■Antonio Loiacono
C’è un’immagine che spiazza, più di altre.
Una distesa bianca, compatta, silenziosa. Il freddo che ovatta ogni suono. L’Alto Adige, d’inverno. E poi, senza preavviso, una presenza che scalda. Non urla, non invade: accende. È il rosso vivo di un peperoncino calabrese che arriva dove non te lo aspetti e rompe l’equilibrio apparente delle cose. Non per contrasto, ma per necessità.
Qualcuno ha chiamato tutto questo “gastronomia del contrappasso“. Ed è difficile trovare definizione più efficace. Perché qui il Sud non si mimetizza e non chiede ospitalità: porta con sé la propria identità, integra, senza mediazioni.
A fare da ponte, in questi giorni, è stato Nicola Abruzzese. Una figura che non ama le narrazioni autoreferenziali, ma che le storie le ha vissute prima di raccontarle. Presidente del Circolo Legambiente Nicà di Scala Coeli, Abruzzese è soprattutto il filo che tiene insieme stagioni diverse dello stesso impegno. La sua traiettoria affonda le radici alla fine degli anni ’80, quando in quel piccolo centro del basso Ionio nacque la GIS – Gioventù Italiana Sveglia. Non un movimento strutturato, ma un’energia collettiva: un gruppo di giovani che rifiutava l’assuefazione, l’inerzia, l’idea che “così è sempre stato”.
Quel “friccicchio” civile, acceso allora quasi per istinto, non si è mai spento. Ha resistito al tempo, alle disillusioni, ai cambiamenti di linguaggio. Ha solo cambiato forma. Oggi non si manifesta più solo nella parola o nell’azione simbolica, ma nella cura. Nella responsabilità. Nella scelta quotidiana di restare vigili.
Scala Coeli, in questa storia, non è una semplice cornice geografica. È un laboratorio silenzioso, una palestra di coerenza. È qui che l’esperienza della GIS ha trovato continuità in Legambiente Nicà, senza fratture né abiure. Non una conversione, ma un’evoluzione naturale: dalla coscienza giovanile all’impegno strutturato, dalla ribellione istintiva alla tutela consapevole del territorio. Stessa inquietudine, stesso rifiuto dell’indifferenza, stesso legame profondo con una terra aspra e generosa.
Ed è proprio la terra a diventare il centro del racconto. Non come sfondo, ma come soggetto attivo. A Scala Coeli l’ambientalismo non è mai stato una bandiera da sventolare, bensì una pratica concreta: difendere il paesaggio, scegliere come coltivarlo, rispettarne i tempi. Agricoltura pulita, attenzione ai cicli naturali, rifiuto delle scorciatoie. È in questo solco che nasce il peperoncino GIS.
Biologico, lavorato secondo tradizione. Sottaceto, sott’olio. Nessuna concessione all’industriale, nessuna addomesticazione del gusto. È un prodotto che non cerca consenso: esiste. È deciso, autentico, profondamente calabrese. Non ammicca. Non si spiega troppo. Ti arriva prima all’olfatto, poi alla lingua, e infine – inevitabilmente – alla memoria.
Dentro quel sapore c’è molto più di una piccantezza ben calibrata. C’è una storia collettiva. C’è la fatica delle mani, il tempo dell’attesa, la scelta di custodire invece di sfruttare. C’è l’idea che l’identità non sia folklore, ma conseguenza. Che un barattolo possa diventare racconto, e una coltivazione una presa di posizione.
Vederlo arrivare tra le montagne del Nord, accendere i palati in mezzo alla neve, ha qualcosa di profondamente simbolico. Non è una conquista, né una provocazione. È il Sud che smette di chiedere spazio e decide, semplicemente, di attraversarlo. Con misura. Con carattere. Con fuoco.
Alla fine, tutto torna alla terra.
Alla radice che affonda dove il suolo è duro e non promette nulla. Al seme che resiste, cresce, arde lentamente. Il peperoncino che nasce da queste colline non è solo sapore: è resistenza vegetale, è calore che ha imparato a convivere con il vento. In quel rosso acceso ci sono Scala Coeli, la memoria vigile della GIS, la cura ostinata di Legambiente. C’è un Sud che non si consuma.
Un Sud che continua a vivere!
Views: 131

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.