Antonio Loiacono
Ci sono giorni in cui un luogo cambia accompagnato da un forte rumore!
A San Morello è successo così: un boato memorabile, una scena spettacolare ed ecco che una strada, da un giorno all’altro, smette di essere una strada. Rimane lì, sotto una colata di roccia e terra, ma privata della sua funzione più semplice e più decisiva: mettere in relazione.
Dal 29 dicembre, il collegamento con la Provinciale che corre a valle del borgo non accompagna più nessuno da nessuna parte. È diventato una linea di arresto, una soglia invalicabile che separa il paese in due parti asimmetriche. Sopra, la zona più antica, abitata da anziani, persone con disabilità, famiglie che ora contano le distanze come si contano i giorni di isolamento. Sotto, il resto del mondo, che continua a scorrere.
La frana non ha soltanto occupato l’asfalto. Ha modificato le abitudini, l’orientamento, la percezione stessa del tempo. Qui le ore non passano: si allungano. E pochi chilometri, che sulle mappe sembrano irrilevanti, diventano una misura assoluta.
È in questo contesto che, nella mattinata di ieri, l’europarlamentare Pasquale Tridico ha raggiunto San Morello. Non per una passerella istituzionale, ma per osservare da vicino ciò che resta quando una comunità perde il suo accesso più elementare. Vicino alle case addossate le une alle altre, nella parte alta del borgo, il problema non si presenta subito come questione tecnica. Prima ancora delle opere di messa in sicurezza, emerge un dato umano: la sensazione di essere stati tagliati fuori.
Davanti allo smottamento, Tridico ha scelto parole dirette. Ha parlato di una condizione difficile da raccontare, di persone fragili rimaste senza collegamenti, di servizi essenziali che diventano improvvisamente irraggiungibili. Ha evocato scenari concreti, quotidiani: un’ambulanza che non può arrivare, una spesa che si trasforma in un’impresa. Immagini semplici, e proprio per questo difficili da ignorare.
Nel frattempo, San Morello ha iniziato a farsi sentire. Senza clamore, senza slogan, ma con una richiesta netta: non essere lasciata sola. Le proteste dei residenti non cercano promesse né rassicurazioni generiche. Puntano a qualcosa di più misurabile e urgente: tempi certi per la riapertura della viabilità e interventi definitivi per stabilizzare l’area interessata dal crollo, che incombe ancora come una possibilità non del tutto archiviata.
Nel suo intervento, l’europarlamentare ha sollecitato un coinvolgimento immediato della Protezione Civile, sottolineando la necessità di un’azione rapida e coordinata. Non si tratta soltanto di liberare una carreggiata, ma di restituire continuità a un territorio che vive di equilibri delicati. Nei piccoli centri basta poco per spezzarli, e molto di più per ricostruirli.
Parlando con chi abita nella parte alta del paese, emerge un sentimento che va oltre la paura. Il timore del crollo, con il tempo, si metabolizza. Più difficile da accettare è l’idea di essere diventati marginali all’improvviso. Non lontani, ma separati. Come se una linea invisibile avesse ridisegnato i confini del vivere quotidiano senza chiedere il permesso.
Oggi gli abitanti del borgo, si sentono “ostaggi” della propria condizione: è un termine scomodo, ma rende bene l’idea di un’attesa senza calendario, di un’uscita bloccata che trasforma la normalità in una parentesi forzata.
San Morello, intanto, resta sospesa sopra la frana. Non reclama gesti eroici né attenzioni straordinarie. Chiede qualcosa di più elementare: tornare a essere attraversata. Perché una strada, prima ancora di essere un’infrastruttura, è una promessa di continuità. E quando quella promessa viene meno, anche i luoghi più resistenti iniziano a sentire il peso dell’assenza.
Finché quella strada resterà chiusa, San Morello continuerà a esistere a metà: presente sulle mappe, ma sospesa nella vita reale. Riaprirla non significherà soltanto rimuovere detriti. Vorrà dire ricucire una distanza che, giorno dopo giorno, rischia di diventare abitudine.
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