La morte di Fortuna. Perché é successo?

Fortuna

Consapevolmente non avevo mai voluto leggere o porre attenzione alla triste vicenda della bambina di nome Fortuna, morta drammaticamente a Caivano. Purtroppo nella società in cui viviamo, nonostante ci si provi a difendere dal fiume di informazioni che arriva dai media, ahimè, da tutti i lati, non si riesce nell’intento. Ma nel mio caso é stato il male minore della terribile storia di cui sono venuto a conoscenza dei particolari.

E, quindi, anch’io mi sono addentrato in quello che é accaduto nel giugno del 2014 nel condominio del Parco Verde del Comune a nord di Napoli, e anche prima nel 2013, e che da pochi giorni é nuovamente sulle cronache giornalistiche.

Più che di una forma di autodifesa personale del tutto insignificante, il mio sentimento é stato sin dal primo momento un rigetto a voler credere che ci fosse stato qualcuno che con una crudeltà unica e irrefrenabile avesse commesso ciò, cui oggi la magistratura é venuta a capo con un attento e meticoloso lavoro di intelligence.

A questo impegno degli inquirenti non si può che rivolgere un plauso. Non solo, per il risultato finale, ma principalmente per averci visto bene da subito, al punto di dedicare al delicato caso un’attenzione particolare.

Non voglio soffermarmi su chi ha commesso il tragico delitto, perché non ci sono appellativi per descrivere quello che ha compiuto barbaramente. Del resto, senza mostrare un minimo di sensibilità per una bambina che non aveva alcuna colpa, se non quella di voler vivere la sua esistenza in modo normale come tanti suoi coetanei, forse solo più fortunati di vivere in ambiti meno degradati.

Invece, la gravità della vicenda la scorgo nel contesto dove si é sviluppata. Un luogo indescrivibile per l’omertà mostrata e per il silente atteggiamento delle persone adulte. Che sapevano prima, durante e dopo. Come si può continuare ad abitare quei luoghi, pur conoscendo i fatti, ma facendo finta di nulla. Pazzesco! Eppure così é stato e non ci sono attenuanti.

Significa non dare valore alla propria vita e a quella degli altri. Una “giungla” in termini di relazioni e connivenza. Per giunta a seguito della morte di una bambina di sei anni. Un palcoscenico di abusi violenze ai danni dei più piccoli, mischiati con la vita di tutti i giorni di persone adulte, come se non fosse niente.

Cosa si fa dinanzi a un quadro così inimmaginabile? Lo Stato certo deve intervenire con mezzi e risorse. Ma basterà a sradicare una radice di complicità, omertà e violenze? Confesso il mio sconforto, innanzitutto per la colpevolezza non solo di chi ha violentato e ucciso una bambina, ma di chi mentre la piccola moriva si é girata altrove e ha parlato di altro. E’ mai possibile? Ebbene é tutto vero e davanti ai nostri occhi.

Nicola Campoli

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