C’ERA UNA VOLTA LO SCOMPENSO (C’E’ ANCORA)

Il turno di mattina, quella mattina, nel Reparto di Cardiologia sembrava avviarsi alla sua naturale conclusione senza grossi problemi: attività di Reparto e ambulatoriale svolta in maniera incessante, ma ordinata e senza patemi, a cominciare dalle nove di mattina sin quasi alle quattordici. I timori del personale sanitario medico di dover prestare la propria opera di Consulenza al PS sembravano ormai sfumare: e sì che il turno di guardia al Pronto Soccorso era coperto da quella collega pignola e fastidiosa che chiedeva consulenze per ogni nonnulla, anche per problemi medici non sempre di natura strettamente cardiologica. Sembrava ormai certo che l’Infermiere malizioso e impiccione per una volta avrebbe perso la scommessa: e cioè che al personale medico anche quella mattina come altre in passato sarebbe stata chiesta la classica consulenza delle due meno cinque. Ma…. Ecco, alle 13.55, il telefono del Reparto squilla, e il personale risponde: certo dottoressa, subito dottoressa, riferisco immediatamente: “un cardiologo urgentemente in Pronto Soccorso” . In PS il cardiologo del Reparto, cui tocca intervenire, si rende immediatamente conto che la richiesta urgente è stavolta ben motivata: si tratta di soccorrere una signora anziana ultraottantenne affetta da una gravissima forma di Edema Polmonare acuto. La paziente era stata sottoposta in mattinata, in un ospedale vicino, ad un intervento di cataratta all’occhio destro, intervento effettuato in regime di Day Hospital, era quindi stata dimessa alcune ore più tardi in condizioni cliniche apparentemente stabili, ed autorizzata a ritornare a casa in macchina in compagnia dei propri familiari. Sembrava che tutto fosse andato per il verso giusto, ma a circa 5 km dal nostro Ospedale (allora in via di smantellamento, e oggi trasformato tragicamente in CAPT), la paziente comincia a sentirsi poco bene, il respiro diventa sempre più difficoltoso, l’affanno e la mancanza d’aria sempre più gravi al punto tale da preoccupare seriamente i familiari e convincerli a condurre la paziente presso il PS del nostro Ospedale per essere soccorsa. Il Cardiologo dimentica i programmi del pomeriggio e cerca immediatamente di far fronte alla grave emergenza: e pur avendo trattato tanti altri casi altrettanto gravi di questa forma di insufficienza cardiaca, si rende immediatamente conto di trovarsi di fronte ad uno di quelli più problematici. Gli infermieri sono bravi ed addestrati, lavorano come un sol uomo, non c’è quasi bisogno di parlare perché intendano, basta un solo cenno perché essi facciano cioè che il cardiologo dispone. Ma quella volta qualcosa sembra non funzionare, la paziente continua ad essere gravemente dispnoica, e la terapia data a dosi piene con i farmaci previsti dal protocollo e dalla linee guida, sembra non dare alcun risultato. Non facilitano certamente il compito i familiari i quali nonostante gli inviti ripetuti entrano in continuazione nella stanza dove si cura la paziente a chiederci come va, a ricordarci che il genero della paziente è un giudice, e che la nipote è una dottoressa (ma le sue affermazioni non c’azzeccano neanche un po’). Poi la svolta. La paziente comincia ad urinare, l’ansia, l’agitazione, la dispnea e la mancanza di fiato migliorano progressivamente, pressione arteriosa e frequenza cardiaca rientrano in intervalli accettabili. E dopo diverse ore di trattamento intenso e continuato si può ritenere fuori pericolo. Cambia anche l’atteggiamento dei familiari, che da scettico e perplesso diventa meravigliato e riconocente, al punto da far dire loro che faranno di tutto per raccontare l’esito felice di questa brutta esperienza e dire della bravura di medici e infermieri che pure dotati di mezzi limitati sono riusciti ad operare quasi un miracolo. Ogni cardiologo che opera in contesti ospedalieri potrebbe raccontare di tanti episodi simili realmente vissuti (come reale è quello sopra raccontato), di come in più circostanze si sia adoperato per non perdere neanche un paziente, e potrebbe raccontare di come gli episodi di Edema polmonare acuto gravi fossero assai più frequenti in passato rispetto ad oggi, perché disponendo ora di farmaci utilizzati in prevenzione assai pù efficaci, raramente ci si trova di fronte a casi di eccezionale gravità. Nei ricordi di un mio collega, per esempio, rientra l’esperienza, anche stavolta a lieto fine, di un paziente ricoverato all’una di notte per una grave forma di insufficienza cardiaca acuta. Anche in quel caso la terapia medica sembrava non dare alcun risultato, poi l’intuizione di praticare (la prima ed unica volta nella sua