Ecco cosa vorrei trovare nella calza appesa sopra il caminetto.

C’è un regalo che, per la prossima Epifania, vorrei tanto trovare nella calza appesa sopra il caminetto. Vorrei veder realizzato il sogno che i tanti politici, cantanti, giornalisti, comici, e persone pubbliche in generale –- di solito uomini ma le donne, ahimè, non mancano -– che quotidianamente riversano su di noi da televisori, radio, quotidiani e blog valanghe di opinioni, giudizi, valutazioni e commenti provassero, per un annetto, ad astenersi dall’’uso del turpiloquio.

Per carità, non pretendo di essere una candida colomba. Capita anche a me, se mi do un martello su un dito, di spararla grossa. Ma almeno, date le circostanze, posso invocare davanti al tribunale del buon gusto le attenuanti generiche e la clemenza della Corte.

Ho citato il tribunale del buon gusto, non quello della coscienza, perché la volgarità offende il primo più di quanto non ferisca la seconda. Anche per questo, pur essendo e proclamandomi un libero pensatore -– quel che in termini privativi è definito un “non credente” –- non sopporto le bestemmie. Le trovo grevi, volgari, trucide; e incivili. La bestemmia in un paio di occasioni è scappata anche, in TV, a personaggi più o meno noti: in tempi ormai remoti all’’attore Mastelloni e più di recente, così ho letto sui giornali, ad un altro, di cui non ricordo il nome, durante il reality show “L’’isola dei famosi”, ricettacolo di esponenti del sottobosco dello spettacolo, per i quali l’’aggettivo “famosi” sembra più una speranza che una constatazione.

Ad entrambi il moccolone è costato la sparizione dagli schermi. Non altrettanto accade ai tanti –- troppi –- il cui linguaggio, pur non sforando nella bestemmia, trabocca tuttavia, con avvilente normalità, di termini che in circostanze normali farebbero arrossire uno scaricatore di porto.

Quel vocabolario, lo sappiamo tutti, richiama per lo più il terminale escretorio posteriore, ed il prodotto che rilascia, e l’’apparato genitale maschile, nella sua interezza o mirando alle sue parti. I principali utenti di questo linguaggio sono i comici – anzi, meglio: i cabarettisti – e taluni personaggi di più o meno recente apparizione nell’’agone della politica.

Per quanto riguarda i comici, è ovvio che l’’allusione sessuale sia un potente strumento di richiamo; ma altro è alludere, altro è trasformare uno sketch in una sequela di parolacce. Il problema, forse, è che questi sedicenti cabarettisti in realtà non possiedono l’’autentica verve comica che trasformava in un evento ogni monologo di Walter Chiari, di Totò, Carlo Campanini, Aldo Fabrizi, e tanti altri che con le loro battute sapevano far appello a ben altre parti anatomiche del loro uditorio – quelle racchiuse nella scatola cranica – che quelle fasciate nelle mutande. Mette tristezza, anche, vedere come il pubblico sia facile alla risata appena questi sedicenti cabarettisti esalano il loro repertorio di oscenità.

E poi ci sono i politici. Il primo è stato l’’ormai malinconicamente tramontato inventore della Padania, quell’’Umberto Bossi cui si deve addirittura una formula, il “celodurismo”, che per qualche tempo è stato oggetto di dibattito nelle cronache dei quotidiani. Fra un grugnito e l’’altro, il più volte ministro (!) Bossi alzava inoltre minaccioso il dito medio e lanciava non beneauguranti saluti verso l’Italia che aveva la sventura di trovarsi troppo a sud rispetto alla sua Lombardia.

A prendere il testimone, a questo riguardo, da un Bossi ormai in disarmo, è stato Beppe Grillo, che in verità un linguaggio molto disinvolto lo usava già da tempo nei suoi monologhi prima di passare dallo status di cabarettista a quello di leader politico.

Ma il gusto dell’’appello alle parti basse è diffuso più o meno in tutti gli schieramenti. Certo, fa più male quando a lanciarlo -– con parole o atteggiamenti – è una donna, come la senatrice Mussolini, che a quanto pare ci tiene ad indossare i panni della popolana, nel senso più ciabattante e sbrodolato del termine.

La politica, secondo questi suoi rappresentanti, non ha tanto, si direbbe, il compito di elevare i cittadini -– prima di tutto con l’’esempio -– verso alte vette di nobiltà e signorilità (oltre naturalmente che di onestà e di dedizione al bene pubblico), quanto quello di abbassarsi al livello più basso del ventre di quei cittadini, solleticarglielo, sghignazzare insieme a loro e, va da sé, ottenerne così il voto.

Lo ripeto: non è una questione di moralismo, che pongo, ma di gusto. Perciò, cara Befana, per favore, induci giornalisti, cabarettisti, politici, cabarettisti diventati politici e politici ridotti al livello di cabarettisti a fare un piccolo sforzo e cercare, almeno per un poco, di usare un linguaggio corretto, elegante e pulito. Darebbero uno splendido esempio.

E poi – chi può dirlo? – potrebbe essere un inizio per cominciare anche loro, e non solo il loro linguaggio, ad essere corretti, eleganti e puliti.

Giuseppe Riccardo Festa

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