Io non possiedo il fair play del Presidente Mattarella né la bonaria gentilezza di Luigi Bersani. Ponendomi idealmente davanti alle spoglie mortali di Umberto Bossi, chino perciò il capo dinanzi a un uomo che ha cessato di vivere ma non riesco a trovare parole di elogio da dedicare al demagogo che “il senatur” è stato, al violento razzismo antimeridionale di cui è stato promotore, allo spregiatore del Tricolore e della Costituzione, all’inventore del mito della Padania, al nemico dell’Italia che in realtà, dell’italianità, incarnava tutti i difetti e nessuna qualità.
Non posso dimenticare gli insulti, le camicie verdi, le grottesche adunate di Pontida, l’invenzione del sedicente parlamento del Nord, l’astio verso gli insegnanti meridionali, l’ipocrisia di chi denunciava la corruzione degli altri partiti e poi, come gli altri partiti, incassava “contributi” e fondi elettorali non dovuti – mica spiccioli, 49 milioni di euro; non dimentico le condanne, i figli sistemati in Consiglio regionale che usavano i soldi del partito come un bancomat, le lauree in Albania, i diamanti africani di Belsito, l’ampolla dell’acqua del Po, il tentativo di smembrare l’Italia (ancora in atto con la faccenda dell’autonomia).
Su un piano più generale, in Umberto Bossi vedo un rappresentante di quel modo di fare politica purtroppo oggi, e non da oggi, dominante che – comune a tutti i demagoghi, da Mussolini a Hitler, da Nigel Farage a Netanyahu, da Donald Trump allo stesso Bossi, al suo successore Salvini, a Beppe Grillo e a Giorgia Meloni – consiste nell’incentivare l’egoismo più miope della propria fazione e nell’indicare alle folle un colpevole sul quale scaricare le proprie frustrazioni e al quale addebitare tutte le colpe: per Bossi erano “Roma ladrona” e i “terroni”, per Mussolini e Hitler gli ebrei, per Farage gli europei, per Netanyahu i Palestinesi in particolare e i musulmani in generale, per Meloni e Salvini (nella sua versione attuale) i migranti e la Magistratura italiana, per Grillo l’intera classe politica italiana, per Trump, infine, i democratici in particolare e più in generale chiunque non adori Donald Trump.
Il nostro è uno strano tempo, tanto disponibile a generare capipopolo quanto a sbarazzarsene, tanto pronto a condannare senza appello quanto a dimenticare. Così Umberto Bossi che, malato e screditato dagli scandali suoi, di partito e di famiglia, era già scivolato in una sorta di limbo; praticamente ignorato dallo stesso partito che aveva fondato e che Salvini ha trasformato in qualcosa di radicalmente diverso dall’originale fazione regionalistica; ebbene Umberto Bossi oggi è pianto, almeno pubblicamente, da tutti, dallo stesso Salvini e anche dai suoi storici avversari, che stendono un velo sulle sue colpe, sulla sua volgarità e sulle sue responsabilità e lodano le sue capacità di trascinatore di folle riconoscendogli di aver cambiato il Paese.
Ma saper trascinare le folle non è, in sé, un merito: è solo un amplificatore della natura degli individui, dei quali esalta vizi e virtù: anche i già citati Mussolini, Hitler, Farage, Grillo e Trump erano o sono trascinatori di folle, ma questo non fa di loro dei campioni di civiltà, di umanità e di lungimiranza, tutt’altro. E neanche cambiare un Paese, in sé, è un merito: bisogna vedere in cosa consiste questo cambiamento, e non so considerarlo un bene, se esso consiste nello sdoganamento della più greve volgarità e nell’esaltazione del provincialismo, del campanilismo, del razzismo e dell’egoismo ai danni della solidarietà sociale e delle più elementari regole di civiltà.
Al rispetto comunque dovuto all’Umberto Bossi deceduto, io perciò non so e non voglio unire il plauso all’Umberto Bossi politico, anche se immagino che, come già a un suo sodale e sponsor (quello al quale è dedicata la riforma del CSM su cui si vota domenica e lunedì prossimi), anche a lui, prima o poi, la generale tendenza all’ipocrisia e il generoso ricorso all’amnesia, così diffusi fra le italiche sponde, troverà il modo di intitolare qualche via o qualche piazza.
O, più probabilmente, un aeroporto internazionale, da qualche parte, lassù in “Padania”.
Giuseppe Riccardo Festa
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