ED SHEENAN, IL RAPPER MACKLEMORE E IL FILM “NAZA”: QUANDO AD ALIMENTARE L’ANTISEMITISMO È PROPRIO IL SIONISMO

Debbo premettere che musicalmente, per quanto riguarda il lato “musica leggera”, o “pop”, sono rimasto all’età della pietra: con sporadiche eccezioni, infatti, definisco rumore, o al più suono artificioso e male organizzato tutto ciò che si produce (non si crea: si produce) in questo campo da una trentina d’anni a questa parte e spengo la radio appena parte un ululato di Al Bano, una scemata di Pupo o un rap, con particolare fastidio, per il rap, se l’interprete snocciola la sua filastrocca in italiano e a maggior ragione se lo fa in inglese.  È un mio limite? Indubbiamente.

Ciò premesso, resto dell’opinione che tutti, e prima di tutti gli artisti, debbano essere assolutamente liberi di esprimersi come vogliono, perfino se sono dei rapper, degli Enzo Ghinazzi o degli Albano Carrisi. Dunque è ben libero quest’ultimo di intonare con la sua voce da scaricatore di porto Felicità a Tel Aviv, mentre poco distante uomini, donne e bambini muoiono di fame, di sete e di malattie fra le rovine di Gaza, ed è padronissimo il sig. Ghinazzi, in arte (si fa per dire) Pupo, di deliziare con le sue canzonette gli oligarchi russi sulla Piazza Rossa di Mosca, così dimostrando che in loro l’amore per il cachet è direttamente proporzionale all’indifferenza verso le stragi che Israele sta commettendo o tollerando a Gaza, in Libano e nella West Bank, e la Russia in Ucraina: sono scelte insindacabili, di cui rispondono solo alla loro coscienza.

Ma della stessa libertà debbono godere anche gli artisti che hanno una posizione diversa. E se è ammirevole il coraggio di Yuval Abraham e Rachel Szor, i registi del film “Naza”, e della giuria che a Venezia ha premiato il film, accolto dal pubblico con un’ovazione interminabile, è inammissibile la reazione rabbiosa di Ben Gvir e Netanyahu  che alla faccia di “Israele avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente”, senza nemmeno aver visto il film, per il semplice fatto che esso documenta le violenze dei coloni israeliani nella West Bank si sono scagliati con furia ringhiosa contro i due autori lanciando anche contro di loro, ebrei, la solita, frusta e ormai stantia accusa di antisemitismo, strumento abusato contro chiunque osi criticare la politica oggettivamente razzista e genocida del governo di cui sono a capo.

Chi è, in realtà, ad alimentare l’antisemitismo? Sono proprio loro, e con loro quegli esponenti del mondo dello spettacolo di origine ebraica che più o meno apertamente boicottano gli artisti che osano esprimere un giudizio critico verso quella politica: l’ha denunciato apertamente Susan Sarandon, a Venezia, e lo dimostra, anche, il caso della tournée negli USA di Ed Sheran, dalla quale, su pressioni degli organizzatori americani di fede ebraica, è stato escluso il rapper Macklemore che dal palco aveva osato dire “Free Palestine”.

Sheeran ha tentato di autoassolversi, dicendo che la decisione non era sua ma degli organizzatori, e che secondo lui la politica non deve entrare nei concerti. Ma ricordo che i Beatles, quando si esibirono negli USA segregazionisti, lo fecero a condizione che nei loro concerti non ci fosse segregazione, e che quindi gli organizzatori, se si tratta di perdere pacchi di soldi, cedono alle richieste degli artisti; e che la politica non debba entrare nei concerti (vallo a dire a Bruce Springsteen, tanto per fare un nome) è smentito anche, oltre che dalla stessa esclusione di Macklemore, dalla reazione di altri artisti che, appreso dell’esclusione, si sono rifiutati di continuare la tournée accanto al pavido Sheenan.

Un’ulteriore riflessione s’impone, in vista della possibile approvazione, in Parlamento, di una legge che punisce come antisemita ogni manifestazione di pensiero che critichi il governo israeliano. Se quella legge fosse già stata promulgata, è quasi certo che il film di Yuval Abraham e Rachel Szor non avrebbe potuto partecipare al festival di Venezia e, se avesse partecipato, i registi, la giuria, il pubblico plaudente e perfino Susan Sarandon sarebbero stati incriminati e accusati di antisemitismo.
Con buona pace non solo dell’Art. 21 della Costituzione, ma anche, e soprattutto, della logica, del buon senso, dell’intelligenza e, non da ultimo, del più elementare senso della decenza.

Giuseppe Riccardo Festa

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