■Antonio Loiacono
Alcune stagioni politiche promettono svolte epocali. Poi ci sono i tempi della realtà, che spesso avanzano più lentamente degli annunci e lasciano le trasformazioni sospese a metà.
La sanità calabrese vive oggi dentro questo paradosso!
Sulla carta, la Regione è uscita dal commissariamento. Nei fatti, però, il sistema resta ancora bloccato in una terra di mezzo dove le decisioni esistono, ma non riescono ancora a produrre effetti concreti.
Sono trascorsi quasi settanta giorni dalla delibera del Consiglio dei ministri che ha sancito formalmente la fine di una gestione straordinaria durata oltre quindici anni. Un passaggio che avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova stagione: quella del ritorno alla piena autonomia amministrativa e politica nella gestione della sanità.
Ma la realtà, ancora una volta, si è rivelata più complessa.
Il nodo decisivo resta fermo alla Corte dei Conti, chiamata a esprimersi sulla sostenibilità e sulla regolarità dell’intero iter. Finché quel pronunciamento non arriverà, l’uscita dal commissariamento resterà incompleta, sospesa in una dimensione giuridica ancora incerta.
Ed è proprio questa sospensione a generare effetti concreti.
Nel frattempo il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, si muove dentro una sorta di Terra di Mezzo istituzionale: non più commissario ad acta, ma non ancora pienamente investito dei poteri ordinari sulla sanità regionale. Un luogo politico sospeso, dove il vecchio assetto è formalmente finito ma il nuovo non è ancora realmente cominciato. Una posizione intermedia che, inevitabilmente, rallenta il funzionamento della macchina.
Gli atti si accumulano. Le decisioni slittano. Le responsabilità restano in bilico.
Ma soprattutto restano congelati i bilanci delle Aziende sanitarie e ospedaliere, strumenti fondamentali per programmare investimenti, autorizzare spese, pianificare assunzioni e garantire stabilità gestionale.
Documenti che, per legge, avrebbero dovuto essere approvati entro il 30 aprile.
Non è accaduto!
L’ultima proroga ha fissato una nuova scadenza al 30 giugno. Un nuovo termine che allunga ulteriormente una fase di transizione già troppo lunga.
E nella sanità il tempo non è mai neutrale; ogni giorno di ritardo pesa sui territori, sulle direzioni aziendali, sui reparti che attendono risorse, sul personale che aspetta risposte, sui cittadini che vivono una sanità già fragile e spesso insufficiente.
Perché dietro ogni stallo amministrativo esiste sempre una conseguenza reale.
La burocrazia rallenta, ma il bisogno di cura no.
Ed è qui che la vicenda calabrese assume un significato più profondo.
Il commissariamento sanitario ha rappresentato per oltre quindici anni una condizione straordinaria diventata, col tempo, quasi ordinaria. Una lunga parentesi che ha inciso non solo sugli assetti istituzionali, ma sulla stessa cultura amministrativa della sanità regionale.
L’uscita annunciata avrebbe dovuto segnare un cambio di paradigma.
Il ritorno alla responsabilità piena, alla programmazione, alla capacità di decidere.
Ma senza atti efficaci, senza poteri certi e senza bilanci approvati, il rischio è che la svolta resti confinata dentro il linguaggio formale della politica.
E in Calabria il tempo degli annunci sembra essersi consumato.
Perché la sanità non vive di proclamazioni.
Vive di scelte, di investimenti, di responsabilità assunte fino in fondo.
E forse il punto centrale è proprio questo: una regione non esce davvero da un commissariamento nel momento in cui lo stabilisce un decreto.
Ne esce quando torna concretamente a governarsi.
Oggi, in Calabria, quella soglia appare ancora vicina.
Ma non ancora attraversata.
La vera misura del cambiamento non sarà la fine di una firma commissariale, ma la capacità di trasformare l’autonomia riconquistata in risposte reali. Perché nella sanità, più che altrove, il confine tra attesa e diritto coincide spesso con la vita stessa delle persone.
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