LA SCOZIA, L’EUROPA E I CAMPANILI

Il divisionismo dovrebbe essere solo una corrente artistica. Invece è una malattia che in modo sempre più virulento sta aggredendo la povera Europa.

Dopo gli orrori delle ultime due guerre, finalmente alcuni statisti illuminati -– De Gasperi, Adenauer, Spinelli, Schumann –- ebbero il coraggio e la forza di dare corpo ad un sogno millenario: unire gli europei. Purtroppo, però, le classi politiche che sono venute dopo hanno fatto e continuano a fare di tutto per uccidere il sogno che comunque è riuscito, malgrado loro, a crescere anche fra i cittadini europei; ma è cresciuto in modo discontinuo, incerto e fragile.

E così, ogni volta che arriva una crisi economica, l’’idealismo e la voglia di sognare cedono il passo alla paura, all’’egoismo e alle meschinità di bandiera. E la crisi attuale, la peggiore dal 1929, il sogno l’’ha eroso, scavando fra gli Stati di questa povera Unione –- e quel che è peggio fra i cittadini di questi Stati – un solco che rischia di diventare una voragine.

L’’esito del referendum in Scozia potrebbe essere catastrofico. A parte gli strilli dei leghisti nostrani, che parlano di una nazione –- la cosiddetta “Padania” –- che esiste solo nelle loro povere teste, ci sono altri localismi ben più forti e in qualche misura comprensibili, in giro per l’’Europa, che aspettano solo la secessione della Scozia per reclamare, a loro volta, di diventare non più regioni o province, ma nazioni a tutto tondo: la Catalogna, le zone basche, l’’Irlanda del Nord, le province valloni del Belgio.

È grottesco, a pensarci, che in un mondo sempre più proiettato verso la globalizzazione, nel quale comunicare e viaggiare è più semplice di quanto mai si sia pensato possibile; circondati come siamo da giganti come gli USA, la Russia, la Cina, il Brasile e l’’India, la cui potenza politica ed economica è anche dovuta alla loro coesione territoriale, è grottesco, dico, che qui in Europa ci sia questa voglia di frazionarsi invece in gruppi sempre più piccoli, quasi che la Storia non fosse là ad insegnarci quanto essere divisi significhi essere deboli, e fragili.

Noi italiani, in questo, siamo sempre stati campioni, magari travestendo con un idealismo rabberciato e farlocco motivazioni di natura ben più meschina: l’’esempio più lapalissiano è, mi ripeto, quello della Lega Nord; ma un altro esempio è la smania -– giocoforza ormai tramontata -– di moltiplicare le province, creando così artificiosi recinti identitari, inutili strutture burocratiche e superflui, oltre che costosi, incarichi politici.

Il risultato del referendum scozzese avrà ricadute pesanti sull’’integrità non solo dell’Unione Europea, ma anche di alcuni degli Stati che ne fanno parte. Chi continua a sognare che l’’Europa riesca, un giorno, a diventare davvero un’’unione politica e ideale, e non solo di mercati, fa il tifo per il “No”. Chi continua a ragionare solo in termini di dialetti, costumi e bandiere locali, strepita per il “sì”.

Dovremmo sentirci “divisi ma sempre uniti”, come recitavano quelle medagliette che ci scambiavamo con le fidanzate qualche tempo fa; ma la maledizione degli egoismi, delle piccinerie e dei meschini campanilismi ci ridurrà invece ad essere uniti, forse; ma sempre divisi.

Giuseppe Riccardo Festa

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