IL SOGNO IMPOSSIBILE DELL’OBIETTIVITA’

È possibile essere obiettivi? Ovviamente no; l’’obiettività è come la cultura: la si può perseguire, ma non si potrà mai averla tutta. In ogni essere umano l’’educazione che ha ricevuto, gli interessi personali, le idee che ha maturato, i gusti, l’’umore: tutto congiura per impedirgli di guardare il mondo, la storia, i popoli e gli eventi senza subire qualche condizionamento.

Figurarsi poi noi italiani, che della partigianeria e del campanilismo –- che poi sono la stessa cosa -– siamo sempre stati i campioni: pisani contro fiorentini, terroni contro polentoni, comunisti contro democristiani, cattolici contro laici, più di recente berlusconiani contro anti-berlusconiani, oggi grillini contro tutti gli altri e viceversa.

Ma pure, lo sforzo di lottare contro i condizionamenti bisognerebbe tentarlo: perché cedere ai condizionamenti significa, molto semplicemente, arrendersi al pregiudizio. Il pregiudizio è la base culturale degli imbecilli; di coloro, cioè, che non ritengono necessario o utile pensare e s’’accontentano della risposta più facile: gli albanesi sono tutti ladri, i romeni tutti violenti, i neri (o, peggio, “i negri”) puzzano, i meridionali sono sfaticati, gli ebrei avidi, i politici disonesti, gli zingari rapinatori; e via così, appiccicando etichette a tutto e a tutti, con la ferrea certezza di essere i soli portatori dell’’onestà, della correttezza e, soprattutto, della Verità. Ma “la verità” come disse l’’esploratore inglese Sir Richard Burton, “è uno specchio infranto in mille pezzi: ciascuno crede con il suo pezzettino di possedere il tutto”.

I più grossi guai, l’’umanità, li ha subiti proprio per colpa di gente –- da Torquemada a Stalin, dal cardinale Bellarmino (che condannò Galileo) a Hitler, dal senatore Mc Carty agli hayatollah iraniani –- che era convinta di possederla, questa benedetta Verità.

Dunque chi ha ragione? Israele o Hamas? Gli ucraini o i separatisti filorussi? Il governo siriano o i ribelli? I musulmani sciiti o i musulmani sunniti? I cristiani cattolici o i cristiani protestanti? Oggi, fra i tanti conflitti che agitano il mondo, ci sentiamo più coinvolti in quello che contrappone Israele e Hamas, anche per l’’ampia copertura mediatica che ha ricevuto. Al momento è in vigore un fragile cessate-il-fuoco, che nessuno sa se e quanto durerà.

Entrambe le parti giustificano con motivazioni per loro ineccepibili la violenza con la quale si scontrano, le cui conseguenze -– come purtroppo accade sempre -– ricadono soprattutto sulle inermi popolazioni civili: Israele vede minacciati i propri territori meridionali dai lanci di razzi del suo nemico, che ribatte rivendicando il proprio diritto a occupare la Palestina e denuncia la morsa che strangola la striscia di Gaza, che a sua volta Israele giustifica con la necessità di impedire rifornimenti di armi ad Hamas oltre che di bloccare gli attentatori che cercano di infiltrarsi in Israele.

È difficile non biasimare Israele per i bombardamenti spietati con i quali ha distrutto migliaia di case e, soprattutto, ucciso centinaia di donne, vecchi e bambini colpendo anche, fra l’’altro, centri e scuole protetti dalla bandiera delle Nazioni Unite.

Ma altrettanto difficile è giustificare il cinismo di Hamas che, pur sapendo perfettamente qual è la natura delle reazioni di Israele, insiste nel suo lancio di missili (peraltro vanificato dalle supertecnologiche difese dell’’avversario) pur sapendo che a farne le spese, poi, saranno i suoi civili.

È difficile escludere che quelle vittime siano previste, se non programmate, per farne strumento di propaganda nel resto del mondo e indebolire le simpatie dell’Occidente e rinforzare l’’odio del mondo islamico nei confronti di Israele.

La realtà, ad un osservatore che si sforzi di essere quanto più possibile distaccato, è che se in una cosa Hamas e Israele vanno d’accordo, è sulla necessità di soffocare sul nascere ogni possibilità e speranza di superamento del loro odio reciproco.

Hamas vuole distruggere Israele e Israele vuole distruggere Hamas. Di discutere e ammettere la reciproca esistenza non vogliono saperne, né l’’uno né l’’altro. Senza un profondo cambiamento di mentalità da parte di entrambi, la guerra che essi si combattono non potrà dunque vedere una fine.

A livello di governi, l’’Occidente non può permettersi di sconfessare Israele. Al contrario, lo coccola e lo rifornisce a volontà di armamenti perché è il suo gendarme in un’’area dove il radicalismo islamico si rafforza. Men che meno oggi, che alla sempre incombente minaccia dei pasdaran iraniani si aggiunge quella del neonato califfato islamico dell’’Irak del nord.Poco importa che questa situazione sia frutto della politica miope dello stesso Occidente, e soprattutto degli USA dell’’era dei Bush.

A livello di popolazioni la scelta di campo è tutt’’altro che così netta. I fomentatori di un antisemitismo mai scomparso gioiscono della possibilità di attribuire non tanto allo Stato di Israele quanto agli ebrei -– a tutti gli ebrei – la responsabilità delle stragi di questi giorni, della miseria delle popolazioni di Gaza e della progressiva erosione del loro territorio mediante la politica degli insediamenti.

Sull’’altro versante, il timore del terrorismo e del fondamentalismo islamico suscita diffidenza, insofferenza e ostilità verso i musulmani: tutti i musulmani.

Ci comportiamo, così, esattamente come le parti in conflitto: ascoltiamo solo le ragioni della parte che abbiamo scelto e l’’altra la condanniamo senza appello; aggiungiamo anzi, alle loro ragioni, i nostri pregiudizi culturali, razziali e religiosi. Poche sono le voci che invocano il dialogo, e fra queste alcune si levano proprio dal mondo ebraico, come quelle di Daniel Barenboim e della cantante Noah. Ma sono voci isolate.

Proprio come le parti in lotta, la maggior parte della gente sceglie un campo, e si augura la distruzione del campo opposto. Eppure dovremmo saperlo che la guerra non è, non è mai stata e mai sarà la soluzione. La Storia, si dice, è maestra di vita; ma la classe in cui insegna è sempre desolantemente vuota. Echeggiano amare, allora, le parole del poeta:

How many times must a man look up Before he can see the sky ? Yes, how many ears must one man have Before he can hear people cry ? Yes, how many deaths will it take till he knows That too many people have died ? The answer my friend is blowin’ in the wind The answer is blowin’ in the wind.

(Bob Dylan)

(Sì, quante volte un uomo deve alzare lo sguardo Prima che riesca a vedere il cielo? Sì, quante orecchie deve avere, un uomo, prima che riesca a sentire la gente che piange? Sì, e quante morti ci vorranno prima che si renda conto Che troppa gente è morta? La risposta, amico mio, soffia nel vento; la risposta soffia nel vento)

Giuseppe Riccardo Festa

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