CALABRIA: SERVE UN NUOVO LINGUAGGIO POLITICO!

Il rispetto delle persone deve tornare al centro della politica

Antonio Loiacono

Il linguaggio politico in Calabria, come in gran parte del Sud Italia, ha sempre oscillato tra due estremi: la retorica enfatica e populista, da un lato, e il burocratese vuoto dall’altro. Già nel secondo dopoguerra, la costruzione della nuova democrazia italiana vide nascere una forma di comunicazione politica che cercava di mediare tra le esigenze popolari e la complessità delle istituzioni. Questo “politichese” si strutturava in formule, giri di parole, eufemismi che spesso finivano per rendere i discorsi astratti e lontani dai cittadini.

Con l’arrivo della stagione televisiva e dei grandi comizi mediatici degli anni ’80 e ’90, il linguaggio politico virò progressivamente verso lo spettacolo: slogan semplici, frasi d’effetto, contrapposizioni nette. La Calabria, spesso trattata come “terra da convincere” più che da ascoltare, ne subì le conseguenze: promesse roboanti, narrazioni epiche di cambiamenti mai pienamente realizzati, e un linguaggio che divideva più che unire.

Filosoficamente, ciò si può ricondurre alla dialettica tra parresia (il “parlare franco” degli antichi greci, dire la verità anche se scomoda) e retorica (l’arte di persuadere, anche a scapito della verità). Oggi il linguaggio politico calabrese, come quello nazionale, sembra più orientato verso la seconda opzione, spesso condito da ironie offensive o attacchi personali che indeboliscono la fiducia dei cittadini.

Questa acrimonia non nasce dal nulla: è il risultato di decenni di promesse disattese, sfiducia crescente nelle istituzioni, e soprattutto della percezione che il linguaggio non sia più strumento di costruzione, ma di distruzione dell’avversario. In Calabria ciò pesa ancora di più, perché ogni parola pubblica non è solo propaganda, ma definisce l’immagine di una regione che lotta da sempre contro stereotipi negativi.

Ci avviciniamo a una tornata elettorale decisiva, ma il dibattito pubblico continua a scivolare in basso. Offese, attacchi personali, slogan gridati: più che confronto politico sembra una gara a chi alza di più la voce.

Non è solo un problema calabrese. Anche altrove il linguaggio elettorale mostra il suo lato peggiore. Ma qui pesa di più. Perché la Calabria vive da decenni la frattura tra promesse solenni e realtà disattesa. E quando la politica smette di convincere con i fatti, prova a colpire con le parole.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cattiveria crescente tra candidati, elettori ed eletti, rancore che si sedimenta, distanza che aumenta. Eppure non c’è territorio che abbia più bisogno di una politica capace di unire, non di dividere, della Calabria!

Il linguaggio non è un dettaglio. È sostanza. È immagine. È responsabilità. Continuare a raccontare la nostra terra solo con toni aggressivi e teatrali significa consegnarla ancora una volta agli stereotipi del “trash” mediatico.

Serve una svolta! La sfida vera non è chi urla di più in campagna elettorale, ma chi saprà, dopo il voto, sedersi con l’avversario e costruire insieme. Perché strade, scuole, ospedali e lavoro non hanno colore politico: appartengono a tutti.

La Calabria ha diritto a una classe dirigente che sappia restituire dignità alla parola pubblica. Che smetta di trasformare la politica in spettacolo e torni a farne strumento di servizio.

Non si tratta di chiedere meno passione. Si tratta di chiederla meglio spesa: per le nuove generazioni, per un futuro moderno e inclusivo, per una Calabria che non sia più terreno di scontro sterile ma laboratorio di speranza.

Il rispetto reciproco non è debolezza. È forza. E oggi è l’unica forza di cui la politica calabrese ha davvero bisogno.

 

Views: 73

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta