LA MORTE DI MASSIMILIANO “MAX” FANELLI

Immaginate di essere completamente paralizzati, a tal punto da non poter più non solo camminare o usare le braccia e le mani, ma nemmeno parlare, deglutire, respirare, urinare e defecare. Tutte le vostre funzioni vitali sono esercitate da macchine che respirano per voi, vi idratano, vi nutrono; quanto al resto, siete un pupazzo che deve essere assistito, vestito, spogliato, lavato e asciugato da qualcun altro.

Il  corpo è diventato un carcere che imprigiona la vostra mente. Non vi è rimasto che un solo muscolo sul quale ancora potete esercitare il controllo della volontà: quello che muove il vostro occhio destro. Grazie a quel muscolo, e all’amore di coloro che vi circondano, riuscite in qualche modo a conservare un contatto col resto del mondo; ma anche quello, presto o tardi, staccherà la spina che lo collega al cervello.

Max prima che la malattia lo colpisse
          Max prima che la malattia lo colpisse

In queste condizioni,ormai da anni, era costretto a vivere Massimiliano “Max” Fanelli, colpito nel 2013 da una sclerosi laterale amiotrofica che rapidamente gli ha rubato il suo corpo. Inutilmente Max implorava i politici di decidersi a discutere la legge sulla fine della vita che attende di essere messa all’ordine del giorno nelle aule parlamentari.

Max amava la vita, come la amava Eluana Englaro e come la amava Giorgio Welby. Ma come loro pensava che in quelle condizioni la sua non era più vita. Chiedeva, come loro, il diritto di smettere di sopravvivere a sé stesso, vittima di una malattia che non gli offriva alcuna speranza e anzi non poteva, se possibile, che peggiorare. Chiedeva, come lo chiedevano Eluana (attraverso il padre Beppino) e Giorgio, che gli fosse riconosciuto un diritto elementare: quello di decidere della propria vita.

Non pretendeva di decidere anche per gli altri: chi in una situazione del genere preferisce restare in vita e sopportare le sue sofferenze – che lo faccia nel nome di un dio, di una filosofia o per semplice paura della morte – ha il diritto sacrosanto e inalienabile di scegliere di portare la sua croce finché la natura prende il sopravvento e lo libera dal suo calvario.

Ma perché, chiedeva Max, a chi invece non ce la fa più deve essere negato lo stesso diritto, il diritto di scegliere e di decidere della propria vita?

Il perché lo conosciamo tutti: molti politici di obbedienza cattolica si oppongono con tutte le loro forze alla semplice idea che il tema possa essere affrontato: la vita, dicono, è un dono di Dio e l’uomo non ha il diritto di disporne. Così come i testimoni di Geova impongono il loro credo ai propri figli, e preferiscono vederli morire piuttosto che subire una trasfusione sanguigna, questi politici si ritengono in diritto di imporre il proprio credo all’intera cittadinanza nazionale, e preferiscono lasciar agonizzare per anni un Max Fanelli, una Eluana Englaro e un Giorgio Welby piuttosto che lasciare che essi, in piena scienza e coscienza, decidano della propria vita e della propria morte.

Noi tutti inorridiamo di fronte alla pretesa di certi integralisti musulmani di imporre al mondo intero la loro legge, i loro costumi e il loro credo. Eppure nessuno si scandalizza per la pretesa di questi cattolici di fare altrettanto su temi come appunto quello dell’eutanasia. Essi si ritengono in diritto di imporre a tutti una visione morale e religiosa che appartiene solo a loro. Perché? Si rendono conto di quanto sia arrogante e ingiustificata questa loro pretesa? In cosa il loro comportamento si distingue da quello di un mullah o di un ayatollah?

Con buona pace di costoro e di tutta la gerarchia cattolica, dal parroco della chiesa dietro l’angolo su su fino al papa in persona, le leggi dello Stato devono prescindere dalle valutazioni religiose: da qualsiasi valutazione religiosa.

Dobbiamo sperare, ora, che, scossa dalla tragedia di Max e dei tanti che versano nelle stesse condizioni e come lui vogliono essere padroni di sé stessi, quella parte della classe politica che crede nel diritto dei cittadini all’autodeterminazione si decida finalmente a imporre al Parlamento che la legge venga discussa e approvata.

Si decida, semplicemente, a fare il proprio dovere.

 

Giuseppe Riccardo Festa

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