Cariati: ritorna la crisi pandemica, sentiamo tutti: forte il senso di responsabilità.

Non abbiamo alternative e non ci sono miracoli ai quali votarsi

È proprio vero che, quando il senso di responsabilità ti tocca in prima persona – parola molto bella, ma particolarmente abusata specialmente negli ultimi mesi in tema di crisi pandemica – è un’enorme seccatura. 

Al punto che è talmente fastidiosa che la prima reazione che si manifesta è sempre quella di farla franca. Di provare a “scappottartela”. In fondo, ti domandi: che danno mai potrò arrecare in società visto che sono stato sempre una persona responsabile? Eppure, bisogna non eludere la realtà delle cose. Provare a non nascondere la testa sotto la sabbia, mantenendo fermo il vincente senso di responsabilità. 

Come molti italiani ho trascorso questi giorni pre natalizi con un adolescente che poi è risultato positivo. Ormai è un luogo comune che domina queste giornate festive e che non tende a placarsi. Anzi. Tutto è molto in crescita. Appena avuta la notizia della positività della persona a me vicina per una frazione di secondi non realizzi. Cerchi di capire cosa fare e come affrontare la criticità. 

Non ci sono calcoli sul tempo di incubazione e relativa possibilità di contagio che tengano. C’è una sola cosa da fare. Chiudere la porta di casa alle spalle. Rimettersi – e pure alimentandolo nell’interesse generale della comunità – a quel sano senso di responsabilità, spesso solo dichiarato, e rispettare le regole del buon vivere civile, nell’attesa dei giorni stabiliti che ti toccano quando sfortunatamente rientri nel “cerchio” del virus.

Seppure a onore del vero, in questo fine d’anno atipico e dal tempo sospeso, travolti da un’onda pandemica inaspettata: faccio molta fatica a tirar fuori fermezza, equilibrio e coraggio. Eppure non ho alternative dinanzi al dilagare dei contagi, che ha fatto saltare oltre all’ordine dei tracciamenti  nella gran parte delle ASL italiane, anche gli strumenti a disposizione per difendersi dal virus. 

Non abbiamo alternative e non ci sono miracoli ai quali votarsi. Nessuno può dirci niente di più di quello che sappiamo: più ci isoliamo e meglio è. Non è il tampone che ci salverà, ma la distanza. Lontano dal getto del virus, al riparo da fiato e dalle bollicine. È la sola “Santa” responsabilità a doverci condurre in questi giorni così particolarmente critici. Non ci sono sconti e non ci sono soluzioni diverse da ipotizzare. Ad una speranza, tuttavia, mi attacco. Spero tanto che oggi, dal rimpasto delle regole, mi diranno quanti ancora giorni dovrò stare recluso in casa. 

Nicola Campoli

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