COSA RESTA DELLO SPORT

Io mi considero uno sportivo: amo sciare, ho praticato l’’equitazione e mi piace fare ginnastica; ma non sono un amante del calcio. Di conseguenza, i miei commenti su quanto è accaduto qualche giorno fa allo Stadio Olimpico di Roma e nelle sue vicinanze rischiano di essere viziati dal pregiudizio di fondo che, lo confesso, mi agita sempre quando assisto a certe manifestazioni del lato più oscuro della mente umana.

Non biasimo il tifo calcistico “normale”: l’’amore, si sa, è cieco, e non ha senso cercare della razionalità nell’’amore di un barese, per dire, verso una squadra di Torino o di Milano. Sono, però, insofferente verso chi si crede “sportivo” solo perché, lungi dal praticare un qualunque sport, standosene stravaccato sul divano di fronte alla TV, o ululando insulti da un sedile in uno stadio, si limita a guardare altri che disputano una partita.

Altri che sono magari “atleti”, ma non “sportivi”, perché lo sport, per essere davvero tale, dovrebbe prescindere dal professionismo. Ma sto sconfinando nell’’idealismo decoubertainiano: una cosa assurda tanto più in tempi, come quelli attuali, nei quali qualunque cosa si misura solo col metro del reddito che produce.

Ancor più insofferente divento quando questo tifo assume i connotati di una passione smodata e violenta, come quella che agita i cosiddetti “ultrà”. La fenomenologia degli “ultrà” è stata oggetto di studio da parte di fior di sociologi, psicologi e psichiatri, che nei comportamenti di quei soggetti vedono la soddisfazione di bisogni che con lo sport ben poco hanno da spartire. Si tratta, essi dicono, di individui di scarsa levatura culturale e intellettuale, per lo più frustrati nelle loro ambizioni e desideri; individui insicuri in cerca di identità, incapaci di costruire un autentico progetto per la propria vita, per i quali l’’appartenenza a un branco – con i suoi simboli, il suo linguaggio, i suoi rituali e soprattutto i suoi nemici – costituisce una garanzia di identità. Succede lo stesso per i fanatici appartenenti a certi gruppi politici o religiosi, nei quali dominano l’’esasperazione del linguaggio e dello spirito identitario (“noi” contro tutti gli altri).

Tutto questo è noto da decenni. Eppure nessuno ha mai fatto qualcosa di serio per porre fine alle imprese degli “ultrà” negli stadi e nei dintorni degli stadi, sui treni dei tifosi e negli autogrill, né a punire per davvero aggressioni, violenze, distruzioni, ferimenti, uccisioni. Si grida allo scandalo, adesso, anche perché a Roma si è negoziato, umiliando le istituzioni, con un capo “ultrà” napoletano che per giunta indossava una maglietta che invocava la libertà per un suo simile, in carcere per un omicidio: l’’omicidio di un poliziotto perpetrato fuori da uno stadio.

Ma da sempre succede anche questo. Da sempre i club, i questori, i prefetti e i sindaci ricevono i capi “ultrà”, ne riconoscono il potere, ci negoziano e ci discutono: dov’’è la novità? Ora, dopo l’’ennesima fuga dei buoi, si torna ad affannarsi per fingere di voler chiudere la porta della stalla.

Intanto, come sempre, le società di calcio si dicono incolpevoli e il presidente della Lega cade dalle nuvole. Eppure proprio le società di calcio gridarono allo scandalo e si stracciarono le vesti quando, non più di un paio di volte, il giudice sportivo, qualche mese fa, ha disposto la chiusura di qualche curva a seguito di atti razzistici da parte delle loro tifoserie. La realtà delle cose è sotto gli occhi di tutti: i club hanno bisogno delle tifoserie, visto che gli stadi sono sempre più vuoti e che comunque quelle mandrie di bovini (senza offesa per i bovini) assicurano alle partite i necessari sfondi coreografici; e i politici hanno paura di irritare quelle mandrie che per quanto ottuse, violente e incivili, hanno comunque diritto di voto.

Sarebbe bello che, finalmente, qualcosa di serio si facesse davvero per porre termine a questa vergogna. Si parla, e non è la prima volta, di imputare ai club la responsabilità e il costo della sicurezza negli stadi. Sarebbe già qualcosa, perché a questo punto le responsabilità sarebbero chiare e inequivocabili. Ma le società calcistiche sono più o meno tutte, finanziariamente, agonizzanti: sono tenute in vita da trattamenti fiscali compiacenti, che fra l’’altro offendono chi le tasse le paga. Non potranno mai accollarsi un costo ingente come quello della sicurezza negli stadi.

La conseguenza è che Pantalone continuerà a pagare: i costi della sicurezza, certo; ed anche quelli dei vandalismi perpetrati dagli intoccabili ultrà, tutti noti ed arcinoti a chi di dovere per nome, cognome e soprannome, eppure chissà perché intoccabili.

È un film già visto, purtroppo, e non occorre un profeta per prevedere che torneremo a vederlo. Per giunta, fra poco ci sarà il campionato mondiale, e tutto cadrà nel dimenticatoio. Finché, col prossimo campionato, non ci scapperà di nuovo il morto; e di nuovo sentiremo il coro delle indignazioni, dei distinguo e degli scaricabarile, e delle velleitarie proposte di soluzione.

Ma io non sono un amante del calcio, e sicuramente qualche “sportivo” dirà che i miei commenti sono viziati dal pregiudizio. Poco conta, e i sedicenti “sportivi” lo sanno benissimo, che io abbia perfettamente ragione.

Giuseppe Riccardo Festa

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