ELEGGERE GLI ELEGGIBILI

Molti ritengono che la parabola dell’attività di chi fa politica dovrebbe essere limitata nel tempo: secondo il Movimento 5 Stelle, ad esempio, non dovrebbe eccedere i due mandati parlamentari; altri dicono tre, altri addirittura, ho letto da qualche parte, uno solo.

Considero queste limitazioni una sciocchezza. La politica è un’’arte, ed il suo apprendimento richiede il suo tempo: il tempo di quella che una volta si chiamava gavetta ed oggi invece, col solito inglesismo, si definisce “training”. E ci vuole anche talento, come per qualunque altra arte. Ma che senso avrebbe disporre di un talento della politica, formarlo, farne uno statista -– il che implica ovviamente un costo –- e proprio quando è pronto dirgli “Grazie, tempo scaduto”?

È pur vero che in tutto il mondo, da sempre, si sono formate classi parassitarie, affollate di incompetenti e spesso di ignoranti, che vivono di politica senza farla per davvero. Da noi, a causa della sua conclamata inefficienza, esosità e arroganza, quella classe ha finito col meritarsi l’’epiteto di “casta”.

L’’Italia, d’’altra parte, è il Paese in cui –- non importa quale sia il grado di istruzione e cultura di cui si dispone – troppi sono convinti che tre cose siano alla portata di tutti: scrivere romanzi e poesie, cantare e, ovviamente, fare politica. Ma mentre i brutti componimenti basta non leggerli e le brutte canzoni basta non ascoltarle, le conseguenze delle gesta dei cattivi politici non è possibile evitarle; per giunta, il problema si è fatto ineludibile, anche a causa della famigerata legge elettorale che la Corte Costituzionale ha (finalmente) dichiarato –- almeno in alcune sue parti -– illegittima.

Quella legge elettorale, non a caso definita “una porcata” dal suo stesso primo firmatario, il leghista senatore Calderoli, ha di fatto impedito, per ben tre volte, che i cittadini dicessero la loro sui candidati al Parlamento inseriti nelle liste: il diritto di voto era limitato, appunto, alla scelta della lista; erano le segreterie dei partiti a decidere l’’ordine di presenza dei candidati in quella lista e quindi la probabilità che essi occupassero gli scranni della Camera e del Senato.

I soli Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà, e soltanto nell’’ultima tornata elettorale, e solo parzialmente, hanno permesso ai loro elettori, con le primarie, di scegliere chi candidare. Ma gli altri partiti – soprattutto i partiti “personali”, come l’’ex Popolo delle Libertà di Berlusconi e Italia dei Valori di Di Pietro – hanno operato scelte orientate più alla fedeltà al capo che alla competenza, alla cultura ed alla diligenza dei prescelti.

Nel caso di Di Pietro, sbagliando spesso clamorosamente nel valutare il primo e fondamentale requisito, quello della fedeltà. Chi si è preso la briga di seguire qualche dibattito parlamentare, o ne ha ascoltato interviste e interventi televisivi, ha dovuto prendere atto, con sbigottimento, di quanto molti “eletti” siano al di sotto di un sia pur modesto, e spesso anche appena decente, livello culturale.

E veniamo al costo: è una sciocchezza anche la pretesa che il politico dovrebbe essere pagato poco. Il politico -– e con lui l’’insegnante, il poliziotto e il medico ospedaliero (che sono pagati decisamente troppo poco, in considerazione appunto delle responsabilità che hanno) –- ha in mano il nostro presente ed il nostro futuro, e il futuro delle generazioni a venire. Il suo impegno deve essere retribuito, e profumatamente.

Attenzione, però: ho scritto “profumatamente”, non “spudoratamente”. E ho parlato di impegno. Una politica che diventa mestiere, in cui chi ne fa parte non è sottoposto ad alcun giudizio sul suo operato, inevitabilmente genera una casta autoreferenziale, distaccata dalla realtà quotidiana dei cittadini, arrogante e arroccata nella difesa dei propri privilegi.

Il rappresentante dei cittadini nelle istituzioni dovrebbe dunque, innanzitutto, essere scelto dai cittadini che rappresenta. La sentenza della Corte Costituzionale è il primo passo in questa direzione. Mi permetto, a questo fondamentale requisito, di aggiungerne altri, che propongo all’’opinione dei miei ventiquattro lettori. L’’eletto, se parlamentare o consigliere regionale, dovrebbe sospendere ogni altra attività professionale e dedicarsi esclusivamente ai propri impegni politici.

È semplicemente assurdo che un legislatore possa operare con la dovuta consapevolezza e concentrazione se per esempio -– e l’esempio non è casuale –- continua intanto a fare il penalista, passando magari più tempo nel suo studio o nei tribunali che non negli emicicli istituzionali.L’’attività politica, se affrontata con l’’impegno che dovrebbe richiedere, non consente alcuna distrazione, e dovrebbe essere svolta dalle nove del mattino alle diciotto di sera, a parte la pausa pranzo, non meno di cinque giorni alla settimana.

Non basta: un’’insufficiente assiduità dovrebbe comportare automaticamente la decadenza dalla carica. Ancora: l’’incandidabilità dovrebbe essere ferrea per chiunque abbia procedimenti penali in corso, non solo sentenze passate in giudicato: è assurdo che per essere assunti come messi comunali sia necessaria una fedina penale immacolata, mentre si può accedere al Parlamento anche con un terzo grado di giudizio in corso. Solo un impegno ed una rettitudine assoluti, associati a profondità culturale e competenza, giustificano gli emolumenti che agli eletti vengono erogati, e che solo a questa condizione è giusto che siano di entità elevata.

L’’eletto, insomma, ha il dovere di meritare il rispetto, se non l’’ammirazione, di chi lo elegge. Altrimenti, tutt’’altro che “onorevole”, è un imbroglione e un disonesto, e merita tutto il disprezzo di questo mondo.

Giuseppe Riccardo Festa

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