■Antonio Loiacono
Si è spento a 71 anni Filippo Ascione, sceneggiatore, produttore cinematografico e uomo di cinema nel senso più pieno del termine. Nato a Cariati il 15 ottobre 1954, Ascione ha attraversato il mondo del cinema italiano con passo discreto, lasciando dietro di sé una scia di storie, collaborazioni e visioni che continuano a vivere sullo schermo.
Ci sono figure che attraversano il cinema senza occupare il centro della scena, ma lasciando ovunque una traccia riconoscibile. Filippo Ascione apparteneva a questa rara categoria: quella degli autori che lavorano nel profondo, lontani dall’abbaglio del protagonismo, e proprio per questo indispensabili. Il suo sguardo era quello di chi conosce il mestiere e, insieme, ne rispetta il mistero.
Regista, sceneggiatore, produttore, attore e uomo di set, Ascione ha attraversato decenni cruciali della cinematografia italiana con una presenza silenziosa ma costante. Il suo percorso professionale si è intrecciato con alcuni dei nomi più autorevoli del nostro cinema, contribuendo a costruire opere che hanno segnato un’epoca senza mai perdere un senso profondo di misura e autenticità.
Negli anni Ottanta, l’esperienza accanto a Federico Fellini, con cui lavorò come assistente alla regia, rappresenta uno dei passaggi più significativi del suo cammino. Non fu soltanto un apprendistato tecnico, ma un incontro umano e artistico che affinò il suo sguardo sul racconto, sull’immaginazione, sulla fragilità dei personaggi. A questo si aggiunse, negli anni successivi, un sodalizio importante con Carlo Verdone e collaborazioni con registi come Sergio Rubini, Carmine Amoroso, Luca Verdone, Christian De Sica e Giulio Base: un mosaico di esperienze diverse, unite dalla stessa idea di cinema come spazio narrativo e umano.
La scrittura rimase sempre il suo territorio privilegiato. Ascione firmò sceneggiature capaci di tenere insieme introspezione e racconto popolare, lasciando un segno riconosciuto anche dai premi. La stazione gli valse il David di Donatello per la migliore sceneggiatura, mentre Al lupo al lupo ottenne il Nastro d’Argento per il miglior soggetto originale nel 1993. Accanto a questi titoli, una lunga serie di opere testimonia una carriera densa e coerente: Stasera a casa di Alice, La bocca, Faccione, Il conte Max, La bionda, L’orso di peluche, Prestazione straordinaria, Il viaggio della sposa, Un paradiso di bugie, La bomba, fino a Cover Boy – L’ultima rivoluzione.
Negli anni Duemila e oltre, Ascione ha continuato a lavorare anche come produttore, sostenendo progetti indipendenti e film alla ricerca di nuove traiettorie narrative. Da Modena Modena Stazione di Modena per Carpi Suzzara Mantova si Cambia, a Stai con me, fino al recente Cercando Itaca (2025), il suo impegno non si è mai limitato alla scrittura: era un uomo capace di accompagnare un film dalla prima intuizione alla sua realizzazione concreta, con discrezione e dedizione.
Eppure, nonostante una carriera sviluppata su scala nazionale, Filippo Ascione non ha mai reciso il legame con Cariati, il paese delle sue origini. Quel luogo non era per lui una semplice provenienza geografica, ma uno spazio affettivo e identitario, una bussola interiore. Tornarvi significava ritrovare il senso delle cose, le radici da cui tutto aveva avuto inizio.
La sua scomparsa lascia un vuoto che non fa rumore, ma pesa. Perché il cinema, come ogni forma d’arte collettiva, vive anche di queste figure laterali e fondamentali, capaci di dare profondità alle storie senza chiedere riflettori.
Filippo Ascione ha abitato il cinema come si abita una casa: conoscendone ogni angolo, rispettandone i silenzi, scegliendo spesso di restare un passo indietro per permettere alle storie di avanzare. In un tempo che premia l’esposizione continua, il suo percorso ricorda che l’eredità più duratura nasce dalla coerenza, dall’ascolto e dalla fedeltà a una visione.
E che, a volte, il contributo più prezioso continua a vivere nei film, anche quando chi li ha scritti non compare più sullo schermo.
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