo al Concorso Letterario Nazionale “Mille parole per una foto”. Non dal risultato — che pure conta — ma da quella capacità sempre più rara di scrivere senza dare l’impressione di voler “scrivere bene”. Che è una differenza enorme, e chi legge narrativa oggi la riconosce quasi subito.

Il racconto non si apre davvero: affiora. Come certi ricordi che non arrivano in ordine cronologico ma per pressione interna. C’è un vicolo di provincia, stretto e povero di cose, ma saturo di vita minuta. C’è un bambino che trasforma pochi metri di strada in un campo da calcio, in un regno sufficiente. E poi ci sono gli oggetti laterali, quelli che in letteratura spesso vengono usati come decorazione e qui invece assumono il peso specifico delle reliquie private: il “pane degli angeli” con la crema gialla, gli scuri accostati dalla madre, la luce che cambia all’improvviso senza che nessuno sappia ancora darle un nome.

La morte del padre, in fondo, arriva quasi di sbieco. Questo colpisce. Campoli non costruisce il trauma come evento centrale; lo lascia infiltrare nella materia ordinaria delle cose. È una scelta difficile, persino rischiosa. Molti testi contemporanei sentono il bisogno di dichiarare il dolore, di illuminarlo frontalmente. “La stradina del cuore” fa l’opposto: abbassa la voce. E proprio lì, nel tono trattenuto, trova la sua forza più ostinata.

C’è un passaggio — il bacio lanciato verso il balcone prima di uscire — che resta addosso più di altri. Perché non sembra scritto per commuovere. Sembra ricordato davvero. La differenza sta tutta nella misura. Chi ha attraversato un lutto sa che la memoria non archivia i grandi discorsi: trattiene il gesto minimo che precede la frattura. Una mano sulla maniglia. Un richiamo dalla finestra. La posizione di una sedia rimasta fuori posto per settimane. Il racconto comprende questa verità senza teorizzarla mai.

Ed è forse qui che il testo supera i confini dell’autobiografia. La stradina del titolo smette lentamente di essere un luogo fisico e diventa una geografia interiore, quasi una fenditura permanente nella percezione del mondo. All’inizio è spazio aperto all’immaginazione infantile; dopo la perdita si trasforma in un corridoio emotivo dove tutto appare identico, ma niente coincide più con ciò che era. Succede così anche nella vita reale, benché la narrativa spesso lo dimentichi: il dolore autentico non altera il paesaggio, altera lo sguardo.

Sotto traccia, senza proclami, il racconto parla anche di classe sociale. Dell’emigrazione familiare. Della povertà vissuta non come marchio identitario da esibire, ma come clima umano. Non c’è compiacimento “miserabilista”, nessuna ricerca di nobiltà artificiale nella difficoltà economica. Eppure quel vicolo poco illuminato assume una dignità quasi epica, proprio perché rimane concreto: freddo, stretto, imperfetto. Una provincia vera, non cartolinesca. Chi è cresciuto in certi paesi italiani riconosce perfino il silenzio dei pomeriggi.

Del resto, nel Sud i luoghi non sono mai soltanto luoghi. Conservano tracce sovrapposte, memorie che cambiano nome senza sparire davvero. Persino il celebre Malpertugio della novella boccaccesca di Andreuccio da Perugia — quel dedalo popolare, ambiguo, vivo di umanità minuta e traffici notturni — secondo alcune ricostruzioni coinciderebbe con l’attuale Via Medina, nel cuore di Napoli, proprio l’area dove oggi ha sede ANCoS APS. È un dettaglio apparentemente laterale, ma restituisce bene la continuità invisibile tra memoria urbana, narrazione e identità collettiva: come se certe strade italiane continuassero a raccontare storie anche quando cambiano volto, epoca, persino linguaggio.

Non è un caso, forse, che Nicola Campoli — habitué del mare Ionio e di Cariati in particolare — abbia coltivato nel tempo un legame profondo con i luoghi e con il loro valore umano prima ancora che geografico. È stato infatti tra i pionieri del patto di amicizia e collaborazione siglato ufficialmente tra il Comune di Cariati e il Comune di Napoli, un’iniziativa nata lontano dai riflettori ma capace di intrecciare identità, memoria e appartenenze. Elementi che, in controluce, sembrano riaffiorare anche nella sua scrittura.

Il riconoscimento ottenuto al concorso promosso da ANCoS APS insieme a Confartigianato Imprese Napoli appare allora meno casuale di quanto possa sembrare. “Mille parole per una foto” nasce infatti da un’idea semplice solo in apparenza: trasformare un’immagine in racconto, costringere la scrittura a dialogare con ciò che una fotografia mostra e insieme nasconde. Dal 2019 il concorso si è ritagliato uno spazio riconoscibile nel panorama della scrittura breve italiana, anche grazie all’intreccio con il progetto culturale PAIDEIA. Ma più dei progetti, a volte, restano i testi capaci di sopravvivere ai comunicati.

E quello di Campoli resta.

Soprattutto nel finale, quando il narratore si rivolge direttamente al padre scomparso. Non c’è soluzione, non c’è pacificazione. Dopo cinquant’anni il lutto non appare guarito; ha semplicemente cambiato forma. È diventato dialogo interno, presenza invisibile, abitudine dell’assenza. Una condizione che il racconto restituisce senza retorica funeraria e senza quella lucidità eccessiva che spesso tradisce la letteratura costruita a tavolino.

Forse è proprio questo che rende “La stradina del cuore” un testo difficile da archiviare come “semplice racconto autobiografico”. Non perché ambisca all’universalità — i testi che la inseguono raramente la raggiungono — ma perché accetta fino in fondo la propria fragilità concreta. E dentro quella fragilità lascia emergere qualcosa che riguarda molti: il momento esatto in cui l’infanzia smette di proteggerci dal tempo.

Il resto rimane nei luoghi. O in ciò che i luoghi continuano a fare di noi, anche quando crediamo di esserci allontanati abbastanza.

 

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