carriera) un salasso al paziente grazie all’importantissimo intervento di un bravo infermiere mancino che riesce, lui solo, ad incannulare una vena adeguata al tipo di prelievo, e a mettere in atto un gesto medico risolutivo: come per incanto il paziente comincia a star meglio, e dove non sono bastati diuretici e vasodilatatoi a iosa, il semplice prelievo di una quantità modesta di sangue si rivela risolutivo della grave emergenza medica. Lo scompenso cardiaco è, come ogni medico sa, la via finale cui giungono diverse patologie cardiache, che a lungo andare, determinano una compromissione della funzione di pompa di questo organo fondamentale. Nella forma acuta rappresenta una delle più importanti emergenze mediche, che mette a rischio la vita del paziente soprattutto nei casi in cui egli presenti gravi cardiopatie, esempio esiti di un importante infarto cardiaco, gravi valvulopatie, ma anche se il paziente non assume regolarmente i farmaci prescritti, o si concede abusi alimentari, o eccede nella assunzione dell’acool. Oggi, per fortuna, come dicevo prima, esistono degli ottimi farmaci che sono quasi sempre in grado se non di prevenire almeno di attenuare le più gravi forme di scompenso cardiaco acuto, che perciò spesso possono essere facilmente risolte in ambiente di Pronto Soccorso. Ma alcuni pazienti devono essere per forza di cosa ricoverati: essi sono affetti da patologie devastanti, tali per cui anche più volte all’anno sono costretti a entrare in ospedale. In questi casi, purtroppo, non bastano i farmaci moderni o l’assunzione di corrette regole di stile di vita e di alimentazione ad evitare il riacutizzarsi della patologia scompenso: la degenza ospedaliera diventa necessaria davanti a certi quadri clinici. Anche se attualmente nel nostro ex ospedale non esiste più una degenza cardiologica, ricordiamo ancora molti di questi casi drammatici che eravamo chiamati ad affrontare, assai spesso in piena notte, e con pochi mezzi a disposizione. E ci capita di vedere ancora ambulatoriamente dei vecchi pazienti, non infrequentemente all’indomani di un recente ricovero per scompenso cardiaco, che, per una sorta di legame affettivo oltre che professionale, si affidano alle nostre cure per prevenire successive instabilizzazioni della loro patologia. Dato che lo scompenso cardiaco per vari motivi è una patologia in costante aumento (si calcola che in Italia colpisca un milione di Persone e in Europa circa 14 – stavolta non c’entra l’euro, o forse sì) abbiamo deciso di creare presso l’ambulatorio della Cardiologia di Cariati, come in altri centri cardiologici regionali e nazionali, un ambulatorio dedicato appositamente ai pazienti affetti da gravi forme di scompenso cardiaco. Il compito dell’equipe cardiologica dedicata è quello di seguire questo tipo di pazienti, e di creare le condizioni perché essi si mantengano in buone condizini cliniche il più a lungo possibile e siano costretti a ricoverarsi pochissime volte. Cerchiamo di coinvolgere il paziente in un cammino condiviso che prevede per esempio: dare le informazioni necessarie sullo scompenso cardiaco e in particolare sulla patologia di cui il paziente è affetto, con il colloquio diretto e con la distribuzione di materiale informativo; ottenere l’impegno del paziente ad assumere i farmaci dello scompenso cardiaco nelle dosi e secondo gli orari prescritti; cercare di “strappargli” l’impegno a praticare uno stile di vita più sano che comprende attività fisica moderata, dieta iposodica, e corretto introito di liquidi. Se poi il paziente è in sovrappeso o francamente obeso lo invitiamo, cercando di ottenere il suo consenso consapevole a presentarsi alla visita successiva da noi programmata in calo dei chili stabiliti. Ed altro ed altro ancora. I dati clinici e di laboratorio ci consentiranno di stabilire ai controlli successvi se il paziente è “compliante” o meno, cioè se segue i nostri suggerimenti o le nostre prescrizioni o se lo fa solo parzialmente. I pazienti coinvolti fino a questo momento sono circa una trentina, destinati ad aumentare sempre più, e i dati e l’esperienza accumulata fino ad ora, oltre all’entusiamo dei pazienti, ci incoraggaino ad andare avanti in questa esperienza. Che riscuote un certo successo anche perché il paziente sente di avere un contatto diretto e non spersonalizzato con medici e infermieri e di essere trattato come una persona anziché come una patologia. Insomma non abbiamo la pretesa di influenzare il destino della Grecia o dell’Euro, né di creare milioni di posti di lavoro, ma almeno cerchiamo di stare più vicino possibile ai nostri pazienti.

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