Burkini sì e burkini no

Non c’è ombra di dubbio: quei costumi sono goffi, brutti ed evidentemente antitetici alla funzione che dovrebbe avere la frequentazione delle spiagge: permettere al sole di carezzare la pelle nuda, per consentire all’organismo di sintetizzare la vitamina D a sua volta necessaria per rinforzare il sistema scheletrico. E se questa motivazione salutista e un tantino pedante non vi convince, miei affezionati ventiquattro lettori, allora ammettiamo pure che la vista sulla spiaggia di quelle donne intabarrate in quei sacchi orribili semplicemente ci infastidisce.

C’è tutta un’altra serie di motivazioni che si possono avanzare per dire no a quei tristi paludamenti islamici: quella più pregnante, per quanto riguarda me, è che in questo modo, paradossalmente, il corpo della donna si conferma, in quella cultura, come semplice strumento di piacere, un bene la cui vista deve essere riservata solo all’uomo che ha il diritto di servirsene. O come motivazione di tentazione, ragion per cui deve restare quanto più possibile coperto onde evitare di suscitare desideri peccaminosi nei virtuosi maschi che abbiano la ventura di posar gli occhi su di loro. Ancora, c’è in quei bozzoli informi la conferma dello stato di sudditanza delle donne islamiche, che una cultura oppressiva e ginofobica costringe a subire limitazioni per noi intollerabili alla loro libertà e autonomia.

Tutto vero, tutto indiscutibilmente vero. Ma c’è un ma, ed è grosso come una casa.

Prima di tutto,  criticando loro usiamo due pesi e due misure. Londra è affollata di indiani di religione sikh, che indossano enormi turbanti per tenere fermi i capelli, e reticelle sul mento per trattenere la barba, che non accorciano e radono mai. Nessuno ha mai pensato di dir loro: “Questo comportamento è contrario ai nostri principî culturali: toglietevi quei ridicoli turbanti e quelle reticelle e andate a radervi”. Restando in casa nostra, molte suore ancora indossano costumi – pardon – abiti basati esattamente sugli stessi criteri che critichiamo nei burkini.

Ma c’è dell’altro. Al di là delle considerazioni di carattere estetico, per definizione discutibili e soggettive, nessuno può dimostrare che le riflessioni socio-morali che ho esposto nelle righe precedenti siano poi effettivamente valide. Quelle donne, se glielo chiedete, vi risponderanno che vestirsi in quel modo sulla spiaggia è una loro scelta, conforme al loro codice morale.

Ancora più importante è l’evidente constatazione che proibire alle donne islamiche che decidono di farlo di andare in spiaggia intabarrate nel burkini, viola il più elementare dei nostri principî, che è quello della libertà di religione e di pensiero, insindacabile finché questa libertà non reca danno a qualcuno. Indossando il cosiddetto burkini, le donne islamiche non fanno male a nessuno se non a sé stesse, perché immagino che in quei sacchi schiattino di caldo. E finché un comportamento non nuoce a nessuno, quel comportamento non può essere stigmatizzato.

La libertà e la laicità non si possono imporre ma solo insegnare, proprio come non si può imporre la democrazia. Non ha semplicemente senso diventare intolleranti nel nome della tolleranza. Lasciamo che quelle donne vadano in spiaggia vestite come vogliono: è già positivo che ci vadano, in spiaggia, e non restino in casa sotto la sorveglianza di un marito arcigno e morbosamente geloso. Insegniamo loro la libertà con l’esempio: vedendo le donne occidentali indossare allegre e serene i loro bikini, forse decideranno che il loro corpo non è una cosa da nascondere e di cui vergognarsi, e forse si ribelleranno alle imposizioni di una tradizione becera, sessista e ottusa.

E se invece decideranno altrimenti, e continueranno a voler andare in spiaggia travestite da beccamorti, beh, sono comunque, e restano, affaracci loro, e non del primo ministro francese Manuel Valls.

Giuseppe Riccardo Festa

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